In punta di penna. Memoria e poesia in un racconto di Antonio Resta

di Luigi Scorrano

Un post-racconto, legato a uno di quei titoli a bilancia (si vedano i suoi precedenti L’attesa, il mare – 2013 – e Il miele, l’ombra – 2017) e nei quali si disegna netto il cuore della narrazione, introduce alle intense pagine costituenti la nuova prova di scrittura di un raccontatore scaltrito e il profilo di un personaggio che, in grazia della parola che lo ricrea, si colloca nella galleria di figure complesse la cui storia costituisce un suggestivo “romanzo di formazione” (ANTONIO RESTA, Accecante col suo buio, Edizioni Grifo, Lecce 2018). Quello che ho definito come post-racconto informa sulla genesi del libro recente. Nelle pagine che lo compongono, di seguito al racconto vero e proprio, emerge l’attenzione verso due ambienti cari all’esperienza di Resta: il paese natale, Neviano, nel Salento, la sua terra d’origine amata e raccontata efficacemente nei suoi aspetti quotidiani, e Pisa, la sua “dimora vitale”, il luogo, operoso teatro della mente, propizio alla severità della ricerca. Che cosa racconta questa ‘storia’ affascinante e capace di esplorare, attraverso gli incanti dell’età favolosa e le disillusioni dell’età matura , i sentimenti più gelosi e gelosamente custoditi nel cuore?

Protagonista è Michele, colto nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza: in una posizione, privilegiata per saper guardare ancora a un mondo che sta per schiudergli i suoi segreti. Personaggio, però, è anche il mare, osservato, amato, frequentato, rappresentato nei suoi colori, nella sua irrequietezza e nelle sue calme, vivo di colori, sorpreso nelle luci che sul marezzo o sull’agitazione di diversi momenti del giorno offre l’indicibile spettacolo dei suoi mutamenti. Se ne veda qualche passaggio: “Il mare è una distesa piatta, sotto un cielo immobile. Tutto sembra fisso come in un dipinto’’ (p. 16): “La spiaggia finisce, o si interrompe, per lasciare spazio a un tratto di scogliera. Nelle piccole conche di acqua marina, raro il muschio verdeggia tra il grigio della roccia” ( p. 23) ; “Davanti leggero è il movimento del mare, balenante di spicchi di luce, che si inseguono senza sosta” (p. 29); “Davanti, l’attesa livida del mare. Una macchia scura, lo scoglio, nudo, solo, sulla superficie violacea. Il mare, orlo del destino per quanti vivono in questa penisola di sole e di pietre, segue ogni suo movimento, Michele lo sa, ogni suo pensiero, mentre fa finta di dormire. Il cuore si sporge in ascolto; come un muro, il silenzio. Il sole scivola sull’acqua, tocca la spiaggia. Nell’aria scorre ancora un sentore fresco di foglie. Il mare è una tacita striscia di pittura’’. (p. 45). Al centro c’è Michele, il suo mondo di affetti domestici, l’infanzia con le sue interrogazioni al futuro, con le sue gioie e le sue malinconie. Una corona di visi amati, di creature amate: la gazza Amina, il cavallo Martino, i compagni di giochi: Eutichio, Cristina dal carattere ribelle ma che intraprenderà un cammino diverso da quello che si poteva presagire proprio a specchio di quel carattere; e poi donna Agatuccia, e don Giustino: persone amate di cui si registra, legge del tempo, l’umano tramonto. Resta si fa osservatore acuto di quel mondo piccolo e antico che s’avvia anch’esso al tramonto e che non sarà salvato se non, labilmente, nella memoria. E anche la memoria sarà destinata a tramontare sul passo delle generazioni che sorgono e tramontano. Investe delicatamente le pagine di Resta un senso di vanità delle cose appena temperato dai rapporti umani, dalle consuete attività che servono a dare un senso alla vita. Non è una forma di consolazione il riandare con la mente a tutto quello che l’opera va considerando. Non diciamo un senso desolato dell’esistenza. Non vi è traccia di questo; c’è se mai, uno sguardo fermo su tutti gli eventi dell’esistenza e quello che potrebbe dirsi il peso degli anni non è che un pensoso approfondimento delle ragioni riconsiderate da una specola lontana e ancora seducente, ma dall’amara seduzione del passato. L’autore conduce un dibattito interiore che non si aggrappa a ragioni sostanzialmente estranee e che risulterebbero, le si accogliesse, pretesti opposti a mascherare qualche tratto di impazienza. Ci sono, nelle pagine di questo aureo breviario del rammemorare, disegnati personaggi che non occupano interamente il campo della rappresentazione: la stessa discrezione si applica a uomini e cose. Lo spettacolo della natura, sempre così attraente a spingere all’osservazione amorosa del grande e del piccolo: la fogliolina che si spinge verso il cielo aperto per cercare nello spazio la sede in cui sarà nel cerchio destinato di natura; c’è la farfalla, un’umile cavolaia, che cerca il suo fiore. Tutto è disposto in un ordine delle cose quale la legge di natura assegna a ciascuno. C’è anche, però, qualcosa che va al di là del puramente naturale: l’acquisizione reciproca di segni d’una istintiva vicinanza. Esemplare la vicenda del cavallo Martino che, passato ad altre mani per necessità, non si adatta al nuovo proprietario e finirà – quasi per una oscura istintiva protesta – per lasciarsi travolgere dalla morte. Nulla di epidermicamente sentimentale, niente storie che vogliano apparire rivestite di paludamenti edificanti. La sobrietà dello scrittore è a tutta prova.

Antonio Resta ha costruito nelle sue pagine non solo una storia appassionata e teneramente disposta nelle sue parti ma ha dato spazio all’osservazione di un dentro/fuori dell’animo umano; o in quel sopra/sotto di cui fa una sorta di emblema. La scrittura limpida, ricercata (che anche in tempi di scritture calamitose non guasta, sulla linea di una dignità ch’è rispetto per la scrittura stessa,) attinge moderatamente alle moderne forme del comporre evitando la monotonia della disposizione cronologica, disponendo in piccole unità autosufficienti parti di volta in volta leggibili per sé e componibili in insiemi che callide giunture avviano poi sapientemente ad unità. La scrittura di Resta va alla ricerca della parola esatta, della formula abilmente cucita da portare ad armonia; le varie ‘sezioni’ sono richiamate al tutto che deve, di necessità, comporsi.

In altri tempi si sarebbe definita la scrittura di Resta una scrittura “in punta di penna”: precisa ed elegante. Così è; e si segnala, al traguardo del lavoro, una conclusione limpida e toccante: “Le cose sono le cose, forse il mare dirà, e non c’è da aspettarsi risposte. [… ] L’aria è limpida, la sabbia morbida e calda. Le cose sono le cose. Seduto in silenzio, accanto all’alberetto di tamerice, su un blocco di calcarenite staccatosi da un muretto pochi metri dietro le spalle, accolgo sulla pelle questo ultimo tepore di sole, e guardo, guardo, il mare”.

 [“Presenza taurisanese” anno XXXVI n. 11 – Novembre 2018, p. 6]

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