La favola dei fichi parlanti

di Maurizio Nocera

Nel mio antico paese c’è un luogo della memoria che non si cancella più dalla mente, le Tagliate (tajate in dialetto), grandi cave di tufo a cielo aperto, nei cui pressi esiste una delle meraviglie del nostro pianeta: la Grotta delle Veneri. Ero ancora un ragazzo quando archeologi famosi tirarono su dalla terra rimasta vergine per millenni i tesori in essa conservati: le due Veneri paleolitiche. La mia memoria è legata a quel luogo non solo perché in quella grotta gli archeologi permisero anche a me di trasportare all’esterno un po’ di terra, ma perché lì, tra la Masseria vecchia, il Casino dei monaci e la Discesa agricola ci sono le mie radici.

È un luogo magico, incantato, fatato. Un motivo, per me sicuramente ancestrale: mia madre mi confessò che lì, nella Tagliata, mi aveva concepito un inizio d’estate di tanto tempo fa. Sarà forse per questo, forse anche per altro, che sono rimasto ad esso legato. In questo straordinario luogo della memoria, mia nonna mi ha pure cresciuto, forse un po’ come un gufo di alta parete di cava. Lì, nella grande Tagliata, finché c’è stata la necessità, ha vissuto tutte le buone stagioni d’ogni anno la mia famiglia. 


«Vai a prendere l’acqua dalla cisterna» mi comandava la nonna.

Ed io, spaventato come un passerotto appena uscito dal nido, mi recavo con le gambe tremanti verso la capiente cisterna che si trovava al di fuori del recinto della tajata. Non riesco a ricordare il numero degli alberi di fico che crescevano in quel luogo. Ma nella mia mente li rivedo oggi come tantissimi. Grandi, medi, alcuni anche nani. Tutti però abbondantissimi di straordinari frutti di ogni grandezza e di multiformi colori. Erano questi splendidi alberi che facevano da cornice alla spelonca nella quale vivevamo, nel senso che mangiavamo quando c’era da mangiare, e dormivamo quando c’era da dormire; e questo perché l’intera famiglia di mia nonna consisteva, tra mariti, zie e nipoti in più di 15 persone. La spelonca infatti non era più grande di tre metri per tre, ed era ricavata da una grande pèntuma (lastrone di pietra) di parete inclinatasi su un fianco con tre muri a secco che la richiudevano e che mio padre aveva tirato su alla meglio. Eppure in questo angusto luogo tutta la famiglia riusciva a stare. Bisognava stare a tutti i costi. Perché c’era un compito primario da assolvere: raccogliere i fichi, spaccarli e quindi distenderli al sole per la seccatura.

Solo recentemente mi hanno detto in paese che i fichi secchi provenienti dalla Tajata della Concetta, detta la Mìlordana, erano tra i migliori. Ciò non era dovuto, almeno credo, alla bravura di mia nonna nel tagliarli e seccarli, e neanche alle buone cure della scelta dei frutti fatta da mia madre e dalle sue tre sorelle; piuttosto credo che il giudizio positivo provenisse dal fatto che i fichi crescevano e venivano essiccati in un luogo composto essenzialmente da polveri di tufo, a loro volta fortemente indorate da diverse erbe aromatiche che lì crescevano spontaneamente, come il timo, la salvia selvatica, le differenti specie di origani, la mentuccia, gli spessi e verdissimi uluzzi, altre erbe e arbusti ancora. Sarà stato sicuramente questo intreccio di terre, odori, condizioni climatiche a dare loro quel caratteristico sapore ai fichi secchi di quel posto. I cavatori della Tajata (gli ‘zzoccaturi) andavano matti per quei fichi tanto che, spesso, quando cominciava a fare alba, si calavano nei punti meno controllati dalla nonna e si facevano grandi scorpacciate.

Non so quale straordinario senso visivo o di calcolo percettivo avesse mia nonna, però era inevitabile che subito si accorgesse dell’ammanco, per cui per tutto il giorno se ne andava girando per la Tajata lamentandosi per quell’innocuo furto che, tutto sommato, era servito a sfamare qualche bocca di altrettanti poveri lavoratori. Bambino com’ero, non comprendevo la natura profonda del danno che quei giovani arrecavano alla povera vedova che era mia nonna per cui, quando ciò accadeva, me ne stavo nascosto sotto il grande fico accanto alla spelonca nell’attesa di vedere ritornare il sorriso sulla sua faccia.

A quel tempo non potevo capire granché. Solo molto tempo dopo, un vecchio del paese mi fece sapere che la mia nonna si portava dentro un dolore immenso: il marito morto in giovane età. Mia nonna lo ricordava sempre durante le sue preghiere, soprattutto, e questo ancora oggi non riesco a capire il perché, quando il cielo volgeva a temporale.

«Il cielo si sta oscurando a temporale – mi diceva -. Corri figlio mio, corri, corri a prendere le coperte per coprire i fichi messi a seccare. Corri, altrimenti questo inverno non mangeremo nulla».

Ed io, come un puledro che trotterella, correvo a prendere ogni sorta di telo che potesse servire al salvataggio dei preziosi frutti. Il temporale poi arrivava per davvero, ed erano fulmini e tuoni impressionanti lungo tutta la Tagliata. Io tremavo assieme alle foglie di quegli alberi di fico sotto la pioggia d’estate, mentre mia nonna riuniva tutt’intera la famiglia per pregare a voce alta. Ricordo ancora l’adagio che più volte ripeteva:

«Azzate san Giuvanni e nu ddurmire/ ca visciu tre nuveje caminare/ una t’acqua,/ una te jentu,/ una te forte maletiempu./ Azzate san Giuvanni e nu ddurmire/ e pòrtale a nna riva te mare,/ a ddhru nu canta gallu,/ a ddhru nu luce luna/ a ddhru nu nnasce anima criatura» (Alzati san Giovanni e non dormire/ che vedo tre nuvole camminare:/ una d’acqua,/ una di vento,/ una di forte maltempo./ Alzati san Giovanni e non dormire/ e portale presso una riva di mare,/ là dove non canta gallo,/ là dove non luce luna,/ là dove non nasce anima creatura).

Io però ugualmente continuavo a tremare.

Le storie dei fichi delle Tagliate li ricordo come se fosse ieri, quello stesso ieri di un bambino come tanti, quando mia nonna e mia madre mi permettevano di assistere alla preparazione dei fichi secchi. A quel tempo mia nonna aveva in gestione la grande cava di tufo con dentro questi benedetti alberi di fichi. Mai sono riuscito a contarli tutti. C’erano fichi di tutte le specie: c’era la fica della Signura o cosiddetta della Monaca, quella dell’Abate, la Pazza, la Sanguigna, quella dell’Abbondanza, la Napolitana, l’Ottata bianca eppure quella magenta (detta anche Melanzana), la fica Paradiso, la Pelosa, la Rigata, la Mammella di Vacca, la Verdesca, l’Invernale, la Tremona, la Lattarola, al maschile c’era poi il Fracazzano bianco, quello nero e quello rosso (detto anche Pinto), il Colombo nero, lo Zingarello, altre ancora e con altri nomi, ma adesso io non li ricordo più, perché sono rimasto bambino.

I fichi cominciano a maturare verso la fine di luglio inizio di agosto però, ancor prima, verso metà giugno, e propriamente intorno al 24, giorno della festa di san Giovanni, maturano i fioroni (le dolci culumbare), che sono primizie.

Ora però voi vi domanderete: «Come mai mia nonna aveva in concessione quella cava?».

L’aveva ricevuta dopo la morte del marito, cioè mio nonno che, in paese dicevano fosse caduto nel profondo di quella stessa cava da un’altezza di oltre 30 metri. Povero mio nonno, dopo alcune ore di agonia, se n’era andato all’altro mondo senza neanche salutare la nonna almeno con un bacio. Si diceva pure che forse era stata una mano fascista a segare la fune che tirava su i conci, per cui il nonno, addetto all’argano, venendo a mancare il contrappeso se n’era volato giù come un uccellino sparato a un’ala da un malvagio cacciatore. Però non tutti i cacciatori sono malvagi, perché ce ne sono alcuni che vanno per i campi e per i boschi unicamente per osservare la fauna e la flora, che sempre belle sono, per cui non sono affatto cattivi.

Ecco il motivo per il quale la nonna aveva avuto in concessione la cava. Alcune volte, durante la raccolta dei fioroni, la nonna mi raccontava delle storie legate alla vita del nonno. Una volta raccontò che al tempo di Sacco e Vanzetti, il nonno era stato emigrante in America e forse aveva lavorato con Vanzetti in una cava di marmo. Poi, quando questi due poveri italiani innocenti erano stati uccisi sulla sedia elettrica dai governanti americani, il nonno pensò bene di ritornarsene al paesello. Una volta qui, con i soldini che si era portato dietro, assieme ad alcuni suoi compagni, aveva costruito una casetta, dove viveva con la nonna e con le sue tre bambine. Dall’America, il nonno si era portato dietro pure un’inconsueta (almeno per noi gente del Sud) abitudine, amava cioè vestirsi all’americana, cioè con giacca, camicia, panciotto, ghette, una catenella con agganciato un orologio (che però – mi diceva la nonna – non aveva mai funzionato), un bel cappello a larghe tese, insomma un tipo di vestiario che nel paesello nessuno aveva mai visto, salvo aver sentito parlare che così si vestivano i milord. Fu per questo che i suoi compaesani lo chiamarono milord, avendo confuso le abitudini degli americani con quelle degli inglesi. Anche la nonna, che era una povera bracciante, cominciò ad essere chiamata la mìlordana.

Una volta tornato al paesello, il nonno non aveva dimenticato i due compagni ingiustamente uccisi, tanto che, per onorarli, quando arrivava il Primo Maggio, si dava ammalato per non andare alla cava. Aveva escogitato pure un piano di adesione agli ideali in cui credeva.

In quello stesso giorno i caporioni fascisti del paese si adunavano in piazza per fare le loro bravate in camicia nera, mentre lui, nascosto dietro al parapetto del palazzo ducale, aspettava di vedere passare le tre figlie: una di sette, cosiddetta la Scardullina; l’altra di cinque, cosiddetta la Picciottara; e la più piccola di tre anni, cosiddetta Pirinosso*. Le bimbe erano dirette a vedere la messa nella Chiesa madre, che sta proprio nella piazza grande. Ai lunghi capelli delle bambine, il nonno attaccava delle coccarde rosse. In questo modo, egli commemorava il Primo Maggio tenendo con ciò vivo anche il ricordo di Sacco e Vanzetti. Ovviamente, i fascisti, per qualche anno, finsero di non accorgersi di quelle coccarde tra i capelli delle povere innocenti, ma alla fine decisero di fargliela pagare al nonno. Qualche vecchio anarchico e pure qualche socialista del paesello, almeno così ricorda, e ancora oggi così si dice che i fascisti segarono la fune per tirare su i conci dal basso della cava di tufo e così accade che il nonno volò in cielo.

La nonna rimase vedova con le tre bambine più una quarta che le stava ancora in pancia. Per fortuna aveva la piccola casa e si sentiva ancora giovane con i suoi 36 anni. Prima che il nonno tornasse dall’America, lei aveva fatto la raccoglitrice di olive e sapeva pure vendemmiare e raccogliere la foglia del tabacco Xanti-Yaca, tutte pratiche bracciantili non facili da eseguire per una donna che non fosse forte e in salute. Ma, dopo il suo ritorno, il nonno non aveva voluto che sua moglie lavorasse in campagna perché, diceva, c’era lui che poteva pensare al sostegno della famiglia con il suo lavoro di cavatore. Ora però che egli era morto come poteva vivere la nonna e quelle sue povere sfortunate figlie?

Fu così che il capo dei fascisti del paese ebbe compassione, così pensò bene di affidarle in gestione la cava di tufo con gli alberi di fico e, guarda un po’, la cava in questione era proprio quella dove era caduto il nonno. I caporioni fascisti l’avevano pensata a comodo, s’intende per i loro interessi: la nonna sarebbe vissuta della raccolta dei fichi, che poi avrebbe venduto alla distilleria “Costa” dove facevano lo spirito (alcool), e nello stesso tempo avrebbe fatto pure la guardiana delle cave perché, dovete sapere, che in quel luogo c’erano molte altre cave. A quell’epoca c’erano tanti ladri di fichi. La fame era grande quanto una montagna.

Non si sa bene come la nonna riuscì a sopravvivere. Una cosa è certa: in paese si è sempre saputo della sua fedeltà al marito morto, tanto che non volle più risposarsi nonostante fosse ancora di bella presenza. Di questa sua fedeltà ne sono testimone anch’io. Quando tutte le figlie presero marito allontanandosi dalla piccola casa, mia madre, che era la maggiore, per non lasciare sola la nonna, soprattutto in quei giorni quando si lamentava per essere rimasta sola, incaricava me di portarle la cena e di fermarmi anche la notte a dormire con lei. La nonna mi sistemava su un vecchio divano a forma di letto di una “piazza” nella stanza davanti, mentre lei dormiva nella stanza centrale (in tutto erano due sole camere mentre il gabinetto, una sorta di bugliolo appena coperto da una tettoia, stava in un piccolo cortile tutto bianco di calce) su un tavolaccio accanto al letto grande che un tempo era stato quello sul quale lei aveva dormito col nonno. Dopo la morte del marito, quel letto matrimoniale era diventato una sorta di reliquia. Guai a chi di noi bambini si appoggiava. Per non guastarlo neanche lei ci dormiva più. Sul tavolaccio quindi, come se fosse in penitenza. Ma, occorre pensare che forse quella era per davvero la sua penitenza.

Dovete sapere che la mia nonna, pur essendo povera, era anche molto bella. Al mattino, sia d’estate che d’inverno, si levava presto dal letto, aggiustava casa, si lavava tutta e annodava i capelli in un batuffolo dietro la nuca, poi andava in campagna a fare i lavori con le altre donne braccianti. Con sé portava sempre un tozzo di pane e qualche pomodoro; l’olio non lo usava perché lo riservava per la cucina della casa. Allo stacco del lavoro, un po’ come facevano tutte le altre lavoratrici, apriva la sua sportella e gustava quel tozzo di pane, beveva l’acqua della cisterna, e ritornava a lavorare. A quel tempo di lavoro ce n’era tanto. I feudatari spremevano queste povere donne anche per più di dieci ore al giorno (dalle 6 alle 16.00). Spesso la paga consisteva al massimo dieci soldi. Possibilità di protestare non ce n’era. Ti dovevi accontentare, anzi per di più la bracciante doveva ringraziare il feudatario per quell’opportunità di lavoro che le dava.

Dopo aver finito il lavoro in campagna la nonna tornava a casa che erano le 17.00. Io l’aspettavo sull’uscio di casa oppure stavo dentro al cucinino a fare i compiti della scuola. Intanto la nonna preparava la cena per noi due soli. Di solito cucinava legumi oppure le “foglie mischiate” selvatiche che lei stessa raccoglieva in quei minuti di pausa durante il lavoro. A tarda sera, ma non proprio tanto tarda però, accendeva il fuoco nel camino, dove io e lei ci riscaldavamo in attesa di andare a letto. Mi raccontava del nonno, del suo corpo di atleta greco, della sua fierezza giovanile, dell’amore per la natura. Poi mi diceva di quegli strani ideali che gli passavano per la mente e, a voce alta, diceva:

«Ma perché doveva sempre pensare agli altri, doveva preoccuparsi delle condizioni di vita e di lavoro dei suoi compagni e, nel caso che essi venissero maltrattati dai padroni delle cave (quasi sempre caporioni fascisti), lui si sentiva in dovere di intervenire e difenderli?».

A questo punto la nonna si fermava per asciugarsi gli occhi, poi continuava:

«Pensava sempre al socialismo e diceva che in America c’erano grandi personaggi che lottavano per un mondo migliore. Ecco, ora il mondo migliore per lui è stata la morte a soli 38 anni».

Piangeva la nonna e così cominciava a recitare il Rosario, più qualche altra preghiera che io non capivo mai, salvo quando lei cominciava la tiritera riferita al marito morto:

«E ora il nonno è in cielo»; «E ora Dio gli sta sorridendo»; «E ora il nonno sta sorridendo pure a noi». Ma «nonna io non lo vedo il nonno, perché dici che ci sta sorridendo?».

Allora lei sorrideva un po’ mentre i suoi occhi continuavano a versare lacrime di sale. Poi non la finiva più con quell’Ora pro nobis cantilenato, almeno fino a quando non vedeva che le mie palpebre non ce la facevano più a stare aperte.

Dovete sapere che quando dormivo da lei, non sempre riuscivo a prendere sonno subito. Mi capitava così che ad un certo momento della notte, rimanendo con gli occhi socchiusi nel buio, la vedevo camminare per la casa e parlare, soprattutto quando arrivava sotto la fotografia del nonno, appesa alla parete. Lei lì, rivolta al marito, gli faceva lunghi discorsi. Alla fine parlava pure dei fichi. Diceva che un acquirente glieli aveva pagati poco; che quell’anno i cavatori si erano accaniti con i suoi alberi andando spesso a rubare i frutti; che la pioggia era venuta giù un po’ più delle altre estati tanto da annacquarglieli. Altre cose diceva la nonna. Poi chiudeva il suo discorso sonnambulico così:

«Domani andrò alla cava quanto più presto possibile, così coglierò in flagrante i ladri dei miei fichi. Con me ci sarà anche il bambino».

L’allusione era rivolta a me, quasi io fossi un Ercole ciclopico che la poteva difendere da chissà chi. Così arrivava il mattino e la nonna mi svegliava:

«Su alzati che andiamo a raccogliere i fichi».

La strada che percorrevamo era sempre la stessa: quella polverosa della Masseria vecchia. Almeno a me sembrava polverosa. Si trattava di una specie di mulattiera attraversata dall’alba al tramonto dai traini che trasportavano i conci sui cantieri edili. I carrettieri, trasportando i tufi per la costruzione delle case, cantavano dolcissime nenie:

«Aggiu persu lu sonnu de l’occhi mei/ ca scindu benedendu e ppassandu de cquai./ E lu presciu de lu trainu è lu cavaddhru/ e lu presciu de la donna è lu capiddhru./ Amame beddhra e tienime lu core/ se vo’ cu me sienti sta sera cantare./ E amame beddhra mia ca tegnu cose/ e tegnu nu panariellu mo’ de fiche./ E cavaddhru famme fare mo’ sta salita/ ca a Napoli te ccattu la sonaiera. (Ho perso il sonno degli occhi miei/ scendendo, benedicendo e passando di qua./ La meraviglia del traino è il cavallo/ e il vanto della donna è il capello./ Amami bella e scaldami il cuore/ se vuoi questa sera sentirmi cantare./ E amami bella mia che tengo cose/ e tengo un cestino di fichi./ E cavallo, fammi fare ora questa salita/ così a Napoli ti compro la sonagliera».

Quella strada era tutta bianca e, quando il sole filava a mezzogiorno, abbacinava chiunque la percorresse. Tutto quel biancore mi dava un po’ di fastidio, come pure mi dava fastidio la polvere che si annidava in quegli straconsumati sandali che portavo ai piedi e che erano stati calzati già da mio fratello. Alla fine poi però arrivavamo alla cava, dove era caduto il nonno. Una volta dentro, la nonna mi faceva fare un percorso difficile, un po’ pericoloso anche, per raggiungere un punto dove lei si fermava, s’inginocchiava e diceva le preghiere. Anni dopo ho capito che si trattava del punto dove era caduto morto il nonno.

Al centro della cava c’era la pèntuma che faceva da ricovero per la notte, ma anche quando pioveva o il sole accecava. La porticina d’ingresso aveva una tenda di sacco di juta, per la verità sempre un po’ malconcia. Una spelonca insomma, nella quale a viverci durante i mesi estivi c’era lei, mia madre con mio padre, mio fratello ed io, le mie tre zie non ancora sposate. E lì che la mia mamma mi fece nascere. Poi, una volta divenuto grande, mi disse pure che non riuscendo ad allattarmi, mi affidò, ma solo per l’allattamento, ad una zingara Rom di Casarano.

Comunque sia, la nonna prelevava dall’interno della spelonca dei cesti di canna d’india. Quello piccolo lo dava a me, mentre quello grande che, quand’era pieno, pesava forse cinque chili, lo prendeva lei.

«Cominciamo a raccogliere i fichi – diceva – partendo da questo lato, e fai attenzione ai frutti da staccare dall’albero, perché parlano. Se li raccogli male, essi sentono dolore, per cui si lamenteranno. Perciò devi raccogliere solo quelli maturi perché, se raccogli gli acerbi, farai loro del male».

Non vi dico lo sgomento che mi prendeva quando ascoltavo queste parole. Subito rispondevo:

«Ma nonna come faccio a sapere quali sono i maturi e quali quelli acerbi?».

«È semplice – rispondeva lei – prima di staccarli torcendo la mano, li tocchi là dove la loro pancia è più rotonda e gonfia; se vedi che è morbida e si affloscia al tatto, allora significa che il frutto è maturo. Altrimenti passa avanti».

Nonostante questa raccomandazione, la mia paura però rimaneva. Così, mentre la nonna, nel tempo che lei riempiva il suo paniere, il mio invece, per di più piccolo quasi da bambola, non era colmo che appena la metà. La mia lentezza era dovuta alla cautela con cui palpavo i fichi. Avevo paura di sentire i loro lamenti qualora avessi staccato un frutto acerbo. E tuttavia accadde comunque che una volta, dimentico della raccomandazione della nonna, raccogliessi un frutto acerbo. Mi accorsi dello sbaglio quando ormai l’avevo staccato dal ramo. Chissà cosa sarà stato, forse la paura. Tenevo nel cavo della mano questo povero fico acerbo, quando sentii un lontano lamento, come di un alito di vento refolo che mi sfiorava le orecchie.

«Nonna, nonna – gridai – ho raccolto un fico acerbo ed ora si sta lamentando. Corri, corri, dimmi cosa devo fare!».

La nonna, con un sorriso che ricordo ancora come indecifrabile, mi venne incontro dicendomi:

«Dallo a me, che so io come calmarlo».

Lo prese in mano, lo portò alle labbra, lo baciò, poi se lo mise nella tasca del grembiule.

«Ora non si lamenterà più», disse.

Dopo quella volta, ritornai ancora a raccogliere i fichi, ma non mi accadde più di raccoglierne uno acerbo, almeno così ricordo. Ora che sono vecchio e scrivo non ne sono poi tanto convinto. Comunque, quando i panieri erano pieni di frutti, la nonna li andava a riversare sul tetto della spelonca, dove ci teneva nascosto qualche cannizzo (un rettangolo di canne d’india secche intorcigliate). Così, alla fine della raccolta, salivamo su questa lastra di pietra e cominciavamo a spaccarli in due ed esporli al sole d’agosto per seccarli. La nonna mi aiutava a salire sul dorso della pèntuma. Lei impugnava un coltello da cucina, mentre a me dava un temperino aggiungendo una nuova direttiva:

«Mi raccomando, devi tagliare i fichi partendo dal peduncolo e finendo proprio giusto al centro della loro pancia gonfia. Stai attento, perché se sbagli direzione il fico si lamenterà».

E qui di nuovo un’altra mia grande paura. Non vi dico lo struggimento che mi assaliva tutte le volte che con le dita della mano sinistra prendevo il frutto e con la destra, armata del coltellino, cercavo di individuare il punto centrale del peduncolo per poi affondarlo fino al fondo della sua pancia gonfia. Un tormento. Quando la nonna ne aveva “spaccati” già una decina, io stavo ancora al primo. E tuttavia anche questa volta mi capitò di sbagliare. La colpa la diedi a un gheppio che aveva cominciato a volteggiare proprio sulle nostre teste. Mi affascinava vedere quei suoi voli silenziosi e gonfi d’armonia. Sembrava un aquilone tenuto da una mano di un bambino esperto. Un attimo di distrazione e giù il coltellino che si va ad affondare obliquamente nel corpo succoso del frutto. Questa volta il dolore lo sentii io per primo, e subito dopo arrivo il sibilo lungo nelle orecchie come vento refolo proveniente dall’alto dei muraglioni tufacei della cava. Per fortuna la nonna era vicina e sentì il mio lamento per lo sbaglio fatto. Anche questa volta, lei, con quel suo sorriso indecifrabile, disse:

«Dallo a me, che lo sistemo io».

Gli ricucì la ferita da me fatta e ritagliò nuovamente il fico giusto al suo centro-pancia. Le chiesi:

«Nonna, ora sta meglio? Non sente più dolore?».

«Sì, non ne sentirà più!».

Ovviamente, da quel momento in poi, io non tagliai più nessun altro frutto. Rimasi come incantato a vedere la nonna spaccare i fichi giusto nella loro metà.

Durante tutto il mese di agosto non facevamo altro che raccogliere i frutti dagli alberi, spaccarli ed esporli al sole. La notte la nonna li copriva con un telo. Diceva che non dovevano prendere umidità. Arrivato settembre c’era il grande trasporto. Dalla cava i fichi ormai secchi prendevano la strada del paese e lì, nella piccola casa della nonna, si doveva cominciare l’apparecchiatura. Allora a noi due si univa pure la mia mamma. Questa apparecchiatura consisteva nel riaprire i fichi e, nel centro della loro carnosa pancia seccata dal sole, riempirli di buccia di limone più una bella mandorla abbrustolita, qualche seme di finocchio selvatico (i semini della profumata carosella), appena appena un polpastrello di cannella, che allora era molto rara.

Ci fu una prima volta in cui fui ammesso anch’io a questo rituale, però con una raccomandazione, fatta sempre della nonna:

«Mi raccomando a trattare bene i fichi secchi altrimenti si lamentano. Devi distenderli come meglio ti riesce sul palmo della mano e, al centro della loro pancia, devi sistemare prima la mandorla poi la buccia di limone, infine i semini della carosella. Fai attenzione a non sprecare nulla e soprattutto, quando li schiacci, devi usare la giusta pressione altrimenti si lamentano».

Nuovamente non vi dico quanto grande diventava la mia paura perché, questa volta, non si trattava di raccoglierli, oppure di spaccarli, ma di schiacciarli. Per cui chiesi alla nonna:

«Ma scusa nonna, come faccio a sapere quanto posso schiacciarli?».

«Ecco devi fare così», rispose.

Ne prese uno, l’aprì nell’incavo della mano, gli allineò gli orli, quindi posizionò la mandorla, poi la buccia di limone, quindi spruzzò alcuni semini di finocchio selvatico, infine richiuse il fico con l’altra metà rimasta vuota.

«Va bene nonna, farò così».

Non vi dico il disastro che accadde. Intanto non riuscivo a contenere nell’incavo della mano il fico, e quando mi fu concesso dalla buona sorte di portare a termine l’operazione, accadde che nel chiudere le due parti, sentii nuovamente il lamento come sibilo lungo di vento refolo che mi sfiorava le orecchie. Non so cosa sia stato, forse un respiro lungo della mia mamma dal petto asmatico. Questa volta però lo spavento fu veramente grande e quello strano sibilo si fermò nelle orecchie. Tant’è che l’ho sentito per molto tempo dopo, e ancora oggi, che sono un vecchio bambino, quando il mio cuore è sfiorato dalla malinconia, lo risento come acufene.

Ma torniamo all’apparecchiatura e al momento in cui avevo sentito il lamento. Gettai subito il fico in aria, mi alzai e corsi verso l’uscita. Il grido della nonna e della mamma mi costrinsero a fermarmi:

«Ma dove stai andando? Torna indietro!».

«Ma nonna non hai sentito il lamento del fico. Ti prego non farmi fare più questo lavoro. Ho paura».

«Va bene, non farlo, però continua a guardare, perché può darsi che un giorno ti verrà voglia di raccogliere i fichi, di spaccarli, seccarli e apparecchiarli».

Aveva proprio ragione la mia nonna, che ora non c’è più e sta in cielo accanto al nonno sorridente: oggi che sono ormai un vecchio bambino non ho dimenticato di come si raccolgono, si spaccano e si apparecchiano i fichi e, guarda un po’, quelli che metto in vasetto provengono ancora dagli alberi della cava di tufo dove mio nonno cadde nel vuoto malamente e se ne volò in cielo senza aver prima baciato la nonna.

NOTE

* Scardullina = piccola cardatrice di lana; Picciottara = da Villa Picciotti (oggi Alezio), frazione di Gallipoli e che indica giovinotti/e; Pirinosso = uccellino pelle e ossa.

Fichi secchi mandorlati

Dono di Maurizio Nocera ©

che li ha raccolti nel campo di suo padre

in Contrada “ li Monaci”

Tuglie-Lecce-Italia

essiccati al sole, farciti con mandorle

semi di finocchio semini di anisetta

buccia di limone alloro e cannella

cotti in forno alla temperatura di 200°

e confezionati con le sue proprie mani

nell’estate 2017

Questa voce è stata pubblicata in I mille e un racconto, Memorie e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *