Dal Quaderno delle stagioni : frammenti II

di Antonio Prete

Dietro la vetrata di un caffè di Parigi. I platani, intorno, ancora spogli. I fanali che circondano la piazza. Il disegno leggero del ferro che corre lungo i balconi. La teoria delle persiane semiaperte, biancogrigie. E non riesco ad allontanare il sovrapporsi di altre immagini, che salgono da un tempo lontano, quando, forse in questo stesso caffè, e certamente, di frequente, in uno assai prossimo che dà sul boulevard, sostavo la sera con gli amici angolani impegnati, nell’ esilio volontario, a tessere le fila di un movimento che avrebbe portato di lì a qualche anno all’indipendenza del loro lontano Paese (nessun presagio, nelle loro lotte, allora, delle guerre interne, sanguinose, fratricide, che sarebbero sopravvenute).

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La grazia : l’indeterminato che prende forma, il non-so-che trasferito in un ritmo. Sorriso del corpo. Elogio del movimento.

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Brasile, isola di Santa Caterina. Dalla parte costiera che guarda l’oceano, un mattino, sotto il Morro do Convento, la presenza di alcune macchine ferme lungo il guard rail, con passeggeri in piedi che scrutano le acque, è il segnale che una balena è stata avvistata. Scendo, e partecipo anch’io, con gli amici che erano in macchina, all’esercizio dello sguardo che cerca di sorprendere l’apparizione. Ecco, infatti, un’ombra, anzi due, sotto la pelle dell’acqua, non lontano dalla costa. L’ombra scura più grande d’improvviso non è più ombra, è una coda nera che per un istante si leva sopra le acque e presto si immerge, ma subito torna ombra presso un’altra ombra. Ora, d’improvviso, è la testa che si solleva e un grande spruzzo d’acqua sale in alto, non ha la forma dell’onda ma è come una grande palla di schiuma e di luce, ma subito torna là sotto la superficie dell’acqua la grande ombra che s’allontana. Il gioco si ripete, e gli sguardi sono fissi sul ritorno delle immagini. Entro nel gioco di un’ oscillazione tra lo sguardo diretto e quello che interpone l’obiettivo della Canon che nel frattempo ho preso in mano. Più che lo sguardo teso a sorprendere le forme è l’apparizione, con l’alone di misteriosa irruzione dell’altro, a muovere i pensieri, e ricondurli dalla vista del mare, dall’esperienza visiva, all’orizzonte fantastico e alla memoria letteraria. Moby Dick è dentro di noi.

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Le vocali scorrono nella lingua come il sangue nelle vene : è un’immagine leopardiana (nello Zibaldone). Una ancora più forte relazione c’è tra il suono d’una parola e l’immagine che suggerisce. Neve, celeste, mare, foresta, torre : ognuna di queste parole non è dissociabile dalle immagini immediate che suscitano appena pronunciate. Né dal colore, dalla luce, dalla forma che le accompagna. E tuttavia a partire da quell’istante in cui le pronunciamo o sentiamo, sopravvengono le variazioni soggettive : l’esperienza, i ricordi dei singoli si sovrappongono a definire quelle determinazioni. Variabilissime peraltro nel tempo e nelle occasioni. Ogni immagine di neve, celeste, mare, foresta e torre è diversa, per via delle determinazioni che ciascuno di noi conferisce ad essa. E poi c’è, o ci può essere, in ogni lingua, e per certe parole, lo scarto tra la sonorità e l’immagine. Mallarmé diceva d’associare a nuit un’immagine leggera e luminosa e a jour, per via del suono, un’immagine oscura.

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Harvard. Raggiungo al mattino, prima di recarmi nel campus dell’Università, la riva erbosa di qua dal ponte, dalla quale si vedono scivolare sulle acque, numerose, le canoe con la serie colorata dei giovani canottieri. È costume, per alcuni studenti e anche professori, sembra, aprire la giornata remando per un po’. Un esercizio che precede la quotidiana navigazione nei saperi. E nelle fatiche della vita. Quanto all’arte del remare, ho solo l’esperienza lontana delle estati, quando, tornato nel Salento, partivo con la mia barca a remi da un malmesso moletto di Sant’Isidoro e costeggiando raggiungevo qualcuna delle piccole isole o Lido dell’Ancora o Lido Frasconi, il che poteva accadere solo nei giorni di mare calmo.

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Manhattan. Washington Square. Una luce da dispiegato mezzogiorno, qualche baracchino da piccolo mercato, panchine affollate. Molti anni fa, vissi per un mese intero a New York : ci passavo spesso per questa piazza. Un’analogia, ora, di percezioni. I ricordi sono come l’ordito di quello che oggi mi appare, sono la trama segreta, o la grana, della luce, delle voci, dei volti che ora si allineano sulle panchine. Nel rivedere, nel ritrovare, tremano le velature del già vissuto. Ma c’è sempre qualcosa che fa irruzione con l’energia del nuovo, e dell’irripetibile : ora è il suono dolce e profondo del sax suonato di qua da un’aiuola da un ragazzo nero, un gruppo d’altri ragazzi intorno, che fanno un cerchio attento, solidale. In una luce che si fa obliqua, velata anch’essa.

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Lo scorrere implacabile dei giorni: un calendario dagli orli bruciati, dalle figurine macchiate di dimenticanza, dalle voci fatte opache, dalle presenze sfrangiate. Il lavoro della memoria sceglie, preserva, ritaglia per proteggere dalla consunzione. Sento, ora, molto più che negli anni passati, quanto sia prezioso questo lavoro e come il linguaggio e la scrittura siano l’anima di questa salvazione. Mentre continuano a scrutare il visibile, le sue presenze, le sue ombre, i suoi confini.

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Sin dall’adolescenza scrivere per me è stato un atto per dir così plurale : un verso, una pagina critica al margine di una lettura, una battuta di dialogo, un racconto breve, e anche la traduzione di versi di un’altra lingua non si disponevano in una qualche gerarchia, ma erano tutte forme da tentare, erano forme diverse dello stesso gesto, la scrittura. Se per molti anni è prevalsa la pagina esegetica, consegnando il resto alla cancellazione, o al gioco di una privata tastiera, è perché la fascinazione della biblioteca –di antichi e moderni e contemporanei- è stata fortissima, e alle letture mi sembrava di dover subito replicare con un dialogo che cercava la prosa critica. Ma, nella linea delle forme, il verso è come se avesse una sua singolare proprietà : solo uno stato di interiore necessità, congiunto a uno stato di grazia per dir così linguistica e visiva e musicale, lo rende dicibile, tentabile.

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Lourmarin : tomba di Albert Camus. Un castello austero fuori dal villaggio, poi il cimitero. Una lastra di pietra chiara macchiata da licheni, posata sulla terra, le lettere del nome incise sulla pietra, con le date 1913 1960. Un piccolo “laurier” non ancora fiorito, ciuffi di lavanda e di rosmarino intorno, un mazzo di fiori artificiali di lato. Sulla terra una conchiglia : ci sarà il suono del mare nella sua cavità, mi sorprendo a pensare. In alto la linea scura del Luberon. Piove. Ero, tanti anni fa, in un villaggio dell’Alsazia, ai piedi del Col de Bussang e della grande foresta dei Vosges, quel giorno di inizio gennaio quando ascoltai per radio, un mattino, la notizia dell’incidente mortale occorso allo scrittore : studente, ero per alcuni giorni di vacanza presso una sorella di mia madre emigrata con il marito e quattro bambine in quel villaggio, nei pressi di un’industria tessile. Molti anni dopo Jabès mi avrebbe raccontato molti particolari degli ultimi giorni di Camus, dell’ultimo viaggio e dell’incidente. La lettura di Camus, di tutto quel che di suo trovavo in francese e in traduzione, agiva sui miei orientamenti di studente, sulle mie scelte. Credo che la prima conferenza pubblica l’abbia fatta, a ventidue anni, qualche giorno dopo la laurea, proprio su Camus, a Milano, presso un centro culturale giovanile.

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Come dell’amore anche della poesia non si può dire se non per approssimazione, stando sulla superficie della parola, del ritmo, del nodo che unisce senso e suono. Si può ascoltare la sua musica, far proprio il suo sogno di verità, sentirsi toccati dalla sua forza di illuminazione interiore, dalle sue interminabili invenzioni, dal suo azzardo, dal suo patto con l’impossibile, e con l’inatteso, e con l’invisibile. Sapendo, in ogni momento, che c’è qualcosa oltre tutto questo, qualcosa che nessuna poetica e nessuna linguistica può ridurre a comprensione piena. L’irriducibile della poesia è la poesia.

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Il paese di Gualtieri, verso il Po, il respiro della grande piazza, il portico, il verde che fuori dall’arco della porta sale verso il fiume, pomeriggio di domenica: Gianni Celati mi racconta dei suoi passaggi e delle sue soste, lì, con Ghirri, nel cammino verso la foce. Raggiungiamo l’argine : l’aria ottobrina è ancora dolce. Scendo da una scaletta sotto l’argine, salgo su un pontile al quale è legata una barca, guardo il perdersi del fiume laggiù dove curva sotto un cielo velato che sente già l’annuncio del tramonto. Risalgo sull’argine, con Gianni riprendiamo il cammino conversando. Nel pomeriggio un’amica ci ha condotto in un grande recinto di case abbandonate, con il vecchio edificio padronale al centro e intorno i resti di quello che fu un animato mondo contadino. La variante emiliana delle nostre masserie. Per un istante ho visto lì intorno l’andirivieni di figure, ho sentito voci che si chiamavano, scalpitio di cavalli. Dalle finestre si affacciavano volti di donne, nell’aria un gesto di saluto, salutavano da un tempo che era stato il loro tempo, da una vita che era stata la loro vita.

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Del camminare. Suo rapporto con il definirsi di un tempo-spazio dell’interiorità. C’è anche un piacere del ritrovare cammini già noti. Si potrebbero scrivere storie di camminamenti. Apparirebbero amici, personaggi, incontri, città, campagne. È la peregrinazione come forma dell’esistenza. Mi piacerebbe un giorno raccontare alcune passeggiate urbane in compagnia di alcuni scrittori, quel che accadeva nel percorso, quel che ci dicevamo e vedevamo : con Edmond Jabès a Parigi e Milano, con Yves Bonnefoy nelle Crete senesi, con Hermann Piwitt lungo il porto di Amburgo, con Ida Vitale, con Mark Strand e Michael Krüger a Tampico in Messico, con Mario Luzi a Firenze, a Siena e a Pienza, con Gianni Celati a Zurigo e a Carpi, (perdendoci nella periferia una sera), con Franco Loi una notte a Firenze, e nella stessa città, un pomeriggio, con Giorgio Orelli, per non dire dei tanti cammini per le strade di Milano o di Roma o di altre città con i poeti che appartengono alla preziosa sfera, sensibile e affettiva, che diciamo amicizia.

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Lo stile è qualcosa di più dell’identità : radice dell’ascolto, essenza della riconoscibilità (del riconoscimento?). Il tu è il respiro dello stile.

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I solchi del volo : punti neri che rigano il cielo, salgono, scendono a precipizio, scompaiono dietro i coppi rossi dei tetti, riappaiono sopra le altane e sopra i campanili, si avvicinano a raggiera, si allontanano in verticale, vorticano in coppie, in stormi, si separano e inabissano, tornano all’assalto del cielo, all’assalto della sera, si posano presso i miei pensieri, qui, mentre sono al riparo, dinanzi al tavolo, dietro la finestra, gli occhi sui versi di René Char, i fogli sparsi intorno alla tastiera del computer, un libro su un vecchio leggio.

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Traducendo Baudelaire. Il gioco delle rime, la loro ricerca nella mia lingua, sembra raccogliere le tante variazioni tonali dell’altra lingua entro poche dominanti. Un sacrificio, non solo di riverberi di senso, ma anche di respiro musicale. Eppure può accadere che, di colpo, le rinunce vengano qualche volta risarcite, grazie a una rima trovata, che era inattesa, e viene incontro proprio dal limite che ci si è imposti scegliendo di rispondere alla rima con la rima. Quel limite, se si traduce preoccupati di una corrispondenza sul piano delle sonorità, è accresciuto. Accresciuta è la rinuncia. Ma spesso il dono che, improvviso e inatteso, da quel limite proviene è una gioia che compensa la perdita. Tradurre poesia è darsi limiti attendendo qualche dono.

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Il silenzio non sogna la parola ma un altro profondo silenzio. Le sue ali lo porterebbero nel paese dove il linguaggio non è mai stato.

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Il passaggio dei pensieri alla scrittura : un passaggio alla chiarità che il segno grafico promette, ma anche all’immobilità, a una sorta di irrevocabilità. I pensieri che si sono fermati dinanzi a questo passaggio, non diventando scrittura, sono davvero e per sempre dispersi? O sono finiti in quella nuvola universale –spazio e tempo fatti nuvola di pensiero- che è l’elemento in cui respirano immagini, frammenti di sogni, desideri? C’è una noosfera, analoga all’atmosfera, che ci circonda e che è invisibile sorgente di nuovi pensieri, di nuove scritture?

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La neve abolisce la forma delle cose : nel silenzio sotterraneo, chiuse dentro il peso di tutto quel biancore, le cose possono riconoscere se stesse, possono ritrovarsi, sottratte finalmente agli sguardi, da paesaggio dispiegato fatte silenzio informe e pensoso.

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Le nuvole, la loro esitazione tra l’informe e la forma, il loro continuo passaggio al di là della forma. Viste dal basso o anche da vicino, dall’oblò di un aereo, non perdono quel patto con la lontananza che è allo stesso tempo impossibilità della forma definita, e tangibile. Quali altre figure sono più prossime alla metamorfosi, e dunque alla poesia che trans-forma la lingua, la sua propria materia, continuamente inseguendo l’impossibile “forma vera”?

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