Era follia sperar. Il M5S e il 4 marzo: un instant-book di Gigi Montonato

di Adelmo Gaetani

Alla vigilia delle elezioni del 4 marzo un lungo articolo del New York Times, firmato da Jason Horovitz, accendeva i riflettori sulla scarsa trasparenza del M5S e sottolineava l’opacità della figura di Davide Casaleggio al suo interno. “Nel suo percorso per diventare un forum per una democrazia senza filtri – si leggeva – il M5S si è trasformato nel partito più opaco della politica italiana, e Casaleggio nella sua figura più enigmatica, in una epoca in cui la rete è una melma di hackeraggi, fake news e interessi nascosti”.

Qualche giorno dopo il Movimento fondato da Beppe Grillo e Casaleggio padre, Gianroberto, diventava di gran lunga il primo partito italiano conquistando il 32,7% dei voti a livello nazionale, poco meno del 50% nel Mezzogiorno. I Cinque Stelle avevano esordito in modo carbonaro il 16 luglio 2005 con l’avvio dei primi meetup in alcune città e si erano presentati agli italiani l’8 settembre 2007 con la provocazione del Vaffa-Day. In quell’occasione Grillo aveva mitragliato il potere dominante, ma anche le competenze dei singoli, con le armi irriverenti e rabbiose del comico antisistema e pioniere dell’antipolitica: battute feroci, insulti, parolacce a go-go, qualche idea confusa su un mondo da rigenerare, una sorta di città del sole come generoso modello sociale e la promessa di una partecipazione diretta dei cittadini alle scelte di governo della cosa pubblica attraverso la democrazia digitale che i nuovi strumenti della Rete – rigidamente controllati da lui stesso e da Casaleggio – avrebbero reso possibile e praticabile.

Sembrava un’offerta miracolistica quanto irrealizzabile, un modo per prendersi in giro e prendere in giro, per alcuni era uno schiaffo alla ragione e al buon senso, pochi potevano pensare e pensarono che quell’acido corrosivo cosparso a piene mani potesse insidiare nel giro di due lustri gli equilibri politici e istituzionali del Paese.

Un generale errore di sottovalutazione di quanto stava accadendo da parte di classi dirigenti distratte e chiuse nei loro Palazzi – tra disconoscimento delle cause della profonda crisi sociale e culturale, questione meridionale irrisolta, giovani abbandonati al loro destino di precari e/o disoccupati, rabbia e insoddisfazione crescenti tra cittadini sempre più attratti dall’antipolitica – è stato alla base della miscela esplosiva che ha spianato la strada al fenomeno Cinque Stelle.

Ora c’è da capire e c’è da porsi e porre almeno due interrogativi: che cosa è successo? e che fare?

Sono gli interrogativi ai quali risponde Gigi Montonato in “Era follia sperar”, tecnicamente un instant-book, per i contenuti un saggio lucido, documentato, coinvolgente e da non perdere che prende il titolo da un verso de “Il Cinque Maggio”, l’Ode di Alessandro Manzoni in morte di Napoleone, genio della guerra, dell’arte di governo e del potere.

L’Autore scava in profondità, usando tutti gli strumenti a disposizione della ricerca in campo storiografico, politologico, sociologico, filosofico, massmediologico e tecnologico, per riportare alla luce, con la curiosità dello studioso e l’obbligo morale alla conoscenza di ogni cittadino, le radici di un fenomeno “così insondabile e mutevole, singolo e plurale”. E chiamando a “testimoni” grandi pensatori del passato, come Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Gustave Le Bon, Benedetto Croce, l’Autore si fa accompagnare nella costruzione di una solida intelaiatura intellettuale sulla quale monta il film della storia italiana nell’ultimo mezzo secolo e dei numerosi “segnali non colti” in tempo, a partire dalla decadenza di valori, di autorità e di senso del dovere, sino alla crisi della politica come servizio che lascia il passo alla gestione clientelare e pervasiva del potere.

Tangentopoli scuote e pensiona la Prima Repubblica, l’attacco alla Casta diventa attacco alla politica tout-court, la talpa dell’antipolitica scava tunnel in profondità, poi emerge e si fa vedere alla luce del sole ogni qualvolta corruzione, sprechi, cattiva gestione delle risorse pubbliche fanno gridare allo scandalo. E purtroppo avviene a scadenza quasi quotidiana. Così si alza e diventa assordante il volume del grido “onestà, onestà” dei pentastellati.

Crescono insoddisfazione e rabbia tra i cittadini, anche tra quelli che pure non mancano di responsabilità, gli effetti devastanti di globalizzazione e crisi economiche fanno il resto. E’ il terreno fertile, già arato, sul quale il M5S muove i primi passi sino ad occupare gran parte dello spazio politico disponibile.

L’analisi di Montonato non fa sconti a nessuno e si spinge oltre; c’è da rispondere al “che fare” e soprattutto c’è da capire se il grillismo sia la terapia per trattare il malessere diffuso dell’Italia o se esso stesso sia l’altra faccia di una patologia pericolosa per la tenuta del sistema democratico e delle libertà fondamentali. Su quest’ultimo aspetto l’Autore non nasconde preoccupazioni e pericoli per il carattere antiliberale del movimento-partito politico Cinque Stelle. Lo fa citando una frase di Davide Casaleggio: “Una formica non deve sapere come funziona il formicaio, altrimenti tutte le formiche ambirebbero a ricoprire i ruoli migliori e meno faticosi creando un problema di coordinamento”. “In buona sostanza – osserva Montonato – si nega la democrazia in barba all’uno vale uno e alla democrazia direttamente partecipativa propagandata come la rivoluzione della Rete”.

[…] E adesso? Non potendo cancellare con un tratto di penna il consenso elettorale ai grillini, come qualcuno, sciaguratamente, sogna o pensa di poter fare e non potendo cambiare la testa al corpo elettorale per legge, resta solo la strada della buona e sobria politica come risposta alle infatuazioni demagogiche e alla psicologia impulsiva delle folle. Dev’essere una politica di servizio che sappia capire e interpretare i movimenti e le trasformazioni della e nella società e al contempo sia in grado di dare risposte credibili.

[Prefazione a Gigi Montonato, Era follia sperar. Il M5S e il 4 marzo, Edizioni di Presenza, Taurisano 2018, in  “Presenza taurisanese” anno XXXVI – n. 302 del giugno 2018, p.  13]

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