Da «La Tavola rotonda» alla «Rivista d’Italia»: Saponaro redattore (attraverso le lettere)

di Antonio Lucio Giannone

Tra i tanti aspetti dell’attività di Michele Saponaro emersi in questi ultimi tempi grazie anche alla presenza dell’Archivio dello scrittore conservato presso il Dipartimento di Filologia, linguistica e letteratura dell’Università del Salento, uno dei più sorprendenti è senza dubbio quello dell’operatore culturale, e in particolare del redattore-capo. Com’è noto, infatti, Saponaro, che per tutta la sua vita collaborò intensamente a numerosi quotidiani e riviste, in due occasioni ebbe appunto la responsabilità diretta di altrettanti periodici, «La Tavola rotonda» di Napoli, e soprattutto la «Rivista d’Italia» di Milano. Questo aspetto è stato già da me messo in luce in alcuni contributi che ho pubblicato negli anni scorsi, ma nella presente occasione ritornerò a parlarne in maniera unitaria utilizzando anche le lettere inviate a Saponaro da vari collaboratori delle due riviste, conservate nell’Archivio. Mi sembra particolarmente importante ritornare su questo argomento perché l’attività di operatore culturale, così come si è configurata, è un’ulteriore conferma, ammesso che ce ne fosse bisogno, che egli era inserito, fin dall’inizio, nella società letteraria italiana, aveva rapporti con alcuni dei più rappresentativi scrittori e  intellettuali dell’epoca e quindi era perfettamente al corrente degli sviluppi della letteratura novecentesca soprattutto nel campo della narrativa e del teatro.

Ma incominciamo dalla prima di queste due esperienze, la redazione del periodico napoletano «La Tavola rotonda», sui cui Saponaro, peraltro, fece il suo esordio il 20 maggio del 1906 con una poesia intitolata A mia madre[1]. Era, questo, un settimanale fondato nel 1891 dall’editore Ferdinando Bideri, nel quale spartiti e canzoni napoletane (un settore, quello musicale, in cui l’editore aveva precisi interessi) si alternavano a testi creativi, in versi e in prosa, articoli e recensioni letterarie, teatrali e musicali. Intorno a «La Tavola rotonda» gravitava un gruppetto di giovani scrittori, come Biagio Chiara, che ne fu il redattore-capo prima e dopo il Nostro, Decio Carli, Achille Macchia e altri piuttosto aperti alle novità letterarie, e in particolare alle correnti più avanzate che in quel periodo venivano soprattutto dalla Francia, come il simbolismo[2]. Saponaro, quindi, che a Napoli si era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dove si laurea nel 1906, poco più che ventenne entra in contatto con questo gruppo di letterati e collabora a «La Tavola rotonda» dal 1906 al 1909 con versi di intonazione carducciana e dannunziana, articoli su autori classici e moderni, italiani e stranieri (Alfieri, Foscolo, Carducci, Di Giacomo, Shakespeare, Zola) e curando una rubrica di cronache e recensioni teatrali, nella quale apparvero, fra l’altro, note su Ibsen, Serao, Di Giacomo, ecc.

Ebbene, proprio Saponaro, che allora usava lo pseudonimo carducciano di Libero Ausonio, subentrò a Biagio Chiara come redattore-capo del periodico a partire dal 14 agosto del 1908 e vi rimase fino al 28 febbraio dell’anno seguente, in una fase quindi particolarmente delicata nella storia letteraria e artistica del secolo passato. Proprio il 20 febbraio del 1909 infatti, com’è noto, venne fondato il futurismo ad opera di F. T. Marinetti con un manifesto apparso per la prima volta nella sua integralità sul quotidiano parigino «Le Figaro». Ecco, lo scrittore salentino nel breve periodo in cui fu redattore-capo della «Tavola rotonda» ebbe il merito di aprire questo periodico al maggiore movimento d’avanguardia del Novecento, pubblicando il manifesto, nella sua parte centrale e finale, il 14 febbraio 1909, sei giorni prima dell’uscita sul quotidiano francese. La pubblicazione era accompagnata da una breve nota redazionale nella quale si dava notizia della fondazione di una «nuova scuola letteraria» ad opera di «Poesia», senza esprimere per il momento un giudizio in proposito e lasciando «ai lettori la libertà del commento»[3]. In effetti, il manifesto, senza la prima parte, era già apparso, come si è scoperto recentemente, su vari giornali italiani, come «La Gazzetta dell’Emilia» di Bologna il 5 febbraio, «Il Pungolo» di Napoli il 6, «La Gazzetta di Mantova» e «L’Arena» di Verona il 9, perché nel gennaio di quell’anno Marinetti aveva stampato il manifesto in un volantino e l’aveva inviato a numerosi intellettuali e redazioni giornalistiche in Italia e in Europa per sollecitarne un giudizio ed eventualmente per avere un’adesione.

Ma come si spiega, in particolare, questo interesse dello scrittore salentino verso un movimento da cui in fondo era e sarà sempre lontano? Si spiega col fatto che egli era entrato in rapporto con Marinetti il quale l’aveva invitato a collaborare alla rivista milanese «Poesia», da lui fondata nel 1905, dove infatti pubblicò due liriche e un articolo. Questo rapporto si fece più stretto proprio nei mesi in cui Saponaro diventò redattore-capo del periodico napoletano, sul quale uscirono due sue recensioni di altrettante opere di Marinetti scritte in francese, Les dieux s’en vont, D’Annunzio reste, apparsa il 14 agosto 1908, il primo numero della sua gestione, e La ville charnelle, che invece uscì il10 gennaio 1909.

Nell’Archivio ho ritrovato tre lettere del fondatore del futurismo a Saponaro, che ho già pubblicato in un articolo compreso negli Atti di un Convegno di studi dedicato a «Poesia»[4]. In questa sede vorrei citarne soltanto una, la più significativa, che risale al giugno del 1909, nella quale Marinetti manifesta tutto il suo entusiasmo per il movimento da lui fondato e ritorna su alcuni dei motivi più tipici del futurismo che compaiono già nel manifesto di fondazione, cioè il rifiuto del passato, in tutte le sue forme, e l’esaltazione dei nuovi mezzi di comunicazione e di trasporto:

Caro Libero Ausonio,

Fu per un errore, che il vostro nome venne omesso dall’elenco degli autori di poesie che saranno pubblicate.

Riparerò a questo errore, pubblicando immancabilmente nel prossimo numero il vostro bellissimo Notturno.

Vi raccomando intanto la più fervida propaganda in favore di Poesia nei vostri numerosi articoli, e in favore del movimento futurista, che, come vedrete in questo ultimo numero quadruplo, si allarga dovunque, sollevando molte proteste, ma anche innumerevoli adesioni.

La Francia, l’Inghilterra e l’America del Nord sono con noi, contro tutti i pedantismi, contro tutti gli snobismi archeologici, contro tutta le accademie, contro i vecchi e i vili, per l’avvento di una letteratura forte, libera e guerriera, che glorifichi questo momento storico veramente unico, segnato dalle prime conquiste dell’aria.

Una letteratura in armonia con le officine, i radiotelegrammi, le corazzate, gli automobili e gli aeroplani.

Con questo augurio vi abbraccio affettuosamente.

Vostro

F. T. Marinetti[5]

Ovviamente – come ho già detto, ma è bene ripeterlo – Saponaro non aveva e non avrà mai niente a che fare col futurismo, né nelle sue opere verranno esaltati i temi della modernità (i nuovi mezzi di trasporto, di comunicazione, ecc.) come accade nella lettera citata, ma è significativo questo suo coinvolgimento, sia pure occasionale e momentaneo, nella storia del movimento marinettiano.

Sulla «Tavola rotonda» lo scrittore si occupò anche dell’opera di due letterati con i quali stabilì fecondi e duraturi sodalizi, il commediografo napoletano Roberto Bracco e il poeta e narratore romagnolo Marino Moretti. E infatti accenni alla sua gestione del periodico compaiono nelle loro lettere a lui inviate, che sono state già pubblicate da Michele Tondo[6]. Bracco, a cui Saponaro dedica un articolo il 3 febbraio 1907, e che era stato uno dei suoi primi punti di riferimento nell’ambiente letterario partenopeo, così gli scrive in una lettera datata «Napoli, 28 – 8 – 1908», congratulandosi con lui per l’incarico di redattore-capo che gli era stato appena dato:

Caro Saponaro,

La Tavola rotonda è affidata a voi? Me ne congratulo. Vedete bene che avevo ragione quando vi dicevo che voi non avevate bisogno di protezioni, di soccorsi, di appoggi. Vedete bene che non m’ingannavo quando vi dicevo di scorgere nel vostro bellissimo ingegno precoce e nella vostra precoce cultura i segni d’una vera forza destinata alle vittorie[7].

Moretti invece, allora giovane scrittore esordiente e sconosciuto (il suo libro di versi più famoso, Poesie scritte col lapis, esce nel 1910) lo ringrazia costantemente per l’attenzione che rivolgeva a lui e alla sua opera. In una lettera del maggio 1908, ad esempio, lo ringrazia appunto per un sonetto, dal titolo A un torrente, che gli aveva dedicato, da lui giudicato «forte e nutrito»[8], ricambiandogli la simpatia. In un’altra, del primo febbraio 1909,  per l’omaggio della «Tavola rotonda» che riceveva sempre «con piacere»[9]. In un’altra ancora, del 16 febbraio di quell’anno, per un articolo, apparso sulla «Tavola rotonda» il 14 febbraio 1909, su Leonardo da Vinci, un poema drammatico scritto insieme a Francesco Cazzamini Mussi. Così scrive in questa lettera:

Mio caro collega,

ò voluto aspettare di leggere il vostro articolo prima di rispondervi. Che dirvi? Vi basti questo: mi sono commosso. Quante belle cose avete detto, amico mio! Macché severo! Troppo buono siete stato! L’articolo è bellissimo: è forse il più bello ch’io abbia letto sul «Leonardo» […]. Ma voi ci avete compreso meglio. Mi dispiace soltanto che abbiate avuto delle lodi per me solo: lodi molto lusinghiere, ma personali. Grazie ad ogni modo. Io ò imparato già da qualche tempo ad ammirarvi: ora ò imparato a volervi bene[10].

Infine, in un’altra lettera, del 3 aprile 1909, gli chiede notizie di Biagio Chiara che aveva preso il suo posto come redattore-capo della «Tavola rotonda».

Ma se questo incarico durò solo pochi mesi, ben più duraturo e impegnativo fu quello assegnatogli nel 1918 a Milano quale unico redattore della «Rivista d’Italia». Nel capoluogo lombardo lo scrittore si era trasferito nel 1914 a Milano, dove per un certo periodo aveva lavorato presso la Biblioteca di Brera. Qui però aveva rinunziato a quell’incarico per dedicarsi interamente all’attività letteraria e alle collaborazioni giornalistiche. Anche questa vicenda è stata da me ricostruita in un saggio apparso negli Atti di un altro Convegno milanese dal titolo «Letteratura e riviste»[11], ma di recente ho ritrovato un articolo dello scrittore, in cui egli rievoca questa esperienza a distanza di quarant’anni esatti, dal titolo Come rinacque una rivista, che ci fa conoscere dettagli inediti e interessanti.

In sintesi, ricordo che la «Rivista d’Italia», edita dalla Società editrice Dante Alighieri, era nata nel gennaio del 1898 dalla fusione di due altri periodici di fine Ottocento, «La Vita italiana» e «L’Italia», sul modello della gloriosa «Nuova Antologia», attiva fin dal 1866[12]. Anche in questo caso, infatti, si trattava di una rivista di cultura generale, a periodicità mensile, che alternava, a studi e articoli di vario argomento, testi creativi, in versi e in prosa, fornendo inoltre un’informazione in diversi campi del sapere attraverso numerose rassegne. La direzione venne affidata a un letterato allora assai noto, Domenico Gnoli (che fu anche direttore della Biblioteca nazionale «Vittorio Emanuele II» e usò lo pseudonimo di Giulio Orsini per una sua raccolta di versi), il quale raccolse intorno a sé alcuni dei rappresentanti più illustri dell’Italia di fine secolo, da Carducci a Capuana, da Venturi a Pica, da Fogazzaro a De Amicis, da Lombroso a Villari, oltre ai maggiori rappresentanti della ‘scuola storica’. Nel gennaio del 1900, gli subentrò, per due anni esatti, Giuseppe Chiarini, mentre nel 1902 la Società Dante Alighieri, che aveva edito il periodico fino ad allora, cedette la proprietà della rivista ad Augusto Jaccarino, il quale la diresse insieme a Chiarini fino all’aprile del 1903 e da solo fino al 1917, dandole un’impronta di maggiore attualità. Per la «Rivista d’Italia» comincia però da allora un periodo di decadenza: i vecchi prestigiosi collaboratori si allontanano, la parte informativa  si riduce di molto, i testi letterari scompaiono del tutto.

Il 1918 segna perciò davvero una rinascita del periodico, che cambia proprietà, direzione, redazione e sede. La proprietà passa a Gian Luca Zanetti, un avvocato bresciano che l’anno precedente aveva acquistato, insieme a Edgardo Longoni, anche il quotidiano milanese «Sera», del quale assunse la direzione[13]. Sia «Sera» che la «Rivista d’Italia» finirono poi sotto il controllo di un gruppo editoriale, l’Unitas, fondato nel 1919 sempre da Zanetti, il quale diventa anche il direttore della rivista insieme ad Adolfo Omodeo. La sede della redazione, infine, si trasferisce da Roma a Milano. Redattore unico è nominato appunto Saponaro che in pratica diventa il solo responsabile del periodico. Ma come avviene questa scelta?

Ecco, Saponaro, secondo quello che racconta egli stesso, collaborava già al quotidiano «Sera», quando il giorno della vigilia di Natale del 1917 venne convocato dall’avvocato Zanetti, il quale gli offrì la direzione della rivista che aveva acquistato con l’intenzione di rilanciarla. Dopo un attimo di perplessità, perché – confessa – avrebbe preferito «fare una rivista nuova che rifare una rivista vecchia»[14], accettò mettendosi subito al lavoro e il mese successivo, alla fine di gennaio del 1918, uscì già il primo fascicolo della rinnovata «Rivista d’Italia».

Su di esso c’è un articolo programmatico, non firmato, dal titolo Ai lettori, di notevole spessore e sul quale ho già richiamato l’attenzione, che non sappiamo se debba attribuirsi, interamente o in parte, a Saponaro. Qui erano esposti i criteri ispiratori della rivista, che

non ebbe, non ha e non avrà apriorismi; non cerca ideologie vane; non arida e gretta erudizione; non temi frivoli e insignificanti.

Essa ha onorato e onorerà il pensiero e la bellezza, ma con essi l’azione e non meno di essi l’alto senso pratico che viene dall’esperienza, colla quale si terrà a continuo immediato contatto come alla eterna forza vivificatrice[15].

Ma soprattutto era costantemente sottolineato il legame con la nuova sede attraverso il riferimento ai maggiori rappresentanti della tradizione culturale lombarda, da Parini a Manzoni, da Volta a Romagnosi, e alle sue  riviste più note, dal «Caffè» dei Verri e di Beccaria al «Politecnico» di Carlo Cattaneo, al «Crepuscolo» di Carlo Tenca. Non a caso nell’articolo era riportato un lungo brano, tratto proprio dal preludio alla seconda serie del «Politecnico», nel quale Cattaneo riaffermava la necessità di mettere costantemente in rapporto «scienza» e «arte», pensiero e azione. Alla fine si sosteneva l’importanza di coltivare il sapere in ogni tempo, «costituendo il sapere l’arma in ogni ora più potente e sicura, anche in quelle più tragiche, per risollevare le sorti della Nazione alla luce ed alla prosperità; la forza che ravviva, guida, centuplica, esalta ogni energia»[16].

Ma come riuscì Saponaro, che in fondo era arrivato a Milano da poco tempo, ad allestire in appena un mese di tempo un corposo fascicolo della rivista, di ben 114 pagine, che conteneva testi di scrittori, come Ada Negri, Alfredo Panzini, Luigi Pirandello, di filologi e critici letterari come Nicola Zingarelli e Alfredo Galletti, di giuristi come Ettore Ciccotti, di economisti come Achille Loria, di scienziati come Orso Maria Corbino, oltre alle rassegne e al notiziario?

Vediamo come risponde lo stesso scrittore in un brano del suo articolo:

Miracoli non si compiono nelle redazioni delle riviste, ma è certo che oggi, a riguardare da così lunga distanza tanto lavoro macinato in poche settimane, mi pare davvero cosa incredibile. Non avevo scorte e riserve, dovevo cominciare dal nulla. Non avevo nemmeno chi mi aiutasse in redazione e in tipografia. Avevo con me solo la volontà di riuscire e l’ardore e la prodigalità dei trent’anni. Avevo anche dentro, a tutti nascosta, la forza dell’orgoglio di essere a capo di una rivista, io l’ultimo arrivato in una città dove circolavano già tante barbe letterarie e giornalistiche. Da poco giunto a Milano e alcuni mesi persi per il richiamo alle armi, che mi tenne confinato in una caserma e in un ospedale a Napoli, mi mancavano però le buone conoscenze dirette, fuori di Ada Negri e di Alfredo Panzini, che abitavano a Milano, e mi avevan ricevuto con fresca familiarità nelle loro case. Anche Pirandello conoscevo, per essere andato a salutarlo nel camerino di un teatro, dove si rappresentava con grande successo la prima delle commedie che gli dié grande fama: Così è, se vi pare.[17]

In effetti Saponaro non solo riuscì a mantenere fede ai suoi impegni, facendo uscire sempre «puntualissimamente»[18] i fascicoli della rivista alla fine di ogni mese, ma ebbe il merito anche di riportare la «Rivista d’Italia», che negli ultimi anni – come s’è detto – era piuttosto decaduta, al livello delle precedenti gestioni di Gnoli e Chiarini. Di ciò egli era pienamente convinto, tanto che in una lettera a Francesco Chiesa del 9 ottobre 1919 arrivò a definirla senza esitazioni, e forse non sbagliando del tutto, tenuto conto del livello delle riviste del tempo, «il migliore dei periodici italiani di cultura»[19].

.           Allora, come si mette a lavorare Saponaro? Ecco, egli innanzitutto cerca di imprimere un forte rinnovamento alla rivista, invitando personalmente alla collaborazione alcuni degli esponenti più illustri della cultura italiana. Ma a questo proposito mi piace riportare un altro brano del suo articolo:

Ebbi la collaborazione assidua di Benedetto Croce e di Vilfredo Pareto, di Guido Mazzoni e di Ettore Romagnoli, di Giuseppe Fraccaroli e di Giuseppe Prezzolini, di Guglielmo Ferrero e di Arturo Farinelli, di Angelo Conti e di Eugenio Donadoni.Scrissero per me Cecchi e Janni, Cesareo e Chiappelli, Ruffini e Pavolini, Pica e Sila, Lugli e Rabizzani; i ministri Bonomi, Meda e Rava; Bertacchi, Pastonchi, Chiesa, Novaro, Lipparini, Cavacchioli, poeti; Bracco, De Roberto, Praga, Lopez, Paolieri, Beltramelli, Moretti, Rosso di san Secondo, Ercole Luigi Morselli, novellieri e commediografi[20]

Da questo elenco, in realtà, che come s’è visto comprende non solo letterati, ma anche filosofi, sociologi, storici dell’arte, politici, molti ormai caduti in oblio ma allora tutti di grande fama, sono esclusi, alcuni per dimenticanza ma altri più probabilmente per una sorta di censura ideologica, comprensibile con l’epoca in cui Saponaro scrisse questo articolo e con le sue personali scelte politiche di allora, altri personaggi prestigiosi della nostra cultura novecentesca. E cito almeno il grande filosofo Giovanni Gentile e la storica dell’arte Margherita Sarfatti, che dovevano diventare due tra le personalità più in vista del regime fascista in campo culturale, l’altro filosofo Giuseppe Rensi e il grande romanziere Federigo Tozzi, oltre ai tre che però Saponaro aveva ricordato prima, e cioè Ada Negri, Alfredo Panzini e Luigi Pirandello. Ma da questa lista mancano anche tanti altri nomi che sarebbe troppo lungo semplicemente elencare.

Solo uno – confessa – a cui teneva tantissimo, «non trovò mai il tempo, o la voglia, di cercar tra le sue carte qualcosa per la Rivistad’Italia, e alle mie insistenze – continua Saponaro – (poiché m’ero fatto un punto d’onore raggiungere quel gran nome)  rispose no e no»[21]. Costui era Ferdinando Martini, un altro personaggio molto famoso nell’Italia di fine Ottocento e primo Novecento in campo letterario, giornalistico e politico, e fondatore, fra l’altro, di importanti giornali letterari come «Il Fanfulla della Domenica» e «La Domenica letteraria».

Un posto a sé, in questa rievocazione, l’autore riserva a Luigi Einaudi, grande economista e futuro presidente della Repubblica, il quale dapprima rifiutò l’invito a collaborare ma poi gli scrisse la seguente lettera che Saponaro riporta nell’articolo, e che non è presente invece nell’Archivio:

Qualche tempo fa le risposi che non potevo prendere alcun impegno di collaborare alla sua rivista. E così è difatti.

Ma essendomi accaduto di leggere sull’Avanti! una sciocca frase e di inquietarmi, mi venne fatto di buttar giù le unite cartelle; e così come sono, glie le mando. Veda lei che cosa se ne può fare. Suo dev.mo Luigi Einaudi[22].

E in effetti Einaudi gli mandò un articolo dal titolo Il governo delle “cose” che uscì sulla «Rivista d’Italia» nel fascicolo del 31 gennaio 1919,

Anche l’articolazione interna della rivista venne modificata e meglio precisata: la prima parte comprendeva  articoli di cultura generale alternati a testi letterari che tornarono ad avere un loro spazio; la seconda aveva invece un carattere informativo ed era basata su varie rassegne, affidate a specialisti, spesso docenti universitari, relative ai più svariati campi del sapere – dalla letteratura all’arte, alla musica, al teatro, ma anche alla storia, alla politica, all’economia, alla sociologia, alle scienze, ecc.; la terza parte infine era costituita dal notiziario.

Una delle maggiori novità introdotte da Saponaro fu rappresentata dalla rubrica intitolata Gli uomini dell’Italia odierna, inaugurata nel fascicolo di giugno 1918 con un profilo di d’Annunzio curato da Ettore Janni. Nelle intenzioni del redattore questa rubrica, che lui stesso, in una lettera inviata al Direttore, rivendicò come una «innovazione originale nelle riviste contemporanee», avrebbe dovuto costituire «per lo storico futuro il documento più autentico dello stato di cultura dell’Italia contemporanea»[23]. In effetti qui apparvero ritratti non solo di letterati e artisti, ma anche di politici, scienziati, giuristi ed economisti. Tra i numerosi profili pubblicati ricordiamo almeno: Benedetto Croce di Cecchi, Luigi Einaudi e Soffici di Prezzolini, Giuseppe Antonio Borgese di Tonelli, Giolitti di Barbagallo.

Ma soprattutto Saponaro tornò a dare ampio spazio alla letteratura, pubblicando in ogni fascicolo testi narrativi, poetici e teatrali.  In particolare sulla rivista, tra il 1918 e il 1920, uscirono  novelle e racconti di Federico De Roberto, Marino Moretti, Federigo Tozzi, Alfredo Panzini, Marco Praga, Ada Negri, Roberto Bracco, Antonio Beltramelli, Salvator Gotta, Nino Savarese, Alessandro Varaldo e altri ancora. Egli stesso pubblicò, in sette puntate, tra il 1918 e il 1919 il romanzo La casa senza sole. A questo proposito, non si può non osservare come negli stessi anni in cui a Roma con «La Ronda» si affermava la ‘prosa d’arte’, a Milano la «Rivista d’Italia» restava fedele alla  narrativa, in anticipo quindi sulla rinascita del genere romanzo in Italia (il libro di Borgese, con cui peraltro Saponaro era in contatto, Tempo di edificare, esce nel 1923 e non a caso qui il critico si occupa anche di lui).

Per quanto riguarda la produzione poetica, meno rilevante  rispetto a quella narrativa, sulle pagine della «Rivista d’Italia», nei tre anni presi in esame, sono apparse composizioni di Ada Negri, Giovanni Bertacchi, Enrico Cavacchioli, Francesco Pastonchi, Francesco Chiesa, Diego Valeri, Angiolo Silvio Novaro. Non mancano nemmeno testi drammatici, quali: La patente di Luigi Pirandello, riduzione teatrale della famosa novella già pubblicata sul «Corriere della Sera»; Io e i miei desiderii, una commedia di Saponaro in un prologo e tre atti; Si chiude, un atto unico di Sabatino Lopez; Le anime assetate, un dramma a tinte fosche di Nicola Moscardelli.

Nella parte critica si segnala un saggio dantesco di Pirandello, La Commedia dei diavoli e la Tragedia di Dante e il profilo di Croce, steso da Cecchi, ma la presenza più assidua e caratterizzante in questo campo è quella di Prezzolini, qui impegnato nella veste, abbastanza insolita per lui, di critico letterario. L’ex direttore della «Voce» accetta infatti di curare la rubrica di critica letteraria, nella quale passa in rassegna le principali novità di quegli anni, col precipuo intento di «badare ai lettori»[24], cioè di informare.

Ma vediamo ora, attraverso le lettere di alcuni tra i principali collaboratori, tutte conservate nell’Archivio, come Saponaro sia riuscito a costruire questa fitta rete di rapporti che gli permise di dar vita alla sua rivista per quasi tre anni. Non prenderò in esame quelle di Cecchi, Prezzolini e Papini, di cui mi sono già occupato in precedenti interventi[25], ma in questa occasione ne passerò in rassegna altre, di note personalità della cultura italiana. Non figurano purtroppo nell’Archivio le lettere di Benedetto Croce che pure collaborò alla rivista con due articoli, Re Ferrandino, nel fascicolo del 30 giugno 1918,  e Alcune massime critiche e il loro vero significato, in quello del 31 agosto 1919.

Incominciamo allora dai nomi che lo stesso scrittore fa nel suo articolo, tra coloro che lo sostennero fin dall’inizio, e cioè quelli di Ada Negri e di Alfredo Panzini i quali, fra l’altro, abitavano a Milano e furono tutti invitati a collaborare direttamente da lui alla rivista.

La Negri, che dall’aprile del 1918 figura pure nel Consiglio direttivo della «Rivista d’Italia», è forse, in assoluto, stando alla sua corrispondenza, quella che segue più da vicino, con maggiore partecipazione, il lavoro di Saponaro sia come redattore sia come scrittore. Oltre a  inviargli poesie e novelle (due sue liriche, Nei giardini del silenzio e Notte, escono già nel primo fascicolo del 31 gennaio 1918), gli propone spesso altri collaboratori, come, ad esempio, Margherita Sarfatti, a proposito della quale così si esprime in una lettera del 4 marzo 1918:

Come Lei saprà, la signora Margherita Sarfatti è un eccellente critico d’arti plastiche: e ne ha già data larga prova nella Rivista Gli Avvenimenti e in molte altre Riviste. È la sola donna competente in materia di critica d’arte, in Italia. Non potreste affidarle nella Rivista d’Italia la rubrica d’arti plastiche?… (esposizioni, pittori, scultori, ecc?). Se volete parlare direttamente con Lei, vi mando il suo indirizzo: Corso Venezia 93. Conoscerete una Signora incantevole. Sarei molto lieta che la cosa si combinasse, e sono certa che la Rivista d’Italia ne guadagnerebbe.

In effetti la Sarfatti, che di lì a qualche anno, esattamente nel 1922, avrebbe dato vita al Gruppo del  Novecento, in tre occasioni, tra il 1918 e il 1919, curò la rassegna della critica d’arte e nel fascicolo del 31 gennaio 1919 pubblicò un profilo di Alfredo Panzini.

Nella lettera del 18 aprile 1918, la Negri gli presenta invece il suo «amico» Clemente Rebora, definito «squisito e personalissimo poeta di avanguardia», il quale – continua – «desidera parlarvi a proposito di una sua traduzione d’una famosa novella di Gogol, che desidererebbe veder pubblicata nella Rivista d’Italia». Stavolta però la versione in lingua italiana del racconto Il cappotto dello scrittore russo uscì soltanto quattro anni dopo in volume[26] e di Rebora non figura alcuno scritto sulle pagine del periodico.

Ma nelle lettere della scrittrice compaiono anche giudizi sul lavoro di Saponaro narratore. Numerose osservazioni riguardano, ad esempio, il romanzo La casa senza sole, ispirato alla tragedia della prima guerra mondiale e pubblicato prima a puntate, tra il 1918 e il ’19, sulla «Rivista d’Italia» e poi in volume nel 1920 presso Mondadori[27]. Nella lettera del 2 agosto 1918, ad esempio, così scrive:

Lessi la prima puntata della Casa senza sole con profondo interesse. Mi piace. C’è una profonda verità umana  che penetra e commuove. Il tema è difficilissimo e queste prime pagine dimostrano che Lei lo saprà trattare maestrevolmente. Tutte quelle figure di umili donne triturate dalla guerra!

In quella del 9 settembre, ritornando sull’argomento: «Caro Saponaro la seconda puntata del vostro romanzo è una meraviglia di finezza, di verità, di arte». Ancora, nella lettera del 12 novembre, in un post scriptum: «Sempre più intenso e commovente il vostro doloroso romanzo». E infine in quella del 4 dicembre: «Seguo sempre il vostro romanzo che è una soavissima e crudelissima cosa».

Un altro scrittore con cui Saponaro era già in contatto, Alfredo Panzini, oggi un po’ dimenticato ma allora molto amato dai ‘vociani’ e da Renato Serra, accetta volentieri l’invito a collaborare e in una lettera del 28 dicembre 1917 gli scrive: «Caro Saponaro, le posso mandare un Discorso ai giovani[28], non retorico non aggettivi. Realtà! E amare realtà. Se le va, mi scriva per posta-corrente. Circa 12 pagine». E aggiungeva un singolare «Nota Bene» con allusioni alla situazione politica del tempo: «La rivista rinnovellata a Milano non avrà mica un carattere mascherato di germanesimo? Parli netto. In Italia siamo appestati».

Ma oggi, in effetti, la collaborazione che colpisce di più in campo letterario è quella di Luigi Pirandello. Come nasce questo rapporto? Saponaro, che era un grande amante di teatro, ovviamente non poteva non conoscere Pirandello, e gli chiede una novella per il primo numero. Lo scrittore siciliano, in una lettera datata «Roma, 31. XII. 1917», dopo avere ringraziato lui e la Direzione per l’invito a collaborare a una rivista, di cui – scrive – era stato «nei primi anni, ai tempi cioè della direzione dello Gnoli e poi del Chiarini, assiduo collaboratore», così gli scrive:

Non ho pronta nessuna novella né potrei, in così breve tempo, approntarla per il primo fascicolo. Potrei, se crede, mandare un mio studio originale su «La commedia dei diavoli e la tragedia di Dante» che è un commento nuovo e sui generis al canto XXI dell’Inferno. Questo, in mancanza d’una novella, se la nuova Direzione tenesse alla mia firma per il sommario del 1° fascicolo. La novella verrebbe poi.

Il 16 gennaio però Pirandello cambia idea e gli invia un telegramma che recita testualmente così: «spedito oggi novella sceneggiata   per risparmiar tempo corregga lei accuratamente bozze – vorrei qualche estratto saluti – Pirandello». Di che si tratta? Dell’atto unico La patente, riduzione teatrale della famosa novella già apparsa sul «Corriere della Sera» il 9 agosto 1911 e raccolta nel 1915 presso Treves nel volume La trappola, la quale esce proprio sul primo fascicolo della  «Rivista d’Italia». Che cosa era successo allora? Pirandello, in quei primi quindici giorni di gennaio, non avendo a disposizione una novella nuova, per essere presente sul primo numero decide di tradurre in italiano l’atto unico in dialetto ‘A patenti e quindi glielo invia a Saponaro come “novella sceneggiata”.

Nell’Archivio di Saponaro è conservata poi un’altra lettera di Pirandello, datata «Roma, 7. II. 1918», nella quale gli sollecita l’invio del primo fascicolo e degli estratti. Il saggio dantesco invece, in cui Pirandello affronta il problema della «comicità» di Dante attraverso l’esame del canto XXI dell’Inferno, esce invece qualche mese dopo, nel fascicolo di settembre 1918.

Ma a proposito di Pirandello, una lettera assai importante presente nell’Archivio è quella di Rosso di San Secondo, uno dei più notevoli drammaturghi italiani del Novecento, del quale nella rivista figura una novella intitolata Grifa, i miei tradimenti… (lettera d’amore)[29]. A Rosso Saponaro aveva chiesto di scrivere un profilo proprio di Pirandello, allora quindi noto soprattutto come romanziere. Nella lettera, datata «Roma 25 – 8 – 918», dopo avere accettato, ma a due precise condizioni, questo incarico, cioè una lunghezza  fra «12 e 18 pagine» e un compenso adeguato, anzi – specificava –  «coscienzioso di lire quattrocento», così scriveva, mettendo strettamente in rapporto l’opera di Pirandello con la sua sicilianità e inserendolo in una linea di scrittori e artisti isolani, in cui si colloca anche lo stesso Rosso di San Secondo:

Due o tre anni fa io scrissi di Pirandello a lungo ma analiticamente sulla Nuova Antologia. Il mio studio unanimemente riconosciuto come uno dei saggi più riusciti di critica contemporanea, citato tutt’ora a ogni passo, a me non finì di piacere. C’era sì, in esso, una precisa parola sull’arte dello scrittore, non c’era la spiegazione umana dello scrittore. Ora se io devo riprendere la penna per scrivere di Pirandello – cosa che per il cumulo di sofferenza conterranea che mi costa varrebbe a superare di cento volte lo sforzo di scrivere un romanzo – bisognerebbe che io non parlassi delle novelle novelle o del teatro teatro, ma esprimessi mettendone a nudo i lacerti sanguinosi, la tragedia della razza isolana, in maniera definitiva, cominciando da Verga fino al buffone Musco e al poeta vernacolo Martoglio, e dir che cosa significa nella sua provincialità tetra, dura, arida, angosciosa, Pirandello, altrimenti il mio studio non significherebbe nulla. E non lo farei a nessun prezzo.

Per motivi che ignoriamo, o forse proprio a causa delle condizioni poste da Rosso di San Secondo, il profilo di Pirandello non venne scritto da lui, ma apparve nella rubrica «Gli uomini della nuova Italia» il 28 febbraio 1919 a firma di Orio Vergani, allora giovanissimo, in quanto aveva solo vent’anni, e destinato a diventare uno dei più noti giornalisti italiani del Novecento. E anche questo è un merito che bisogna riconoscere a Saponaro, quello cioè di avere scoperto talenti sconosciuti (un altro è Francesco Flora, il futuro importante critico letterario, che gli manda un pezzo su La rettorica della musica[30],o ancora scrittori e critici che si affermeranno successivamente come Giovanni Titta Rosa e Giuseppe Toffanin). D’altronde anch’egli quando inizia questa esperienza era ancora piuttosto giovane, non avendo che trentaquattro anni. Certo è che lo scritto di Rosso di San Secondo sarebbe stato senza dubbio di estremo interesse a giudicare dalla partecipazione e dall’intensità con cui scrive questa lettera..

Un altro grande narratore del Novecento presente sulla rivista, che al contrario di Pirandello allora non era stato ancora apprezzato come meritava e come invece è accaduto successivamente, è Federigo Tozzi, del quale sul fascicolo del giugno 1919 è presente un racconto, La sementa. Ebbene, nell’Archivio, ho ritrovato una lettera assai significativa di Tozzi, datata «Roma, 28 giugno 1918», nella quale lo scrittore senese si lamenta del fatto che, per motivi che ignoriamo, non era stata accettata una precedente novella dal redattore della «Rivista d’Italia». La riporto per intero:

Gentilissimo Signor Saponaro,

ci tenevo molto, e ci terrei ancora a pubblicare quella novella ma le sue ragioni, dettemi per di più con tanta gentilezza, mi fanno indurre a mandargliene un’altra, che spero più o meno adatta. Domani gliela spedisco raccomandata.

Io non mi dolevo di Lei; tutt’altro! Ma di essere costretti, sia pure per ora, come credo, a rinunciare a certe forme d’arte che più s’addicono alla mia indole. Cosa che mi ha fatto ritardare di non poco, e ancora non pare finita, danneggiandomi.

Perciò avevo scritto anche all’amico Puccini perché Le dicesse di pubblicare quella novella. Ma, ormai, gliene mando un’altra.

Un curioso post scriptum, anche qui: «La prego di far stampare il mio nome – scrive Tozzi – con il g e non con il c: Federigo, non Federico».

Tozzi, com’è noto, solo in tempi più recenti, è stato riconosciuto dalla critica come uno dei massimi romanzieri del Novecento italiano, ma il suo valore non sfuggiva ad alcuni giovani scrittori di quel tempo, come l’abruzzese Nicola Moscardelli, un altro collaboratore della rivista di Saponaro oltre che di numerosi periodici letterari del primo Novecento come «Lacerba». In una lettera datata «Roma, 7. IV. 1920» Moscardelli parla con parole accorate e partecipi della prematura e improvvisa scomparsa dello scrittore senese:

Come state? – scrive Moscardelli rivolto a Saponaro – Lavorate? Questa terribile Roma divora ad uno ad uno i miei più cari amici. Il povero Tozzi ha lasciato un gran vuoto nel mio cuore. Avete letto «Tre croci»? A me piacciono immensamente e non so pensare che cosa avrebbe potuto scrivere chi ha scritto quel libro così triste e così sobrio.

Non c’è che da inchinarsi al destino, il quale cammina su strade che noi non vediamo; e quello che a noi pare ingiusto e crudele è forse giustizia e misericordia somma.

Ma tra le firme più prestigiose, in campo letterario, che si incontrano nei vari fascicoli della «Rivista d’Italia», c’è anche quella di Federico De Roberto, l’autore di un capolavoro della nostra letteratura come i Viceré, che Saponaro aveva conosciuto personalmente allorché, avendo vinto un concorso per un posto di sottobibliotecario nelle Biblioteche statali, si era trasferito a Catania, dove conobbe anche gli altri grandi due maestri del verismo, Giovanni Verga e Luigi Capuana, con i quali fu ugualmente in contatto. Anche De Roberto viene invitato a collaborare con novelle ma, come era successo per Pirandello, lo scrittore, non avendone pronta alcuna, gli propone uno studio storico che però risulta troppo lungo per la rivista. Poi gli manda una novella, ispirata alla guerra, La “cocotte”, ma si lamenta a tal punto del compenso che gli chiede l’immediata restituzione del manoscritto e solo in seguito alle insistenze del redattore accetta di pubblicarla.

A De Roberto Saponaro chiede anche un profilo di Giovanni Verga, come a Rosso di San Secondo ne aveva chiesto uno di Pirandello, in base quindi ad affinità di poetica, ma pure in questo caso il saggio, che il grande romanziere si era impegnato a scrivere, non vide mai la luce, anche qui per ragioni di spazio ma non solo. Interessante infine è il giudizio, assai preciso e dettagliato che anche De Roberto esprime su La casa senza sole in una lettera del 24 ottobre 1918:

Ne ho letto immediatamente le prime tre puntate, e vi ho ritrovato le qualità che già conoscevo ed apprezzavo in voi: l’osservazione della realtà, il senso della verità, animati da un sentimento poetico schietto, sincero, profondo, intimo, ed anche il nuovo pregio d’una più sicura padronanza della forma e d’un più saporoso impasto della lingua[31].

Poi gli fa un’osservazione acuta, che è indicativa però di una diversa concezione della narrativa tra il vecchio maestro ancora legato agli schemi ottocenteschi del romanzo verista e il giovane scrittore più sensibile alle novità novecentesche:

La sola cosa che osserverei è questa: perché non l’avete narrato voi, in prima persona, e finto invece che parlasse quella madre? Forse dipende da una mia vecchia ed istintiva antipatia per queste finzioni, ma mi pare che ogni lettore debba domandare a se stesso: «Come mai questa donna scrive così bene e con tanta arte come Michele Saponaro?», e che l’inverosimiglianza della cosa debba nuocere un poco all’effetto… Aspetto intanto con vero desiderio la continuazione e spero che non me la farete mancare[32].

Tra i collaboratori di maggiore prestigio della «Rivista d’Italia» figura anche Giovanni Gentile, che in una lettera a Saponaro, del 4 aprile 1918, dopo averlo ringraziato dell’invito, così scrive: «E non mancherò di profittarne appena potrò scrivere qualche cosa di adatto al Suo periodico, che son lieto di veder rinnovato e avviato a nuova e più prosperosa vita». Solo un anno dopo però gli invia un articolo dal titolo La madre di Mazzini, apparso sul fascicolo del 31 maggio 1919.

Merita di essere segnalata anche la presenza, sulla rivista, del famoso economista e sociologo Vilfredo Pareto, il quale, in una lettera datata «Céligny li 9 gennaio 1918», risponde all’invito di Saponaro, precisando schiettamente la sua impostazione metodologica:

Oggi solo mi giunge la sua lettera del 2 ct.

La ringrazio della sua richiesta alla quale mi sarebbe grato accondiscendere. Ma non so se l’indole degli articoli che potrei scrivere si confà all’indole del suo giornale. Potrò averne un concetto, se ella mi manda un numero della Rivista d’Italia.

L’indole dei miei lavori è quello della mia sociologia, che forse le è nota. Io non sono in grado di scrivere pel sentimento, la propaganda, ecc. La mia specialità è lo scetticismo scientifico

Ma chiediamoci ora perché questa esperienza che aveva dato frutti così significativi si concluse nel luglio del 1920, in maniera apparentemente improvvisa. Nel mio saggio avevo ipotizzato contrasti sorti tra il redattore-capo e la Direzione. In effetti questa ipotesi è stata confermata dall’articolo citato di Saponaro, il quale accenna da un lato a oscure manovre di qualcuno che gli «contendeva» la rivista e dall’altra alla scarsezza costante di mezzi finanziari per retribuire i collaboratori, cosa che lo metteva in difficoltà e lo tratteneva dal chiedere a questi altri contributi. E, in effetti, abbiamo visto il caso di De Roberto, ma le lagnanze per la scarsa entità del compenso sono frequenti anche nelle lettere di altri. Per questo – continua Saponaro – «per non vedermi la sfiorita creatura boccheggiare tra le mani»[33],  cercò l’occasione per andarsene discretamente, «senza sbatter la porta».

E la trovai – racconta egli stesso – in certe indiscrezioni della proprietà della rivista, che tentava passar sottomano in tipografia manoscritti che non si fossero prima fermati una settimana sulla dispotica mia scrivania. Previdi un’invasione di raccomandati e protetti, e mi ritirai. La rivista passò nelle mani di Romolo Caggese, che finirono per seppellirla[34].

E infatti dopo qualche anno, nel 1928, la «Rivista d’Italia» cessò definitivamente le pubblicazioni. C’è da aggiungere che la gestione del periodico da parte di Saponaro si concluse con una vertenza da lui promossa nei confronti dell’Amministrazione per vedersi riconosciuta la funzione e i diritti di redattore-capo, quale in effetti aveva svolto. A tale scopo egli chiese la testimonianza a molti illustri collaboratori, i quali infatti gli inviarono dichiarazioni autografe in tal senso in alcune lettere conservate nell’Archivio.

In questo modo finisce un’esperienza, breve ma intensa, che merita di essere ricordata, nella pur ampia e articolata attività letteraria svolta per più di mezzo secolo da Saponaro, come uno dei momenti più significativi e anche come uno dei contributi maggiori da lui offerti alla cultura italiana del Novecento.

Antonio Lucio Giannone


[1] Sulla collaborazione di Saponaro al periodico napoletano cfr. Antonio Lucio Giannone, Alle origini del futurismo: Michele Saponaro (alias Libero Ausonio) tra “Poesia” e “La Tavola Rotonda” (con lettere inedite di F.T. Marinetti), in “Rivista di Letteratura Italiana”, a. XXIV, n. 2, 2006, pp. 89-95.

[2] Su questo periodico e più in generale sull’ambiente letterario napoletano di quegli anni cfr. Matteo D’Ambrosio, Nuove verità crudeli. Origini e primi sviluppi del futurismo a Napoli, Napoli, Alfredo Guida Editore, 1990, in particolare le pp. 1-122.

[3] Nota redazionale a Il “Futurismo”, in «La Tavola Rotonda», a. XIX, n. 6, 14 febbraio 1909, p. 46.

[4] CfrA. L. Giannone, Alle origini del futurismo…, cit.

[5] Ivi, p. 95..

[6] Cfr. Michele Tondo, Lettere inedite di Marino Moretti e Michele Saponaro (quasi un carteggio), in  «Il lettore di provincia», a. XXII, fasc. 78, settembre 1990, pp. 3-31; Id., Lettere di Roberto Bracco a Michele Saponaro, in «Studi e problemi di critica testuale», vol. XLI, n. 41, ottobre 1990, pp. 91-126.

[7] In M. Tondo, Lettere di Roberto Bracco a Michele Saponaro, cit., p. 94.

[8] In M. Tondo, Lettere inedite di Marino Moretti e Michele Saponaro…, cit., p. 5.

[9] Ivi., p. 6.

[10] Ivi, p. 7.

[11] Cfr. A. L. Giannone, La «Rivista d’Italia»: il triennio 1918-1920, in «Rivista di Letteratura Italiana»,  a. XXII, n. 3, 2004, pp.137-141.

[12] Sulla «Rivista d’Italia» qualche informazione si ricava da Corrado Barbagallo, Il venticinquesimo anniversario della “Rivista d’Italia”, in «Rivista d’Italia», Milano, I, 15 gennaio 1923, pp. 3-8; Ferruccio Fattorello, Giornali e riviste, in Problemi e orientamenti critici di lingua e letteratura italiana, vol. I., Notizie introduttive e sussidi bibliografici, Milano, Marzorati, 19602, Parte III, pp. 98-99; Aurelia Accame Bobbio, Le riviste del primo Novecento, Milano, La Scuola, 1985, pp. 13-15.

[13] Cfr. Valerio Castronovo, La stampa italiana dall’Unità al fascismo, Bari, Laterza, 1973, p. 254.

[14] M. Saponaro, Come rinacque una rivista, in «L’Osservatore politico letterario», a. IV, n. 4, aprile 1958, p. 67.

[15] Ai Lettori, in  «Rivista d’Italia», I, 31 gennaio 1918, p. IV.

[16] Ivi, p. VI.

[17] M. Saponaro, Come rinacque una rivista, cit., p. 69.

[18] Ivi, p. 68.

[19] La lettera di Saponaro, da noi posseduta  in fotocopia, è conservata nel Fondo Chiesa della Biblioteca cantonale di Lugano.

[20] M. Saponaro, Come rinacque una rivista, cit., p. 70.

[21] Ibid.

[22] Ibid.

[23] La minuta autografa della lettera di Saponaro al Direttore della «Rivista d’Italia», senza data ma risalente al 1919, è conservata nell’Archivio Saponaro.

[24] Giuseppe Prezzolini, Rassegna di letteratura, in «Rivista d’Italia», III, 31 marzo 1919, p. 342.

[25] Cfr. A. L. Giannone, Michele Saponaro e Emilio Cecchi (con lettere inedite), in Letteratura, verità e vita. Studi in ricordo di Gorizio Viti, a cura di P. Viti, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2005, pp. 647-659; Id, Prezzolini, Saponaro e la “Rivista d’Italia”. Con lettere inedite di Giuseppe Prezzolini e Michele Saponaro, in Studi di letteratura italiana per Vitilio Masiello, a cura di P. Guaragnella e M. Santagata, Bari, Laterza, 2006, tomo III, pp. 191-206; Id, Lettere inedite di Giovanni Papini a Michele Saponaro, in Filosofia e storiografia. Studi in onore di Giovanni Papuli, III.1 L’Età contemporanea, a cura di M. Castellana et alii, Galatina, Congedo, 2008, pp. 399-407.

[26] Nicola Gogol, Il cappotto, Versione, note e annotazioni di Clemente Rebora, Milano, Il Convegno Editoriale, 1922.

[27] Questo romanzo è stato recentemente ristampato. Cfr. Michele Saponaro, La casa senza sole, a cura di Enrico Tiozzo, Copertino (Lecce), Lupo, 2010.

[28] In «Rivista d’Italia», I, 31 gennaio 1918, pp. 18-26.

[29] In «Rivista d’Italia», I, 31 maggio 1918, pp. 71-75.

[30] In «Rivista d’Italia», IV, 31 dicembre 1918, pp. 392-409.

[31] In M. Tondo, Lettere inedite di Federico De Roberto, in La civile letteratura. Studi sull’Ottocento e il Novecento offerti ad Antonio Palermo. I.  L’Ottocento, Napoli, Liguori, 2002, p. 348.

[32] Ibid.

[33] M. Saponaro, Come rinacque una rivista, cit., p. 72.

[34] Ibid.

[in Michele Saponaro cinquant’anni dopo, Atti del Convegno Internazionale di Studi (San Cesario di Lecce-Lecce, 25-26 marzo 2010), a cura di Antonio Lucio Giannone, Galatina, Congedo Editore, 2011, pp. 269-284.]

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