Viaggio nella memoria tra fantasia e realtà

di Augusto Benemeglio

Eravamo in tanti, quella fine di Agosto di più di vent’anni fa, a bordo del suo veliero, “Ikarus”, – sloop di 60 piedi disegnato da Roberto Starkel, pluripremiata imbarcazione per lunghe crociere veloci, il meglio che si può trovare a veleggiare in mare, – ormeggiato nel porto di Gallipoli.  E Massimo D’Alema, abbronzato e in perfetta forma, disse: “La conoscete la leggenda della Grotta della Poesia di Roca Vecchia?  Se due persone, un uomo e una donna vi entrano, i due non possono fare a meno di innamorarsi. A me è successo proprio questo, infatti mia moglie, Linda Giuva, è pugliese”.  Un applauso scrosciante e tanti hip hip hurrà per lui, ormai gallipolino d’adozione.  Il leader continuò a parlare: “Per me dopo Gallipoli, ci sono Otranto e Leuca, e lo sapete perché?  Sono luoghi ancestrali, rimangono sostanzialmente com’erano all’origine dell’uomo:  è come tornare nel cuore dell’uomo, nell’utero della storia. E poi ci sono la pizzica e la taranta, musiche rituali,  cose esorcistiche e sfrenate, fanno parte di quella cultura musicale popolare di grande qualità. Io sono qui non per rifare il Salento, ma per ridare al Salento la sua maestosità, la sua grandezza storica e antropologica, la sua dignità.”

Intanto avevamo preso il mare e in  mezzo al mareggiare di verde ecco apparire un sole grandioso, estremo: la cattedrale di Otranto col suo albero della vita che si colloca tra Bisanzio e il medioevo. “Il mare d’ Otranto – dice lo studioso d’arte algerino Abdul  Hamdi  – io  lo accosto all’Oceano Atlantico. È un mare violento, battuto dai venti proprio come l’Oceano che batte la costa di Casablanca. Le onde gigantesche dell’oceano le ho viste sotto la scogliera di Castro, di Otranto, di Leuca. Come l’Oceano, il mare si accaniva contro la costa rocciosa. Il sud è il luogo della dialettica e della complementarità.   Niente è scisso nel sud, tutto è complementare in modo spesso violento. Otranto è un luogo del passato dove il passato non è stato soppiantato dal presente. Per me il Salento è il luogo d’incontro tra l’occidente e l’Islam, una penisola protesa fra due mari; la vedo ferma da secoli, ma al tempo stesso naviga verso incontri e scontri con lingue, arti, culture, crociate invasioni, è una terra di confine e non finirà mai d’essere tale. Hanno ragione i politici pugliesi a chiedere il riconoscimento come luogo di frontiera, perché la Puglia è già frontiera mentale, pensiero, sogno, prima ancora che luogo reale, affacciato sul mare, sulle  coste dell’altra sponda. Ma sicuramente il Presidente D’Alema si darà da fare molto per ottenere questo riconoscimento”.

A bordo c’era anche un Ammiraglio sardo, che disse: “La verità purtroppo lo sapete qual è? Qui il mare  è più temuto che amato. Per via delle memorie delle incursioni piratesche. Questo è lo stesso mare che avevano solcato, quattromila anni fa,  i Fenici, pescatori prima,  poi mercanti abilissimi e pirati audacissimi,  che fondarono colonie a Palermo, Cagliari, Malta, Cadice e Cartagine, pietre miliari  del loro lungo cammino nella storia; è lo stesso mare dell’Odisseo omerico dalla fluttuante incertezza  per un travagliato  ritorno, il mare di Leuca la bianca, dove finisce l’ Italia, “in poca rissa/d’acque ai piedi di un faro” e dove, – come scrive Bodini – , “i salentini dopo morti/fanno ritorno/ col cappello in testa”.”

“Bodini è uno dei grandi del Novecento e non viene quasi più nominato, questa è una vergogna”, – disse Maria Luisa Spaziani, la volpe montaliana, premio Grinzane Cavour, Presidente della fondazione Montale.

Intanto si fece inversione di rotta, si tornava a Gallipoli e ci lasciammo sulla dritta il mare di Ugento dove si insabbiarono le navi di Pirro con  scudi , corazze  intarsiate,  spade, lance, elefanti e trovarono la morte tanti  giovani marinai  ellenici  sedotti  dalle voci delle mitiche  “sirene sfiorate  dall’aspro/  rotolare dell’onda”. L’antico mare messapico di Neriton,  misterioso insondabile e poderoso. In quest’eternità, negli abissi marini, giacciono molti marinai e pescatori salentini. “Noi vogliamo ricordarne uno”, disse Massimo D’Alema, con un pizzico di commozione, “parlo del “Burraschia”, al secolo Antonio Buccarella che  nel corso della sua non lunghissima vita (aveva cinquantasei anni) aveva visto, vissuto  e sofferto  tutti i drammi  dei naufragi e anche le tragedie per i tanti pescatori di Gallipoli,  amici e fratelli,  scomparsi  in mare. Era un marinaio  vero, di quelli che sanno tutto delle barche  dei venti e degli uomini che vanno per mare, marinai che ormai non esistono più, marinai  che vivono ogni giorno  come se fosse  unico,  con il  naufragio  costantemente addosso.  Di questi marinai, nessuno finora ha  narrato le  avventure epiche, l’eroismo, i rischi  drammatici del loro navigare in condizioni impossibili, le tragedie consumate nei loro  cuori. Eppure tutto questo fa parte della  storia  vera di Gallipoli, del Salento, dell’Italia e del mondo,  non  dei sogni  e delle  fantasie, dei  libri e dei film”.

È triste non vederlo più, Burraschia – io lo incontravo sempre nel bar del Canneto – ma andando per mare forse avremo modo prima o poi di rincontrarlo, perché la sua anima è lì, tra i venti e le tempeste.

Roma, 17 agosto 2018

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