Dal Quaderno delle stagioni : frammenti I

di Antonio Prete

La poesia come il sorriso del pensiero. Un sorriso che porta la lingua verso la luce. La poesia come intesa silenziosa tra il battito cardiaco e lo scorrere della linfa nell’albero. Immagini, non definizioni, chiede la poesia a chi le si accosti.

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L’ospitalità fa di un confine la linea invisibile che va dal tu verso l’io, che unisce il tu e l’io nel suono, e nel silenzio, della lingua, nella luce, e nelle ombre, dello sguardo, nelle vibrazioni, e nei pudori, del sentire.

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L’inadempiuto, l’evento non accolto nel proprio cammino, la possibilità dissipata per dare all’attesa maggior profondità e maggior fiducia, l’incontro non reiterato, l’istante non ospitato nell’immaginazione e non alimentato nel ricordo: sono queste le ombre che fluttuano in quella forma del pensare cui diamo il nome di rimpianto?

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Il cielo fatto pietra, il tempo fatto pietra. L’azzurro e il grigio delle Piramidi, la cosmologia intera trascinata sulla terra, trasmutata in pietra, in tempio di rammemorante devozione verso quel che non è più. Il dio Quetzalcóatl, il serpente piumato, sospira dalle ceneri di una storia soffocata, dal deserto di una storia negata. A Theotiuacán la luce è un’immensa onda che bagna d’azzurro, e di lampi nell’azzurro, i resti della città sacra, uccelli bucano l’aria veloci, le ombre sono forti, penso ai colori accesi dei frontali dei templi perduti o dislocati, in quel che resta, nel grande Museo.

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Il formarsi di nuvole –bianche, leggere- in un cielo limpido, aperto, sopra la linea di un orizzonte marino. Idea della forma che diviene secondo geometrie espansive, secondo somiglianze e differenze, in un’esposizione assoluta al movimento, alla modificazione incessante, alla cancellazione e rinascita. “Multiformité du changement possibile”, se ben ricordo la frase di Valéry nei Cahiers : una definizione possibile della metafora.

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Pensare, poetare : due movimenti dello stesso respiro, due ali per lo stesso volo, due occhi dello stesso sguardo.

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Dove finiscono le voci della terra? Se niente si spegne dovrebbero trovarsi immensi agglomerati di suoni terrestri fluttuanti nello spazio atmosferico, e forse anche oltre. Perso il senso, disfatte le parole, dissipato l’ordine musicale, resterebbero solo rumori opachi, aggregati però in rapporto al senso di provenienza: tumultuanti, sussurrati, striduli, percussivi, ingorgati, sibilanti, monodici, nasali, sfiatati ecc. In ogni tipo di suono una pallida eco del senso perduto.

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Paesaggio. Lo sfumare, in un tramonto, del rosso nel viola, il tremolare di un fiore appena dischiuso al vento dell’alba, la forma della gazza che posa sul ramo di un pino, l’ombra fuggitiva di una nuvola che trascorre sulla sabbia: come accogliere queste presenze, le vibrazioni di queste presenze, in un insieme che abbia l’orizzonte come limite, il cielo come occhio, la luce come materia? La questione del paesaggio –nell’arte, nella poesia, in ogni forma di rappresentazione- è in questo azzardo: non oscurare il particolare con l’insieme, non abolire quel che è oltre dinanzi al dominio del particolare. Questione filosofica, certamente, ma che per dirsi ha bisogno di una forma, di un sapere della forma. Di una grazia della forma.

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Metaforica delle stagioni, del loro passaggio, del loro susseguirsi e variare, del loro annunciarsi e morire e rinascere. Non è solo la vita del singolo a essere raffigurata in esse. È anche la vita delle moltitudini, quella vita che la parola storia mal rappresenta: l’apparire e sparire di generazioni, il dispiegarsi e spegnersi di epoche, il succedersi, nella variazione ma anche nella ripetizione, di grandi eventi. Ma qual è l’accordo tra la vita del singolo e la vita delle moltitudini presenti e passate?, È, ciascun essere, una foglia di un bosco sconfinato che trema nel vento di una stagione e poi appassisce e poi è sostituita da altre foglie in altre stagioni? Una sillaba di un dizionario immenso che, una volta pronunciata, torna nel silenzio, lasciando il tempo per altre sillabe, che comporranno altre effimere parole? Ma in una foglia c’è la forma, e l’impronta e forse il ricordo, delle altre foglie. E in ogni sillaba c’è il riverbero di altre sillabe, anche delle sillabe non più pronunciate. Come in ogni stagione c’è il riflesso della altre stagioni consumate e l’annuncio di quelle a venire. Come pensare la singolarità senza l’arabesco, spesso indecifrato, delle moltitudini?

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Il solco di un uccello nel rettangolo della finestra: presenza e sparizione, solco nell’aria cancellato, passaggio. Un istante che disegna una forma vivente, una geometria che limita il cielo e accoglie la linea di un volo. Di qua uno sguardo che non ha più memoria della forma transitata, di là, in quel che non è possibile vedere, una forma, un corpo, un volo che continuano a disegnare linee e curve e solchi. È così di ogni incontro, osservato sulla finestra del tempo?

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Leggere propri versi in un’altra lingua : al di là della resa più o meno felice operata dal traduttore, al di là della stessa lingua d’arrivo, della sua natura e della qualità musicale dei suoi suoni, è come sentire una voce che in un sogno ti risponda rinviandoti da una zona d’ombra la tua stessa parola. È tua, quella parola, ed è totalmente estranea, t’appartiene e la senti come perduta nel vento. Ogni traduzione poetica –lo sapevo e dicevo tante volte sul piano teorico, ma ora di questo faccio viva esperienza- pretende di sottrarre al poeta quello che egli ha di più proprio, cioè la sua lingua. La sua lingua che è timbro, vita, tono, pensiero, ritmo. Ogni equivalenza sperimentata è, tuttavia, un dialogo, una replica da un’altra riva dello stesso fiume. In mezzo il silenzio, che è comune a tutte le lingue, che unisce tutte le lingue.

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Il vuoto, dopo la scrittura, dopo il tempo vivo della scrittura. Un vuoto che si fa di ghiaccio, quando la scrittura è già libro, con una copertina, con le dediche fatte per gli amici, è libro che va ad allinearsi ad altri libri, nello scaffale che è vita scritta, linea vitae, tempo fatto lettera. Niente può alleviare quel vuoto che è dopo la scrittura. Un vuoto in cui dovrebbe mostrarsi con tutta la sua energia quell’altra vita che è fuori dal libro, con le sue giornate comuni, in comune, giornate libere dalla febbre del pensare con la lingua, nella lingua, nel suo ritmo, dinanzi al viso ignoto del lettore. E invece in quel vuoto che sopravviene prende campo, violento, perverso, il rimpianto di quel tempo di scrittura in cui il silenzio è il mantello che custodisce i pensieri, e la parole hanno, nel mattino, una musica priva di suono e tuttavia armoniosa e le frasi sono pulsazioni del cuore. Solo spiraglio, in questo vuoto, l’attesa di un nuovo tempo in cui un’altra idea di libro si affacci, esigente, invitante, ineludibile.

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Fino a che punto, nella nostra epoca, le scienze dette umane sanno guardare alle scienze dette naturali? Fino a che punto il pericolo di estinzione delle specie viventi, di tutte le specie viventi -causato dallo squilibrio già in atto negli ecosistemi e provocato dall’uomo- entra tra le ragioni, non solo tra i temi, del sapere umanistico e informa le discipline e anima le scritture inventive? Che la sopravvenuta distanza dalla natura sia sottovalutata, o addirittura rimossa, è un fatto. L’immensa crisi spalancatasi nell’ordine naturale, l’iniqua distribuzione delle risorse sulla terra, l’alterazione drammatica degli equilibri geofisici non sono ancora un assillo per l’interrogazione che si fa scrittura letteraria.

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Se scrivo che i rami di un abete sono aperti come delle ali orizzontali intorno al corpo dell’albero, l’immagine del volo per una figura come l’albero, letteralmente radicato nel suo stare, è del tutto impropria. Ma forse attraverso questa inadeguatezza e questo contrasto, la figura dell’albero può mostrare un suo nuovo modo d’essere, per esempio il rapporto con la leggerezza, o la relazione col vento. La metafora non definisce ma suggerisce, non designa ma provoca.

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Se riuscissimo, del passato, delle cose viste, degli incontri avuti, delle situazioni occorse, a rappresentare come in una sequenza lineare se non tutto almeno gran parte, saremmo sopraffatti dallo scarto tra il pensiero e l’accaduto, tra il tempo del pensare e il tempo dell’accadere, tra il vissuto e il narrabile. Per fortuna l’oblio fa il suo lavoro e la memoria, stretta alleata dell’oblio, porta verso il linguaggio solo qualcosa, rimescolando tutto il resto nella nuvola immensa che alimenta il sogno, la fantasticheria, l’attesa, il respiro stesso -invisibile- del nostro pensare.

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Nell’aforisma il pensiero si congiunge con la lingua per la via più breve e più accidentata, e insieme, pensiero e lingua si sporgono, da quel paesaggio lineare, sul vuoto. È, questo, un aforisma?

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Il mantello verde della terra a marzo, la prima crescita del frumento, senso dell’affacciarsi alla vita, leggerezza del colore. Non un vestito ma un linguaggio.

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Quando in montagna, dopo essere saliti tra abetaie, percorrendo sentieri e mulattiere, una volta scavalcato il dorso del monte, appare da una radura l’altra valle, con le sue grandi chiazze di prati e il torrente sul fondo e i campanili delle chiesette alti sulla macchia chiara dei villaggi, e una nuova corona di cime, si ha una particolare esperienza del disvelarsi e dell’apparire : quel che era nascosto si mostra come trionfo della luce e allo stesso tempo come solennità sconfinata dell’aperto. Come armonia luminosa dello sconfinato, cioè dell’al di là del confine. Quanto ai monti, che in queste apparizioni si mostri, quasi d’improvviso, il profilo dello Sciliar o del Putia o del Sassolungo, oppure le cime di Lavaredo o in lontananza le nevi della Marmolada o le distese prative del Fanes in Alta Val Badia o la Croda Rossa, c’è sempre nella riconoscibilità delle linee e delle forme l’ombra del primo sguardo, un riflesso dello stupore che accompagnò la prima apparizione, ma c’è anche quello stato di meraviglia, quel respiro per così dire dell’immenso, che è dato dal delinearsi nitido e supremo della bellezza. Della bellezza che pensiamo come una forma essenziale della natura, del suo dispiegarsi dinanzi al nostro vedere.

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Nell’inverno, il sonno della terra. La neve che ricopre i campi e gli alberi e i tetti è come rivelasse il colore e la forma dei sogni che visitano la terra. Un colore che è il vuoto abbagliante di tutti i colori. Una forma che scompone la relazione con la geometria, con il volume, con il peso, e sembra affondare in una sorta di equivalenza, sul cui fondo le cose, quiete, respirano nella loro incantata singolarità.

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