Le nostre illusioni

di Walter Nardon

Aveva cominciato per scherzo. Era andata alla festa in costume con una scarpa legata in testa, una vecchia All Star color avorio, un classico, allacciata con le corde sotto il mento come un magnifico cappellino settecentesco. E in effetti il resto del costume era coerente. Un corpetto attillato, una gonna vaporosa fatta forse di un chilometro di garza per ottenere l’effetto crêpe, un ventaglio d’epoca e altre due vecchie All Star avorio ai piedi, che sua madre trovava insospettabilmente comode. Ma poi era successo qualcosa. Già nell’atrio della festa aveva avvertito una disposizione d’animo inconsueta, una sorta di attrazione per i costumi, i corpi: ogni cosa rivelava un lato segretamente invitante. Nulla dell’aspetto esteriore, delle ragioni per cui era stata invitata aveva la minima importanza. Sulla porta, ridendo, aveva fatto un inchino a quelle matte di Anna e Claudia vestite da crocerossine, ma poi erano stati molti di più gli omaggi che aveva ricevuto entrando nel salone. Ce n’erano davvero di bizzarri: uno spazzacamino in smoking, un pinguino volante, una cassiera del cinema anni ’50, un ippopotamo. A una piccola automobile per bambini erano stati tolti i pedali ed ora era indossata da un tipo brizzolato sulla cinquantina, che la portava sospesa in vita grazie a due enormi bretelle di cuoio.

Passando accanto a due colleghi vestiti da ferrovieri sentì uno scambio di opinioni: «Ma non era forse “Babette”?» Non era sicura che avesse detto proprio «Babette», forse era «Cosette». «Sì era lei. Credimi, una puttana indimenticabile».

Ci saranno state sessanta persone.

La tradizione delle feste aziendali era recente. Alla metà di novembre di due anni prima il direttore generale Carlo A. Schnell, su incoraggiamento della moglie Sara, aveva aperto nella sala Richter la prima cena in costume, che buona parte del direttivo della società aveva accolto con favore tanto da promuoverla in breve all’occasione in cui distribuire i premi ai migliori dipendenti dell’anno facendo nel contempo trapelare per vie meno manifeste, ma neanche troppo velate, l’eventualità non del tutto remota di un licenziamento dei peggiori. I premi venivano assegnati con una graduatoria ufficiale di merito stilata fino al decimo posto, che non interessava quindi solo i tre premiati, ma anche coloro che avevano guadagnato un piazzamento degno di essere apprezzato pubblicamente. La gran parte degli altri, non menzionati, avrebbe trascorso il resto della serata in congetture spiritose, ma non sempre serene.

Fra molti inchini Lucy si fece largo fino in fondo alla sala in cerca della sua collega Annamaria. La trovò seduta con le spalle al muro, vestita con una divisa storica dell’Esercito della Salvezza ricevuta in dono da una cugina trasferitasi negli Stati Uniti. Accanto a sé teneva la scatola di uova che fingeva di vendere per beneficenza. Aveva cinquantotto anni ed era rimasta vedova da tre. Non era di buon umore. Le feste costituivano ogni volta una nuova occasione per certificare che il tempo in cui poteva ancora essere oggetto di una conversazione interessante era perduto. All’interno dell’azienda, tuttavia, il suo ufficio aveva assunto la familiarità rassicurante di un utensile in cucina: non era mai scesa in graduatoria sotto i primi dieci; anzi di norma, come se alla sua posizione fosse legata la sicurezza dell’intera impresa, occupava il nono posto.

Fuori competizione perché assunta a tempo determinato, Lucy avvertiva un interesse profondo per la superficie delle cose, un lusso che il travestimento portava in luce a dispetto di tutte le questioni aziendali. Ogni definizione del contesto le sembrava ridicola; c’era qualcosa sul fondo di tutto ciò che la circondava che rendeva lo spazio più consistente e che in modo ancora confuso la riguardava, una regione quasi sconosciuta di cui lei, come tutto ciò che era presente in quella sala, faceva parte. Guardò la collega con aria interrogativa e Annamaria scosse la testa:

«Mi segnaleranno in classifica anche quest’anno, lo so, ma solo per prendermi in giro. Forse non me la devo neanche prendere – sono vecchia, ormai le cose devono andare in questo modo – ma se penso al mio lavoro qui dentro credo che sia ingiusto. Sono entrata in azienda subito dopo le medie e i tre anni all’Università Popolare. Ho dato loro tutto quello che potevo, e mai che abbia ricevuto un vero riconoscimento». Spostò la scatola delle uova in modo da far posto anche a Lucy, che si sedette al suo fianco.

Dopo la laurea in Economia e il Dottorato in Sviluppo locale, Lucy aveva lavorato un po’ come commessa responsabile presso un negozio della catena di abbigliamento e accessori Vivaldi, quindi aveva accettato di svolgere un tirocinio quasi gratuito presso la sede dell’azienda di promozione turistica.

«Vedrai che qualcosa, prima o poi, salterà fuori. In fondo, cosa dovrei dire io?» replicò Lucy, quasi ignorando che Annamaria non avrebbe potuto fare proprio questo argomento. Non facendo parte della fabbrica, come avrebbe potuto Lucy ambire a qualcosa per sé? L’aveva accolta con molta cordialità, certo, le aveva insegnato tre o quattro mansioni fondamentali, ma non poteva immedesimarsi in lei.

A due passi da loro, Robert, un quadro supplente del settore marketing in divisa da ufficiale francese della Grande guerra faceva lo scemo provando il saluto militare. Era di una simpatia fuori del comune, anche lui di passaggio dopo l’impiego presso la rivista «Feudalesimo». Senza fermarsi, appena vide Lucy le fece un inchino.

Davanti a loro, su grandi vassoi portati con non impeccabile maestria dai camerieri dell’impresa di catering, arrivarono altri bicchieri di spumante. Ad Annamaria davano fastidio i gambaletti che si era ostinata a indossare a tutti i costi: fatica sprecata. Due colleghe vestite con un costume da venditrici di gamberi, che giravano scattando foto un po’ a tutti, le riferirono che entro mezz’ora, prima dell’assegnazione del premio aziendale, ci sarebbe stata una sorpresa. Mentre l’impazienza della sua collega si faceva sempre più estenuante, Lucy sentiva che l’unico elemento degno di nota era proprio il protendersi in avanti degli invitati in attesa di qualcosa che potesse soddisfare le loro aspirazioni. Comprese che il destino della sua serata, il modo in cui il tempo si sarebbe dispiegato, non dipendeva dalla sua capacità di sopportazione.

 

2.

Il giorno prima era stata convocata nell’ufficio del direttore del personale, dott. Bibbu, per un breve colloquio di chiarimento delle sue nuove mansioni, o almeno questo è quello che lei aveva creduto salendo le scale. Intonacato di bianco e arredato, secondo una tendenza in voga, con mobili altrettanto punitivamente bianchi, l’ufficio dava sul cortile esterno, oltre il quale si stendeva un parco giochi.

«Sono certo», cominciò il dott. Bibbu in tono cortese, appoggiando per un istante sulla scrivania gli occhiali dalla montatura trasparente, «che per ragioni di studio lei conosca già perfettamente i processi in corso in questo periodo: converrà che la storia ci costringe a una prudenza che un tempo non avremmo ritenuto necessaria. Nei miei anni universitari, infatti, chi avrebbe mai potuto ipotizzare che saremmo andati incontro a una contingenza di questo genere? Eppure, mi creda, non è che mancassero gli strumenti previsionali o le competenze, né la propensione all’impegno professionale che ritengo fosse con ogni probabilità superiore a quella attuale. Tuttavia, davanti allo scenario odierno, le misure adottate in altri frangenti, per quanto ingegnose, sembrano elementari. In parole povere, questa stagione è cambiata in modo del tutto inatteso e noi non crediamo di poterne prevedere tempestivamente i mutamenti».

Lucy era intenta a osservare alla finestra un bambino che tentava di salire su una giostra.

«Mi piacerebbe essere più preciso sulle nostre politiche», continuò il direttore, «ma in questo momento non mi è possibile. Per onestà non posso prometterle ciò che so fin d’ora di non poter mantenere. Può essere che l’estensione delle mansioni già programmata sia percepita da alcuni dipendenti come un declassamento – c’è già chi l’ha interpretata in questo modo, considerando restrittivamente il compito di tener pulito il proprio ufficio e quello dei colleghi più vicini – ma io vorrei spingere tutti verso un’interpretazione diversa. Non intendo dire che questa sia un’opportunità, come invece si sarebbe detto ipocritamente fino a pochi anni fa; per me è più che altro un dovere civile sul quale l’azienda si interroga e chiama dunque ugualmente i suoi dipendenti a interrogarsi».

Insomma, oltre al lavoro, la sera avrebbe dovuto pulire il suo e altri due uffici.

 

3.

Salì dunque sul palco la segretaria del direttore generale, la trentacinquenne Maristella S., magra, minuta, vestita da tulipano con grandi occhiali bianchi dalle lenti scure. Dal modo in cui aveva preso il microfono dall’asta, richiamando con un gesto delle mani l’attenzione dei presenti, sembrò evidente che si sarebbe messa a cantare. Da giovane aveva cantato in un gruppo folk e ancora era nota per alcune serate nei locali della provincia. D’un tratto si fece silenzio e mentre tutti si aspettavano che cominciasse – la base di You Can’t Always Get What You Want era già partita – lei, sorridendo al pubblico e rimandando idealmente l’esibizione a tempo più opportuno, chiese ancora un po’ di pazienza e fece salire sul palco due uomini robusti, vestititi da magazzinieri che appoggiarono a terra con difficoltà un’inverosimile confezione di fiori, probabilmente finti.

«Sono contenta di vedervi così in forma. Sta andando tutto bene, vero? Prestatemi un po’ di attenzione. Ornella, dove sei, fatti vedere? Ornella festeggerà a giorni il suo compleanno. Ma dove sei? Ah, eccoti, lì in fondo. Forza, dai, vieni qui sul palco». Maristella incoraggiò un applauso che arrivò spontaneo, per quanto esprimesse forse una punta di invidia, più che di concreta felicitazione per il traguardo raggiunto della più anziana impiegata della ragioneria.

«Ornella se lo merita», fece Annamaria a Lucy «anche se bisogna dire che ha lavorato duramente solo i primi cinque, sei anni di servizio, prima della costituzione dell’ufficio contabilità. Poi ha lavorato come tutti gli altri».

Aprendosi la strada fra i colleghi, Ornella prese lentamente la via del palco. Era vestita da bidella, con una scopa che forse avrebbe potuto inforcare per lasciare la festa uscendo da una delle grandi finestre della sala.

«Ecco», disse Lucy, «vedi che alla fine arriva anche il premio? Vedrai che fra un po’ toccherà anche a te».

La spaventosa confezione floreale era disposta su una base di finte pietre grigie, come quelle che adornano il perimetro di certe piscine coperte negli alberghi di recente costruzione; si allungava su un lato fino a dar forma a una piccola casa di pietra, con tanto di staccionata. Ornella fece l’accenno di un inchino e, ricevuto il microfono, disse poche parole di ringraziamento. Ricordò di aver studiato grazie al supporto di una zia e ringraziò tutti quelli che le erano stati accanto negli anni di lavoro in azienda, a cominciare dal marito Ernesto e dai due figli. Dal pubblico arrivò un altro applauso e poi il numero si chiuse.

Arrivò quindi la premiazione, che Lucy seguì come se anche lei facesse parte di una sfilata di fantasmi. Furono chiamati Baldo, un gigante del settore acquisti vestito da giocatore di baseball, Maria Pia, contabilità, e Cesare, un caporeparto cinquantenne del reparto confezioni laureato in fisica, che recitava la parte del giovane spostandosi abitualmente con una moto di grossa cilindrata, giubbotto di pelle, abbronzatura improbabile e che per la festa aveva solo cambiato giubbotto indossandone uno della gang americana «The Disciples». Annamaria arrivò ottava e lo interpretò come un segno che il vento stava cambiando in suo favore.

Se avesse avuto qualche anno di meno, l’età in cui ancora frequentava i corridoi universitari, Lucy avrebbe interpretato quella confusione come materia di studio, come faceva con gli amici alle feste studentesche sedendosi in disparte e criticando ciò che la circondava, ma quella sera aveva abbandonato l’illusione intellettuale e assisteva partecipe al vortice di desideri e ambizioni che le passava accanto fino a sfiorarla, un moto di corpi e di volontà gettati nella mischia, quasi del tutto inconsapevoli, che la interessava come espressione di una materia attraverso la quale anche lei – che ora sentiva di farvi parte – sarebbe stata costretta a trovare la propria strada, senza alcuna risorsa razionale che non fosse la semplice constatazione di essere presente in quell’istante.

Quale poteva essere il rapporto fra la scarpa che teneva in testa e l’universo? Questo interrogativo d’un tratto innescò un’attrazione segreta, infinitesima ma tangibile, che la spinse incomprensibilmente verso gli altri.

Mentre Annamaria parlava con un amico, decise di alzarsi per verificare questa intuizione e pregò Robert – il tizio della rivista «Feudalesimo» – che le era vicino, di togliersi una scarpa e di provarsi quella che lei teneva in testa. Lui rispose allo scherzo e per facilitare l’esperimento si tolse anche il calzino. Nonostante la buona volontà, era certa che sarebbe risultata troppo piccola, ma voleva verificare il modo in cui parte del suo piede avrebbe aderito alla stoffa della tomaia. In effetti, anche se il piede vi entrava solo per metà, vi aderiva perfettamente; anzi, se non fosse stato per la dimensione, si sarebbe detta una contiguità insospettabilmente produttiva e felice.

«L’avresti mai detto?», gli disse, mentre in sottofondo Maristella aveva cominciato a cantare.

Lui scosse la testa: «Non si può mai dire fino a che punto possa arrivare l’aderenza».

«Sì, e non conta affatto che sia troppo piccola. La prova è perfettamente riuscita. A voler essere precisi non è che tu abbia proprio un gran piede, ma mi sembra perfetto per questo tipo di scarpa».

Questa constatazione le aveva infuso una sicurezza inedita.

«È proprio da cose come questa che si può capire come si può estendere il dominio della nostra esperienza», fece, con una serietà non priva di un’aria buffa.

Lui replicò: «Se vuoi che ti dica che non ci si fa affatto caso quanto si dovrebbe, posso mettertelo anche per iscritto. Comunque, è senza dubbio la cosa migliore che mi sia capitata nell’ultima settimana».

Lei gli sfilò la scarpa e se la sistemò di nuovo con cura sulla testa. Aveva assunto la funzione di antenna per ritrovare un’intesa con il mondo circostante: riannodava i fili dell’esperienza dei sensi che appariva d’un tratto restaurata e, per così dire, quasi primigenia. In fondo era tutta questione di aderire o meno alle cose. Si rese conto dell’incredibile mole di speranza che aveva investito nel suo lavoro – perfino nel suo ultimo periodo in azienda – proprio mentre stava arrivando l’ora di lasciarlo. Due mesi erano pochi. Di quel passo le delusioni sarebbero risultate inevitabili, come l’esperienza degli ultimi incarichi poteva ormai documentare dettagliatamente. Passando in mezzo ai dipendenti concentrati nel ballo di gruppo sotto gli occhi di Maristella, che insisteva con gli anni Settanta, salutarono al volo Annamaria, uscirono dallo stabile della sala Richter e si misero a sedere poco fuori dell’atrio, su una delle panchine disposte lungo il muro per la pausa degli operai.

A venti metri da loro, a fianco di due furgoni bianchi dell’azienda, era parcheggiato un vecchio autocarro blu della ditta ErreCG-K, che aveva fornito l’impianto per la serata.

«Sai,» disse Lucy, «Potrà sembrarti strano, ma le vicende di questa sera non hanno alcun valore rispetto alla prova del tuo piede nella scarpa, alla sua magnifica aderenza. Le altre erano solo una sfida per la nostra consapevolezza: non è che conti poi molto».

Lui fece un cenno di assenso. Per due anni, negli impieghi che aveva trovato aveva visto soltanto un modo per tirare avanti in attesa di potersi occupare esclusivamente dei pezzi per la rivista, a cui dedicava quasi tutte le forze residue scrivendo brevi recensioni con le quali peraltro aveva fatto poche scoperte.

Lucy aveva preso in mano un piccolo stecco di legno con cui tracciava segni sull’asfalto: «Mi piacerebbe conoscere quelli che hanno messo a posto i davanzali di questa facciata, quelli che hanno montato le finestre. È una delle cose che mi affascinano di più. Anche mio padre lavorava nel settore edile».

Si misero entrambi a osservare un container rimasto nella zona di carico e scarico in fondo al piazzale.

«E la tua collega Annamaria?»

«Già, hai visto? È arrivata ottava».

 

 

 

4.

Sulla strada di casa, mentre Robert guidava, Lucy alzò la testa dal cellulare e si mise a guardarlo.

«Mi stavo chiedendo», disse lui, «cosa tu voglia farne di tutta questa aderenza».

Lei rise piegando la schiena in avanti: «Potrei anche metterla da parte. Ne avrei abbastanza per mettere insieme quasi un patrimonio, non credi?»

«Sì, ma si tratterebbe di un patrimonio indisponibile. Che valore potrebbero riconoscerle?»

«Ah, questo non conta. Lo decido io. È un piccolo patrimonio di sensibilità, il vero investimento con cui portare a casa il risultato in un ambiente che non riconosce più se stesso».

Robert sorrise di nuovo e, pensando al lavoro in un magazzino che lo avrebbe aspettato la settimana dopo, disse:

«Non trovi che sia un po’ poco, metterla in questo modo?»

«Tutt’altro. Cosa vuoi che ci sia, dopo di questo? Mi sembra inutile solo la pretesa di chi crede che questa sia davvero una via alternativa a quella quotidiana. Non è affatto un’alternativa, anzi per me è l’unica via possibile, la stessa di sempre, ma sottratta all’abitudine di investirci tutte le nostre aspirazioni. È un po’ come prendere il modo in cui ci guadagniamo da vivere e togliere tutto ciò che altri, ad esempio Annamaria, ci hanno ricamato sopra. Anzi, sai cosa ti dico? che c’è anche qualcosa in più, perché solo se considero la cosa da questo punto di vista posso rendermi conto della fatica di Annamaria e della pena che provo per lei mentre spera di ottenere, prima o poi, il suo premio alla carriera».

Robert rallentò fin quasi a fermarsi:

«Sì, non è così semplice. Faccio fatica a parlare dei quattro anni di lavoro che ho dedicato alla rivista e che ora mi sembrano perduti. Mi fa male riconoscere di averli buttati via, ma so che è andata così e che non c’è alcuna consolazione per questo risultato. Sì, certo, resta qualcosa di ciò che ho fatto, ma resta poco, troppo poco: non posso neanche dire di aver piantato un chiodo in una trave. E non so se la rivista sia o meno destinata a sopravvivere, ma a questo punto non mi importa molto. Capisco che se avessi lavorato per conto mio avrei fatto molto di più ed è esattamente quello che mi sono messo a fare in questi ultimi mesi. Anzi, mi piacerebbe pensare che forse, se sono qui a dirtelo, anch’io sto facendo un salto simile al tuo».

Lucy lo guardava contenta, sicura di poter scherzare senza la necessità di sminuirsi, come invece accadeva sistematicamente nelle ore di ufficio con Annamaria, pena la completa incomprensione.

«Va bene, fai pure il salto, ma non dirlo con quell’aria, non si tratta mica di convertirsi, si tratta solo di riscoprire possibilità non evidenti, no? Del resto, di cosa parliamo quando parliamo di noi, del fatto che lavoriamo fianco a fianco? Credo che sia assurdo pensare che gli studi a cui ci siamo dedicati si escludano reciprocamente. In teoria, non avendo molto in comune, non avrebbero dovuto essere in competizione, eppure ci hanno abituati a pensarla in questo modo, come se tutto dipendesse dall’accesso agli stessi fondi di finanziamento per i quali eravamo idealmente impegnati in un’inconcepibile corsa contro il tempo. A volte ancor oggi quando mi alzo sono così stanca che non sono neanche in grado di capire in cosa consista il mio dovere».

Mentre Lucy stava finendo di parlare, alle loro spalle sbucò una Yaris bianca che suonava insistentemente il clacson. Li affiancò e dai finestrini, quasi in sincrono, si sporsero Baldo, che era al volante, e Anna e Claudia sedute sui sedili posteriori, tutti e tre con cappellini di carta in testa, vistosamente euforici. Anna e Claudia tenevano in mano degli striscioni rossi e gialli che uscendo dal finestrino fluttuavano qualche metro dietro la macchina. Lucy li salutò sorridendo e i tre li superarono e scomparvero per la loro strada.

Faceva ancora freddo. Il colpo d’aria che era entrato in macchina dal finestrino quando aveva risposto alle amiche l’aveva presa in pieno volto, asciugando d’un tratto la pelle un po’ accaldata. Ma non aveva bisogno di svegliarsi, un improvviso senso di realtà aveva sostituito il sortilegio delle congetture aziendali in cui aveva trascorso quelle settimane. Il mistero, abbandonate le indiscrezioni sui premi, ritornava nelle crepe sul muro, o nell’uomo piegato in due sul motorino che si erano lasciati alle spalle dietro la curva proprio in quell’istante. Si tolse la scarpa dalla testa e ci guardò dentro per capire se ciò che aveva ritrovato fosse ancora lì.

«Che dici», fece infine, mettendo a posto la borsetta, «in fondo non è poi così tardi?».

Chiuso nella sua divisa da ufficiale, Robert guidava sereno. Sulla destra brillavano le luci notturne che illuminavano un impianto per la produzione di ammoniaca, ora in disarmo. Sì, non era tardi, anche se c’era ancora un po’ di strada da fare. Più avanti, in fondo al viale, cominciavano a mostrarsi i riflessi dei lampioni sulle pareti di vetro scuro dell’imponente edificio della nuova biblioteca universitaria, che ai confini del parco ospitava un patrimonio di quasi duecentocinquantamila volumi e che custodiva, in un silenzio perfettamente equanime, le illusioni dei vivi e quelle dei morti.

Questa voce è stata pubblicata in I mille e un racconto e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *