La storia del Risorgimento vista da un meridionale del Nord

di Maurizio Nocera

Il 18 novembre scorso ero a Milano, nel “Caffè Milano” di via Dante, al centro del centro storico della città, da una parte il Castello degli Sforza, dal lato opposto, appena superata piazza Cordusio, il Duomo e la splendida Galleria (non dico il nome di questa monumentale opera dell’uomo, perché risulterebbe poi in contrasto con quanto scritto nel corso dell’articolo).

Motivo dell’incontro: la consegna da parte di uno dei più importanti bibliofili italiani – il napoletano-milanese Mario Scognamiglio, già direttore della più antica libreria antiquaria della città (la Rovello), nonché fondatore delle riviste bibliofiliche «l’Esopo» e «l’Almanacco del Bibliofilo» – del suo ultimo libro, Zibaldone di invise verità. Meditate a Mosca sfarfallando nel tempo (I germogli de «l’Esopo», n. 6), il cui colophon così recita: «Stampato in 300 esemplari non venali di cui duecentosettanta contrassegnati in numeri arabi e trenta in numeri romani/ composizione in carattere Bembo, stampato dall’Officina Tipografica in Milano su carta arcoprint delle cartiere Fedrigoni. Tutti i volumi saranno offerti in dono agli amici dell’autore».

L’autore, l’ho scritto poco sopra, è Mario Scognamiglio, il quale fa una premessa, Jus Murmurandi, in cui scrive di aver raccolto in questo volume i suoi scritti, «apparsi negli ultimi 33 anni su “l’Esopo” e “l’Almanacco del Bibliofilo” […] riviste [queste] che, oltre a promuovere il culto del libro, hanno svolto con l’Aldus Club, la prestigiosa Associazione di Bibliofilia [presieduta da Umberto Eco, presente all’incontro del 18], da me fondata, finanziata e gestita, un’intesa e fruttuosa azione culturale, offrendo la possibilità a un gruppo di giovani scrittori, valorosi e intelligenti, di “emergere”, di poter esprimere, in assoluta libertà, le loro idee, le loro emozioni».

Detto questo però, perché scrivo di questo libro di un napoletano-milanese che vive a più di mille chilometri da Galatina? Semplicemente perché la nostra rivista – «Il Filo di Aracne» – più volte si è interessata di un argomento che sta a cuore a molti di noi. Vale a dire la problematica storico-letteraria che sta alla base del Risorgimento che portò all’Unità d’Italia nel secolo XIX. E di questa storia Mario Scognamiglio, originariamente napoletano, è grande conoscitore.

Ecco. Riporto qui di seguito alcuni passaggi del suo libro, che bene fanno vedere quale sia la visione di un meridionale vissuto per più di 50 anni in una città come Milano, considerata la capitale economica del Nord.

La sua prima considerazione riguarda l’obiettivo al quale egli rivolge le sue critiche, scrivendo: «Non farò sconti a nessuno, né agli attuali governanti del nostro Paese, eletti da nessuno, né alle Nullità nominate da uno spregevole allevatore di suini [Silvio Berlusconi]; suini famelici che continuano a rodere le risorse ormai azzerate di questa disgraziata contrada dell’Europa del sud. L’Italia, una democrazia incompiuta, rabberciata alla meglio da un modestissimo “statista” piemontese e da politicanti corrotti, servi di Casa Savoia, che orchestrarono, strumentalizzandola, una risibile “Epopea Garibaldina” che si affrettarono a cancellare, dopo aver umiliata Napoli con un plebiscito fasullo; un falso storico che determinò il tracollo di una grande metropoli europea e di un regno che, geograficamente, occupava più della metà del territorio della penisola, perpetrato in combutta con i soliti gattopardi e con l’apporto determinante di un esercito talebano, rozzo e crudele» (pp. 19-20).

Scognamiglio precisa poi il suo pensiero, analizzando quanto accadde nel Mezzogiorno d’Italia durante la fase cruciale del Risorgimento. Scrive: «Avanzando nel sud del Paese, per prendere possesso di vaste regioni, artatamente acquisite da un reuccio di provincia, questo esercito di briganti, precursore nelle scelleratezza delle SS naziste, si macchiò dei più orrendi delitti, di infamie inaudite, trucidando, bruciando vivi, nei loro villaggi, i “briganti” che coraggiosamente si erano opposti all’occupazione armata del loro secolare habitat» (p. 20)

Passa poi a scrivere delle nefandezze fatte dall’esercito piemontese: «Avete mai sentito parlare del generale Cialdini? Non credo. L’omertà più cinica continua a nascondere la verità su questo losco personaggio che nel 1861 partì da Torino, promosso luogotenente plenipotenziario dello Stato, con l’ordine perentorio di annientare in una settimana la resistenza delle provincie meridionali, mettendo a ferro a fuoco, senza esitazioni, la Lucania, la Calabria… [la Puglia e la Campania]. Terre incognite e selvagge, sconosciute e disprezzate dai due “statisti” che in quell’anno dominavano il Parlamento e il nuovo Stato di marca sabauda… Veni, vidi, vici. Il robot omicida obbedì. [Cialdini] giunto sull’Appennino [apulo]-calabro-lucano assunse, nel Regio Esercito, il potere dittatoriale che gli era stato conferito, intimando ai soldati di radere al suolo tutti i casolari, le masserie, e le stalle di quelle impervie alture boscose, massacrando senza pietà tutta la gente del luogo. Da buon comandante diede l’esempio, uccidendo a pistolettate decine e decine di uomini, donne e bambini. Fu una vera e propria mattanza, definita dagli storici più informati la più tremenda carneficina avvenuta in Italia; un genocidio etnico di inaudita ferocia che costò la vita a centinaia e centinaia di migliaia di onesti contadini, colpevoli di essersi opposti con coraggiosa dignità a un esercito straniero, aggressivo e tracotante, che disprezzava, con offensiva irrisione, gli usi, i costumi e le tradizioni del loro Paese. Veni, vidi, vici e, infatti, Cialdini vinse, bruciando vivi nelle loro case e nelle selve incendiate tutti gli sventurati “briganti” della Basilicata e della [Puglia]» (pp. 20-21).

Ma è quando scrive di Napoli, la sua città, che Mario Scognamiglio sente di più scendere nelle carni il martoriante coltello neocolonialista. Scrive: «La sorte di Napoli, la più ricca e popolosa capitale d’Europa, quindi del mondo, ancora oggi appare incredibile, allucinante. Annessa al regno di Sardegna, uno staterello semifrancese, posseduto da un tiranno savoiardo, triviale e avido, con i 1300 voti a favore ottenuto dal “plebiscito” del 21 ottobre 1860, Napoli fu spogliata di tutti i suoi averi, acquisiti dai vincitori come bottino di guerra. Il re “galantuomo”, dopo aver cancellato con un colpo di spugna il colossale debito che il Piemonte aveva contratto nel corso degli anni con gli istituti bancari napoletani, montò a cavallo con le sue truppe, seguito a ruota dal suo amico Cavour, deciso a liberarsi in fretta di Garibaldi che, in quei giorni, padrone assoluto di tutte le risorse economiche della città, stava sperperando ingenti somme di danaro, promuovendo attività e iniziative balorde volute dal suo amico Alessandro Dumas, da lui nominato Ministro della cultura. Riuscì ad “eliminarlo” agevolmente, sistemando per le feste, come suol dirsi, anche il suo seguito di “scalmanati straccioni”, in un misterioso incontro avvenuto presso Teano il 26 ottobre, dove l’imbelle generale, attirato in un tranello, subì l’onta del licenziamento. Undici giorni dopo, il 6 novembre, il “legittimo” nuovo padrone del Regno delle Due Sicilie fece il suo ingresso trionfale a Napoli, arraffando tutto quello che gli piaceva. Si impadronì delle sontuose regge e delle ville private dei Borboni, portandosi via la flotta e l’immensa riserva aurea custodita nei caveaux del Banco di Napoli, vale a dire il 70% dell’oro esistente in Italia. Ottenuto quello che voleva se ne tornò nella sua Torino ladrona, abbandonando la città al suo triste destino, affidandola ai camorristi» (pp. 23-24).

L’autore chiude poi questa sua riflessione su quella parte della storia d’Italia non ancora del tutto chiarita, o comunque scritta in modo premeditatamente artato: «Sembra una barzelletta, ma purtroppo è la pura verità. Questo sinistro personaggio [Vittorio Emanuele II], che l’esercito napoletano avrebbe potuto sbaragliare in ventiquattrore, inseguendolo fino a Chambery, esibendo un accredito di 1300 voti fasulli, si comprò Napoli… Concludo, segnalando agli amici torinesi più cari un libro intitolato Storia dei ladri del regno d’Italia. Da Torino a Roma. Fatti, cifre e Documenti (Torino, Felice Borri, 1873). Rappresenta una coraggiosa, documentatissima analisi sulle ruberie commesse dalle più note personalità risorgimentali, gli uomini chiave dell’Unità d’Italia, presidenti del Consiglio, ministri, deputati, magistrati e intrallazzatori vari. Questo libro non lo ha scritto un rancoroso napoletano, ma un torinese indomito, pubblicandolo nella sua città, Torino» (p. 26).

Che dire? Semplicemente che un’analisi sulla storia d’Italia, che passa sotto il titolo di Brigantaggio meridionale, così precisa e puntuale e a volte anche terribile, finora mai è stata scritta da storico alcuno. E comunque io non l’ho ancora letta. Per questo va dato grande merito al grande bibliofilo napoletano-milanese Mario Scognamiglio di avercela fatta leggere.

[“Il filo di Aracne”, anno VIII, novembre/dicembre 2013, pp. 14-15]

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