Il Treno della memoria, che noia!

di Gianluca Virgilio

Quando mi è stato chiesto di accompagnare a Lecce i miei studenti, ho accettato subito di buon grado, pregustando la passeggiata che avrei fatto in città in loro compagnia, di mattina, nel tempo in cui avrei dovuto rimanere in classe. Ho storto un po’ il naso quando ho saputo che avremmo visitato il Treno della memoria. Vivo da circa quarantadue anni e da quando vivo sento parlare di Auschwitz, di soluzione finale, di genocidio degli ebrei, di shoah, ecc., tutte cose a cui credo fermamente, senza chiedere dimostrazioni di nessun genere, come il cristiano crede per fede al mistero dell’incarnazione o della Immacolata concezione. Penso che chi neghi l’olocausto sia solo un esibizionista o un provocatore.

Ma, detto questo, i filmati che gli alleati fecero alla fine della seconda guerra mondiale, quando scoprirono le nefandezze e gli orrori che si celavano dietro il filo spinato dei campi di concentramento nazisti, i mucchi di cadaveri, gli scheletri deambulanti, i bambini denutriti scampati al massacro, le povere donne superstiti, tutte queste immagini, che passano sovente in televisione e vengono acriticamente riproposte a scuola, mi disgustano profondamente ed anche mi annoiano. Chi le propone di continuo pecca di cattivo gusto, poiché persegue un unico fine: persuadere lo spettatore dell’abominio nazista attraverso la presentazione di efferate e inenarrabili violenze; il che è inutile e ridondante, dal momento che queste cose si sanno benissimo, anche senza tornare a vedere per l’ennesima volta quelle immagini. Questa è anche la ragione per cui esse mi annoiano e perché nel corso degli anni la loro ripetizione è diventata per me insopportabile. La ripetizione determina la desemantizzazione delle immagini, ossia la perdita del loro schietto e verace senso; come è già accaduto a quelle degli aerei che si schiantarono contro le Torri gemelle l’11 di settembre 2001. Viste e riviste mille volte, alla fine ci fanno dimenticare ciò che di sostanziale esse implicano: la morte di circa 3000 persone e gli infiniti lutti che ne sono derivati. Come si vede, qui la memoria viene persa, non acquistata, e proprio a causa di queste scelte iconologiche che annullano il senso delle cose e distorcono il nostro modo di percepirle. Chiamo scelta iconologica una scelta ideologica che si veicola attraverso le immagini. L’Occidente post-nazista ha fatto questa scelta iconologia dopo la sconfitta della Germania nel 1945. Da allora, il nuovo corso della politica mondiale sembra chiedere a quelle immagini di morte (penso al film di Spielberg, Schindlers’ list), la propria legittimazione, poiché esse, meglio di molte altre, mettono in risalto la vitalità del nuovo potere uscito vincitore dalla seconda guerra mondiale.

L’altro giorno, quando col pullman siamo arrivati in stazione, dopo una passeggiata per le strade della città, dove alcuni studenti hanno fatto shopping, altri hanno consumato una cioccolata calda, altri ancora hanno sfumacchiato di nascosto qualche sigaretta, guardando le belle ragazze, sul primo binario abbiamo trovato un treno-merci, in tutto simile a quello che portava i detenuti fino ai campi di sterminio, solo un po’ più nuovo. Colpiva la decontestualizzazione di quel treno, il suo essere anacronistico, come certi film che mettono in scena il ritorno indietro nel tempo dei protagonisti, che all’improvviso si ritrovano in un circo romano vestiti in giacca e cravatta e destinati ad beluas o davanti a un castello medievale alla mercé di un cavaliere con la lancia in resta, e devono sbrigarsela da soli.

– Speriamo che non scelgano me per andare fino ad Auschwitz, sarebbe veramente orribile – mi ha detto una mia studentessa, guardando il finto treno della deportazione.

Il bello è che io non ho saputo dire niente alla mia studentessa, non le ho saputo dire neppure che poteva stare tranquilla, perché a lei era dato infine di rifiutare quel viaggio nel cuore dell’orrore.

Tutt’intorno la vita della stazione leccese ferveva come ogni giorno, coi treni in arrivo e in partenze e la gente indaffarata persa dietro i propri problemi. Nel Treno della memoria era stata allestita una mostra con tutto l’apparato iconografico di cui si è detto sopra. Mai più, recita il titolo della mostra. Ho scorto la mostra distrattamente, riconoscendovi tutto l’armamentario della messinscena americana, che dal dopoguerra dura fino ad oggi. Mai più un corno! Per favore, qualcuno conti un po’ quante guerre, quante morti, quante devastazioni, quanti genocidi ci sono stati dal secondo dopoguerra ad oggi! Qualcuno provi a ricordare le stragi dei vietnamiti, le uccisioni dei desaparecidos argentini, i morti di Sabra e Chatila, i massacri nei Balcani, le stragi recentissime di tutsi. Qualcuno provi ad elencare le numerose guerre tuttora in corso, l’Africa che muore nell’indifferenza di noialtri, intenti a salvare la nostra sventurata memoria. Che senso ha, allora, dire Mai più? Di buoni propositi sono lastricate le strade dell’inferno!

Avrei voluto dire queste cose alla studentessa che mi stava a fianco, ma non ne ho avuto il coraggio. Grava su di noi un tabu, il tabu non del negazionista, che ogni tanto si fa vivo nel disprezzo generale, quanto il tabu della verità, di quella verità che non sta scritta da nessuna parte, ma che noi sentiamo nel nostro animo, come conseguenza del nostro comune senso della vita. Sono stato zitto, perché la mia studentessa mi avrebbe rimproverato di non provare pietà, e neppure orrore, ma solo noia e disgusto. Va’ a spiegarle che non credo in nessun tipo di memoria selettiva, perché la memoria tanto più si ribella e tanto più rimuove il passato quanto più si richiede ad essa di distinguere ciò che le appartiene e ciò che appartiene all’oblio! Va’ a spiegarle che la memoria che ci riguarda è quella della nostra condizione violenta e di un potere sempre uguale a se stesso che non risparmia nessuno, è la memoria del nazista che uccide l’ebreo, ma anche quella dell’israeliano che massacra il palestinese, così come del fanatico islamico che si fa esplodere in mezzo alla folla, dell’iracheno crudele che massacra i curdi e dell’americano che uccide l’iracheno dall’alto dei B 52, con le cosiddette operazioni chirurgiche. Va’ a spiegare alla studentessa diciottenne indottrinata da tredici anni di scuola dell’obbligo che la sua memoria non può essere quella di un treno dell’orrore ricostruito come in uno studio cinematografico, con tutti gli effetti speciali del caso: video ad alto contenuto patetico, immagini orrorose, manichini spaventosi, ecc. La nostra memoria – avrei voluto dirle – è molto più esigente e sa che ogni mezza verità, sia pure finalizzata a un nobilissimo scopo, equivale a una menzogna. Pertanto, la nostra memoria ricorda altre cose oltre quelle che si vorrebbe che noi ricordassimo. Volevo dirle tutte queste cose, ma sono stato zitto, e mi sono sentito un ossequiente travèt, non un libero insegnante. Forse per questo spero di porre rimedio al mio spregevole silenzio scrivendo queste cose, che domani sottoporrò in classe a tutti i miei alunni. Leggete, pensateci e rispondetemi per iscritto. Così dirò loro, e vediamo se è possibile parlarne, finalmente!

Per concludere, noi dovremmo interrogarci sull’essenza vera del potere, sulla sua hybris, e chiederci quali siano i mezzi migliori per contrastarla. Una memoria critica è quello che ci vuole, che sorvegli chiunque disponga di una porzione piccola o grande di potere, e lo sorprenda non tanto (o non solo) col ricordo del passato, perché la storia non è magistra vitae e non ha mai insegnato niente a nessuno, quanto con una sana interpretazione critica del presente, da intendere come denuncia di quella hybris che agisce indisturbata, sotto mentite spoglie, attendendo solo un’occasione propizia per togliersi la maschera ed esplodere in tutta la sua violenza. Senza questa profilassi quotidiana, dire Mai più non ha davvero molto senso.

Ditemi, ora, che cosa ne pensate?

27 gennaio 2006

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