Dapprincipio fu il Folkstudio

di Paolo Vincenti

“Ed ecco Gabriella che serve la sangria

Giancarlo sigaretta bicchiere sempre in mano

le storie di Giovanna il sax di Mario Schiano

Lee Harold che presenta I giovani del folk

Via Garibaldi patria di tutti i grandi eroi

Trastevere suonavi su tutta la città

Folkstudio mio amatissimo adesso dove sei

 nella memoria vivi per non morire mai”

(“Folkstudio dove sei?” –  Ernesto Bassignano)

Nei profili fin qui tratteggiati della rubrica “I miei amici cantautori”, la parola più spesso ricorrente è stata Folkstudio. Infatti, questo piccolo posto ha visto gli esordi di buona parte del cantautorato italiano degli anni Settanta, certamente di tutta la scuola romana. Al Folkstudio si legano i nomi dei “Giovani del folk”, vale a dire Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Ernesto Bassignano e Giorgio Lo Cascio. In particolare, dopo un primo sodalizio De Gregori-Lo Cascio, si cementò quello fra De Gregori e Venditti che portò all’incisione del loro primo album “Theorius campus”.  Al Folkstudio si legano i nomi di Luigi Grechi, fratello maggiore di De Gregori, e Edoardo De Angelis, stretto collaboratore del Principe, e poi di Riccardo Cocciante e Rino Gaetano. E anche di un importante discografico come Vincenzo Micocci che con la sua etichetta, la It, scrittura buona parte di questi giovani talentuosi. Vincenzo Micocci (quel “Vincenzo io ti ammazzerò” della nota canzone di Alberto Fortis) era davvero un genio nell’ambito musicale, aveva fiuto e grande talento, mi dice Massimo Melillo, che lo ha conosciuto e frequentato.  Molto bello il ritratto che ne fa il figlio Stefano Micocci, il quale insieme a Carlotta Ercolino firma il libro “Rino Gaetano. Un mito predestinato. La favola del successo e della fine di Rino Gaetano e degli anni ‘70”, edito da Terresommerse 2011. Nella prima parte del libro vi è lo script di una fiction opera dagli autori: una biografia romanzata di Gaetano che era destinata alla televisione ma che non è stata realizzata, a differenza della miniserie “Ma il cielo è sempre più blu”, andata in onda nel 2007. Nella seconda parte del libro invece si ripercorre la storia dell’etichetta It e di Rino Gaetano con le testimonianze dei colleghi e di chi lo ha conosciuto e apprezzato, a partire proprio da Vincenzo Micocci, e poi Antonello Venditti, Francesco De Gregori, Ron e Pasquale Panella.

Tutto parte sempre da lì, dal Folkstudio. Tanto si è scritto su questo locale di Trastevere e sui suoi artisti. Dal Folkstudio negli anni Sessanta passa persino un giovane Bob Dylan e si esibiscono molti cantanti americani. Il Folkstudio ospita anche le esibizioni dei giovani contestatari come Paolo Pietrangeli e degli interpreti dei canti di lotta come Ivan della Mea, Giovanna Marini, Fausto Amodei, i Cantacronache, ecc. Questo circolo culturale venne fondato dal pittore e musicista afroamericano Harold Bradley il quale però dopo alcuni anni ritorna in America e lascia il locale a Giancarlo Cesaroni e infatti il simbolo del locale, una mano bianca che stringe una nera, sta a rappresentare proprio il passaggio del testimone da Bradley a Cesaroni. Il Folkstudio, che propone sia musica americana che italiana, diventa presto di moda e viene frequentato da moltissima gente ed è proprio qui che esordiscono alcune giovani leve della musica leggeraOltre ai già citati  De Gregori, Venditti, Luigi Grechi, Bassignano, De Angelis, Gaetano, troviamo Claudio Lolli, Riccardo Cocciante, Ron, Matteo Salvatore, Gianni Togni, e soprattutto Stefano Rosso. A Stefano Rosso, libertario e frikkettone, comunista come tutti i cantautori del Folkstudio, alcuni anni fa Simone Avincola ha dedicato un film dal titolo “Stefano Rosso. L’ultimo romano”, visibile in rete sulla pagina del giovane regista. “L’ultimo romano” è il titolo di una delle prime canzoni di Stefano Rosso, pubblicata però molto più tardi, nell’album “Piccolo mondo antico”, che è il suo ultimo lavoro. Anche Avincola è convinto che Rosso sia stato uno dei più importanti cantautori italiani, accostabile ai Guccini, Vecchioni, De Gregori, ma che non godette della stessa popolarità.  Il film di Avincola è anche un importante documento sulla storia del Folkstudio, omaggiato dallo stesso Rosso che nel 2003 pubblica il disco “Live at the Folk Studio”.  In questo posto esordisce anche Mimmo Locasciulli, bravissimo cantautore, sodale di De Gregori, autore di album pregevoli come “Intorno ai trent’anni”, “ Sognadoro”, “Clandestina”, “Delitti perfetti”. Col Folkstudio Cesaroni creò anche una propria etichetta discografica nella quale debuttarono proprio Mimmo Locasciulli e Corrado Sannucci. Francesco Guccini nel 1973 registra il suo disco “Opera buffa” al Folkstudio e Antonello Venditti cita il Folkstudio nella canzone “Dove”. Claudio Lolli ha dedicato una canzone al Folkstudio, contenuta nell’album “Dalla parte del torto”, e così anche Ernesto Bassignano, nel suo disco “Vita che torni”. Gli sono stati dedicati anche dei libri, come “Folkstudio Story”, edizioni Studio Forma, giugno 1981 di Dario Salvatori e “Canzoni pennelli bandiere e supplì” Pieraldo Editore, 1996 di  Ernesto Bassignano, ripubblicato poi da Les Flaneurs 2016. Negli anni Novanta, l’attività del locale si sposta nella libreria “L’uscita”, poi in via Sacchi e continua infine nella sede di via Frangipane (vicino al Colosseo) fino al 1998, anno della scomparsa di Giancarlo Cesaroni (Wikipedia). Tantissime le esibizioni dal vivo che si sono tenute al Folkstudio nel corso degli anni e che sono raccolte alla voce “Archivio Folkstudio”, dall’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi del Ministero Beni Culturali. Una piccola cantina ha fatto la storia della musica italiana.

“E del resto la gente alla fine

vuole muovere i piedi

e scalare montagne davvero

più alte di te

che rimani col fiato di vino

a soffiare vetrate

la tua musica un soldo di zucchero

che aspetta un caffé

(“Folkstudio” – Claudio Lolli)

 

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