Di mestiere faccio il linguista 36. L’imperfetto indicativo

di Rosario Coluccia

 L’aggettivo imperfetto nasce dal lat. imperfēctus e indica ciò che non è perfetto (che ha qualche difetto o mancanza) o che non è finito (che è incompleto o interrotto). Comunemente diciamo: funzionamento imperfetto, opera imperfetta, ipotesi imperfetta, l’uomo è un essere imperfetto, ecc. Quando è sostantivo, in grammatica indica un tempo verbale che può essere usato all’indicativo o al congiuntivo. Al congiuntivo, l’imperfetto si usa per indicare un fatto in rapporto con un altro fatto passato e ricorre, in dipendenza da un tempo passato indicativo o da un condizionale, per segnalare contemporaneità con l’azione principale («credevo che arrivasse in treno, non in auto»; «verrei se avessi il modo di farlo»); e inoltre in frasi che esprimono augurio, desiderio, supposizione («magari trovasse un lavoro»; «se mi dessi ascolto!»).

Accantoniamo per il momento il congiuntivo, oggi parliamo dell’imperfetto indicativo. Esso serve per esprimere un’azione o una condizione che continua o si ripete nel passato, non esaurita ma in via di svolgimento, senza che si possa precisarne l’inizio o la fine. Nella tradizione grammaticale esistono modi diversi di catalogare e di denominare le funzioni dell’imperfetto. Pur con qualche variazione nella terminologia, possiamo dire che le cose stanno nel modo seguente (schema di L. Serianni, Grammatica italiana, pp. 394-396, compresi alcuni esempi, con adattamenti e integrazioni).

Molto diffuso è l’imperfetto descrittivo, tipico delle descrizioni. «C’era una volta un soldato in congedo che non aveva da vivere e non sapeva dove battere il capo» comincia una delle fiabe dei fratelli Grimm, Il fuligginoso fratello del diavolo (nell’edizione italiana di Einaudi); «Era una notte buia e tempestosa» («It was a dark and stormy night» nell’originale inglese) è l’incipit dei racconti che Snoopy, il bracchetto di Charlie Brown, batte a macchina sopra la sua cuccia (quell’inizio reiterato di un capolavoro mai scritto dal bracchetto è diventato famoso, facendo dimenticare il suo primo autore, Edward Bulwer-Lytton, che nel 1830 iniziava così un melodrammatico racconto tipico dell’età vittoriana intitolato Paul Clifford). Vicini al primo sono altri due tipi. L’imperfetto iterativo, che segnala il carattere abituale e ripetuto nel tempo di un’azione. «Durante la crisi gli operai dell’ILVA entravano in fabbrica puntualmente alle sei del mattino». L’imperfetto narrativo (o storico, o cronistico), che mira a prolungare la durata dell’azione, come se volesse fissarla agli occhi del lettore o dell’ascoltatore (ha spiegato qualcuno). «Il bagnino si tuffava in acqua e, nonostante il mare agitato, riusciva a trarre in salvo il nuotatore inesperto».

In tutti questi casi si usa l’imperfetto per presentare un’azione realmente accaduta nel passato. Come è ragionevole. Il modo indicativo, a cui l’imperfetto appartiene, presenta un fatto nella sua realtà. E quindi: «i ragazzi fanno / facevano / fecero / faranno i compiti»; «guardo / guardavo / guardai / guarderò la partita alla tv». Ma l’imperfetto, molto usato nel parlato e nello scritto, acquista ulteriori estensioni perché nella lingua assume anche altre funzioni. Ad esso spesso ricorriamo per rappresentare alcune sfumature del nostro pensiero. In concreto, attraverso l’uso dell’imperfetto manifestiamo il nostro atteggiamento nei confronti del contenuto dell’enunciato: certezza, probabilità, possibilità; o anche comando, preghiera, divieto ecc. Usando l’imperfetto con queste finalità particolari, trasferiamo l’azione dal mondo della realtà in un mondo irreale, ipotetico o possibile. Il riferimento a fatti eventuali, solo immaginati o supposti, implica un distacco dalla realtà che in un certo senso contrasta con la caratteristica fondamentale dell’indicativo, per definizione il modo verbale attraverso cui si esprime la realtà.

Guardiamo i casi seguenti. L’imperfetto fantastico (o irreale) evoca un avvenimento immaginario del passato, un’eventualità che nei fatti non si è realizzata («potevamo non timbrare il biglietto, non c’è stato nessun controllo» «eh sì, magari a un certo punto arrivava il controllore e ci faceva una bella multa» [quest’eventualità non si è verificata]). L’imperfetto conativo enunzia fatti rimasti a livello di progettazione, di desiderio, di rischio («Bel lavoro mi faceva fare!… Un altro po’ ammazzavo compare Santo», Verga, Mastro-don Gesualdo 11). L’imperfetto potenziale (o prospettivo) esprime una forma di supposizione o di dubbio («davvero non capisco, sono un po’ preoccupato. Dovevano essere qui alle 8, sono le 10 e non si vede nessuno»). L’imperfetto ludico (o onirico) è caratteristico delle finzioni messe in atto nei giochi infantili, al momento della distribuzione dei ruoli (ad es.: «facciamo che io ero Barbie e tu eri Ken»). L’imperfetto ipotetico, si usa qualche volta nelle ipotetiche di irrealtà del tipo «se lo sapevo non ci andavo» al posto del tipo «se l’avessi saputo, non sarei venuto» (in questo caso il costrutto con l’indicativo può essere tollerato solo in contesti comunicativi piuttosto rilassati ed è censurabile nella lingua di chi aspira ad una apprezzabile padronanza della lingua). L’imperfetto di cortesia (o di modestia) rende meno categorico, trasferendolo al passato, il tenore di una richiesta che è invece attuale (ne vedremo gli esempi tra poche righe). Al futuro si riferisce un altro uso, quello dell’imperfetto epistemico che richiama, in previsione del futuro, presupposti o conoscenze o credenze precedenti: «partiva domani sera, ma gli si è rotta la macchina».

Dal punto di vista delle modalità che regolano l’interazione fra i parlanti (in linguistica si dice dal punto di vista pragmatico), questi modelli hanno successo perché minimizzano l’urgenza delle richieste e delle dichiarazioni, sono rivolti ad esprimere una maggiore disponibilità nei rapporti interpersonali, come accade in modo emblematico nell’imperfetto di cortesia. Qui l’effetto attenuativo può essere dettato da ragioni di asimmetria sociale, ad esempio nei rapporti commerciali. Chiedere: «desiderava qualcosa?» invece di «desidera qualcosa?» appare più gentile. In altri casi l’imperfetto serve ad attenuare la perentorietà di una richiesta: «volevo sapere quanto costa questa camicia» (invece di «voglio sapere…»); «buongiorno, dovevo prenotare un appuntamento con il dentista» (invece di devo prenotare…»). Un avviso di «wetransfer», che consente di inviare gratuitamente file pesanti attraverso la rete, quando si supera il numero degli indirizzi consentiti con garbo avverte: «pensavamo che tre fossero tanti. Hai aggiunto troppi indirizzi» (invece di «pensiamo …»).

L’obiettivo della cortesia non si raggiunge solo mediante quest’uso particolare dell’imperfetto. Tra i modi verbali, sono indicatori di cortesia (e anche di attenuazione) alcuni usi del futuro: «non ti nasconderò che le tue parole mi hanno fatto male (invece di «non ti nascondo…») o «riposati, sarai stanco» (invece di «riposati, sei stanco»); e del condizionale: «non sarei d’accordo con chi mi ha preceduto» (invece di «non sono d’accordo»); e del congiuntivo, cambiando il pronome allocutivo (non “tu”, ma “lei”): «prenda ancora un po’ di torta» (invece di «prendi ancora …»); «gradisca i miei migliori saluti» (invece di «gradisci …»). Quest’ultima è una formula burocratica che si usa solo in lettere e in saluti formali.

Usare in modo flessibile la lingua modera la conflittualità e favorisce l’armonia delle interazioni comunicative. Ne abbiamo bisogno, in una società che spesso preferisce l’insulto e l’aggressione, come i gruppi social dimostrano (l’ho detto spesso, lo ripeto, a costo di essere noioso).

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di Domenica 16 settembre 2018]

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