I resti di Babele 9. Le cose

di Antonio Errico

Non hanno più senso, non hanno più valore, non hanno più funzione, non servono più, sono vecchi, sono storia di piccole storie: di assai piccole storie. Però appartengono ai giorni nostri che sono passati, alla nostra esperienza di essere, al sentimento, all’esistenza che abbiamo attraversato, alla nostra relazione con il tempo, un po’ alla nostalgia, un po’ alla commozione.

Oggetti che non usiamo più. Confusi dentro un cassetto. Inabissati in una cantina. Dimenticati negli scatoli della soffitta. Che una volta, all’improvviso, riappaiono, e riavvolgono il tempo, resuscitano stagioni, richiamano volti, riaccendono voci. Un paio di scarpe con le suola bucate. Un orologio con le lancette immobili. Le lampadine di un albero di Natale. Un 33 giri. Un fumetto di Blek Macigno. Una banconota da millelire in un portafoglio consunto. Non servono più ma non si riesce a disfarsene. Si rinvia sempre. Ci si promette di buttarli domani. Poi si dimenticano di nuovo. Poi compaiono di nuovo e ci si dice ancora: un’altra volta, li butto un’altra volta. “Nelle cose si depositano idee, affetti e simboli di cui spesso non comprendiamo il senso. Più siamo in grado di recuperarlo e di integrarlo nel nostro orizzonte mentale ed emotivo, più il mondo si allarga e acquista profondità”. Così scrive Remo Bodei in un saggio che s’intitola La vita della cose.

Forse è per questo che le conserviamo. Forse per un’inconscia difesa della memoria. Un tentativo inconsapevole di sopravvivenza. Un ritorno a quello che si è stati, al proprio tempo. Quasi che disfacendosene si rinunciasse in qualche modo a se stessi. Come se si tradisse la propria identità. In fondo gli oggetti di un tempo raccontano di come eravamo e il confronto con quegli oggetti dice di come siamo diventati.

Come se ci si guardasse in una foto.

Poche cose sono così impietosamente umilianti di una foto. L’immagine di noi che ci appare è quella di un altro che è rimasto fermo in un luogo mentre noi abbiamo fatto tutta la strada, e mentre facevamo la strada ci venivano le rughe intorno agli occhi e i capelli si facevano bianchi oppure se li portava via il vento.

Dalla foto, lui, sempre lì, immobile, in quel luogo, ci guarda e a tratti accenna un sorriso amaro. Qualche volta è solo. Qualche volta non è solo. Gli altri sono cambiati anche loro. Ci sono ancora, o non ci sono più.

Ritrovare gli oggetti di un tempo è come riguardarsi in una foto: da lontano. Con malinconia, meraviglia, spaesamento, incanto, disincanto. Riconoscendosi o non riconoscendosi nello specchio deformato del tempo. Con qualche rimpianto oppure con qualche contentezza. Perché non sempre quello che è stato è migliore di quello che è. Perché non sempre il passato è tutto colorato di rosa. Il passato ha avuto tutte le stagioni, il freddo degli inverni e la fioritura delle primavere, la tristezza degli autunni e la luce abbagliante dell’estate. Oppure ha avuto inverni brucianti di avventura e infreddolite primavere, autunni in cui fiorivano passioni, estati cupe, fredde, nere. Gli oggetti ci riportano a quel tempo e ci danno tristezza o allegria.

[Gli articoli pubblicati in questa rubrica sono una selezione di quella che dal 2010 Antonio Errico tiene, con lo stesso titolo, su “Nuovo Quotidiano di Puglia”.]

 

 

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