L’amore coniugale, la morte e il ruolo di Dio in “Come un ladro nella notte” di Claudio Tugnoli

di Antonio Di Seclì

Conosco l’autore, solido filosofo, ottimo docente, scrittore prolifico, cultore di amicizie vere.

Conosco la storia della scomparsa della donna amata: sposa sincera, artista appassionata, docente inappuntabile, altruista.

Come un ladro nella notte (Genesi Editore, Torino giugno 2018, p. 223) : questo è il titolo del testo di cui vi propongo la lettura. Allo stesso tempo, però, si potrebbe aggiungere un simile lunghissimo sottotitolo: diario dell’illusione estrema; ovvero appunti sulla dipartita della donna amata, con riflessioni sulla morte e sulla vita; sull’amore e su Dio; e, infine, su una miriade di altre questioni che toccano gli umani.

Tutta la storia, con la sua cruda realtà, prende abbrivio dall’annuncio di un maledetto tumore, che improvvisamente e subdolamente si introduce nella vita individuale della vittima, ma anche della coppia, sino a sconquassarla e di conseguenza con rapidità distrugge tutto il mondo che la circonda assieme alla vita affettiva di Claudio, marito innamoratissimo, senza iperboli, sino al giorno estremo della morte, insinuatasi come un ladro nella notte, per rubarle tutto, ogni estrema speranza; predando altresì a Claudio la moglie, la figlia, persino la nonna, come lui scrive; tutto insomma, ogni affetto, ogni minuscola effimera illusione.

Ho impiegato molto tempo nella lettura delle oltre duecento pagine del volume. Perché? Non potevo non avvertire la dolorosa aurea che avvolgeva la narrazione e che finiva per avviluppare me stesso. Per cui, in forma terapeutica, dovevo spesso sospendere la lettura per riprendere lena; o per meglio dire coraggio. E poi, la materia non è proprio delle più semplici. Non si tratta di una piacevole, douce promenade sui passi di una giuliva storia d’amore appuntata con fluido sentimento e ottimismo. No! Qui ci troviamo di fronte a due anime, quella del narratore e quella della consorte, che vengono messe a nudo, a durissima prova, scorticate per circa cinque anni, il tempo che intercorre tra l’annuncio della malattia e lo scivolamento, il ritorno … nel grembo di colui che è origine e fine di tutti e di ogni cosa. Qui ci troviamo di fronte a degli interrogativi che fanno tremare la fiducia dell’uomo nell’esistenza e la sua fede nel Creatore.

Per diversi mesi mi sono trascinato dietro questo libro che gronda sofferenza e che ispira pietas, intensa partecipazione. L’ho portato con me in giro per l’Italia, su e giù. Ho trovato sovente in me stesso la bugia adeguata per non fargli, con me, attraversare l’Europa. Perché forse non volevo io stesso fare i conti con il dolore che le pagine stillavano. Umano dolore che una volta raccontato, palesato, smette di essere soggettivo per divenire universale.

Tanto si potrebbe e dovrebbe dire e scrivere di questo volume; ma l’altro, ossia colui che in questo istante mi legge, non potrebbe mai comprendere genere e oggetto trattato, forse è meglio dire oggetti trattati, senza dare corso direttamente alla lettura. Lettura che per forza di cose bisognerà che sia circostanziata, attenta, indagante.

D’altra parte, nonostante lo sforzo dell’autore e la personale perizia a comunicare i concetti meno immediati, il testo non è di facile accezione, per via della materia ovviamente. Per impossessarsi della sua ricchezza filosofica occorrerà allora essere armati di giusti strumenti.

Si tratta di una riflessione lunga e continua, plurale e densa su vita e morte dell’uomo, e sulla relazione tra le due.

La storia per così dire esterna, l’occasione, è data dagli appunti-riflessioni di diario, a giorni irregolari, che l’autore – marito segna lungo il triste tempo del decorso dell’inesorabile malattia: il cancro che ha colpito la moglie.

E’ la storia di una coppia profondamente innamorata che vive l’orrenda e ingiusta vicenda della malattia di lei che, inesorabile, implacabile, la porterà via dopo averla profondamente straziata nel corpo e nello spirito.

Per essere essenziali potremmo dire che si tratta della cronaca di un’esile vita che si va spegnendo: dal 3 gennaio del 2005 al 7 gennaio 2010; e che continua oltre, nel ricordo presente e nell’illusione di un ritorno (!?), sino al 3 settembre 2012.

Tecnicamente il testo è diviso in tre parti: Prima parte (quella della malattia), Intermezzo ( un saggio sulla morte p.137- 151), Seconda parte ( dopo la morte e l’Epilogo: 6 gennaio 2010 – 3 settembre 2012).

Il dolore di Antonia e di Claudio è dolore di ogni uomo, è il dolore dell’Umanità tutta che ci circonda, ci abbraccia, ci avvince. E’ lo strazio delle nostre carni, delle nostre relazioni, dei nostri sentimenti fatti a brandelli.

Per questo dolore che sconvolge e umilia, Claudio ha abbandonato l’insegnamento nella speranza di attutire con la sua ininterrotta presenza la sofferenza, la fine terrena della donna amata.

Ma c’è un Dio che interloquisce con Claudio e , attraverso lui, insegna e disegna di quali fiori, di quali sassi è disseminato il destino di ognuno di noi. Dio è l’altro, l’altro con cui l’autore ragiona per ricevere, e ne riceve, risposte.

E’ diario di dolore. E’ diario di amore. Del dolore per la perdita della donna amata, di Antonia che si logora; dell’amore per la donna che più di ogni altra persona lo ha amato.

Il testo è anche un saggio di filosofia, o più saggi di filosofia. E’ dialogo continuo con Dio intorno al significato dell’esistenza umana. E’ un canto del dolore e dell’amore: raccolta di segreti, di riflessioni, di esplorazioni, di implorazioni che si susseguono, si inseguono con irregolarità temporale ma con logica consequenzialità, sino all’Epilogo ( p. 209-215).

Il dialogo con Dio, che spesso diviene onesta preghiera, supplica sommessa, si alterna ai momenti raccontati della malattia di Antonia, ai sogni, alle riflessioni, alle illusioni, alle disillusioni.

Forse il testo non va letto tutto d’un fiato, ma a sorsi, con lentezza, a giorni alterni, perché la dura materia abbisogna di tempo per essere metabolizzata; perché la materia è tra le più dolorose ( la malattia inesorabile di una donna, il dolore della stessa e del suo sposo-autore ), perché la materia è sicuramente teologica, morale, filosofica. L’autore, per esemplificare, tra gli altri interrogativi si pone il seguente: “Perché Dio dà all’uomo la sofferenza ? Perché un’anima onesta deve essere umiliata e addolorata nel corpo sino a dover morire?”

“Oggi (7 gennaio 2005) Antonia ha avuto la notizia terribile della presenza di un marcatore tumorale nei risultati delle analisi del sangue fatte alcuni giorni fa. … La povera Antonia piangente mi ha telefonato subito dal cellulare. E’ distrutta. Sono confuso e disorientato … reagisco presto, cerco di essere ottimista … dobbiamo combattere … non bisogna lasciarsi andare … bisogna fare un passo alla volta” (p.11)

Comincia in questa maniera la cronaca di una morte annunciata. Lei piangente, lui confuso e disorientato, ma che prova a reagire inoculando speranza. E si snocciola con questa modalità la vicenda, tra cadute e tentativi di resurrezione. Sino a quando “ … come un ladro nella notte, viscida e prepotente, ingiusta e funesta, inaspettata e orribile, cieca e muta la morte è venuta.” (p. 174)

Resta solo il ricordo, la nostalgia, la dolcezza del tempo trascorso insieme: “ … così con il nostro affetto l’uno per l’altra siamo vissuti insieme in questi anni costruendo un tesoro enorme di doni, di slanci e speranze … Mi sei stata amica leale e moglie fedele, ma anche premurosa e rassicurante, e infine figlia, bimba indifesa ed esposta al flagello del freddo, al buio osceno della morte sempre incombente.”

C’è in questi ricordi un pianto prosciugato, eterno e antico per l’amata. “A nulla è valso ogni mio sforzo, perché infine non sono riuscito a trattenerti, a strapparti all’abisso che ti ha trascinata via. Tu che non sei più, mai più di prima mi accompagni: sento la tua presenza qui nella casa, nel giardino che tanto amavi, ogni giorno di più.”

Sono trascorsi soltanto due mesi dalla morte! L’autore però non riesce a emanciparsi dal dolore per la perdita della moglie, non può vivere senza di lei, vorrebbe quasi novello Orfeo discendere negli Inferi per incontrare ancora una volta colei che è stata tutto per lui e, più di ogni altri, affettuosa e attenta oltre misura: “ Antonia era mite e sempre attenta agli altri … era piena di fede e di speranza … ha sempre tenuto una condotta lineare, costruttiva; non ha mai giudicato o condannato alcuno … ogni sua energia la spendeva per la scuola, per conservare la casa, per starmi vicino e per la produzione artistica … Coltivava solo la gioia purissima di costruzione di una comunità laboriosa … solo ora mi rendo conto pienamente del dono straordinario che ho avuto dal cielo quando l’ho conosciuta … Vorrei solo che lei sapesse e capisse che anche nei momenti più difficili l’ho sempre amata, che il mio sentimento nei suoi confronti non è mai venuto meno. … Mi peserà e mi pesa tuttora il timore che la mia scomparsa trascini nell’oblio la sua figura, la cancelli poco a poco”.

Claudio Tugnoli aveva incontrato Antonia Caputo a Trento. Lui di origine emiliana, lei pugliese. Docenti tutti e due si erano trasferiti come tanti per lavoro e interessi professionali nel capoluogo di un territorio così lontano fisicamente e , per Antonia soprattutto, molto lontano culturalmente; eppure così affascinante per la sua diversità sociologica e morfologica. Presto l’autore, tanto forte era per lui il sentimento di affetto per la sua donna, rinunciava a intraprendere la carriera universitaria che lo avrebbe per lunghi periodi tenuto lontano da lei: era divenuto nel frattempo docente associato di Filosofia morale.

Di tanto, resterà solamente la solitudine del sopravvissuto. “Mi pesa – verga il 20 gennaio 2011, a un anno dalla morte di lei – la mia solitudine e quella di Antonia, anche se lei è presente e misteriosamente avvinghiata al mio cuore … La solitudine è una condizione trascendentale … La solitudine è morte e la morte è solitudine.”

Da questi appunti emerge, così come pure in tutte le pagine del diario, la formazione e l’interesse dell’autore per le problematiche filosofiche. Eugenio Borgna scrive che la solitudine “non è l’isolamento, ma una delle strutture portanti della vita … aperta comunque alla speranza. … L’isolamento, al contrario, è una solitudine negativa, in cui l’essere umano perde il contatto con il mondo … Nella solitudine positiva invece ognuno prende coscienza di sé, della sua vita e dei suoi rapporti con la comunità di cui è parte … l’isolamento è una chiusura agli altri e al mondo che può divenire autistica.” E ancora “ La solitudine è legata all’esperienza del dolore dell’anima … Ma anche il dolore del corpo porta alla solitudine … La sofferenza ci offende, anzi ci degrada.” Alla sofferenza psichica ci accompagna la solitudine, anzi l’isolamento di chi si sente abbandonato. Insomma la sofferenza diventa solitudine e la solitudine si riempie di sofferenza. Questa materia, affrontata solo al termine del volume, assieme a questioni come paura e speranza, malinconia e depressione, questa materia è una parte infinitesimale, senza esagerazione, della miriade di questioni affrontate dall’autore e dei tanti autori citati e utilizzati, per la trattazione delle tematiche: Borgna, Minkowski, Kapuscinski, Xavier Thevenot. Zygmunt Bauman, Eschilo, Teresa di Calcutta, Rilke, Dichinson e via di seguito.

Il testo allora, oltre a essere diario, è anche altro. E’ un saggio, anzi più saggi insieme di filosofia, dove spesso l’interlocutore diventa lo stesso Dio.

“Mio Dio, Ti chiedo di darmi la forza di non invocarti quando mi fa comodo. Ti chiedo di poterTi invocare senza chiedere nulla per me che sia ingiusto per altri.” (p.14) e poi, “Mio Dio, sono così stanco di combattere che se Tu mi esonerassi in qualsiasi modo, se Tu mi risparmiassi ogni altra fatica e umiliazione, Ti ringrazierei per sempre … Signore, perché questo senso di avvilimento, perché quest’aura di fallimento che accompagna ogni giorno della mia esistenza? … Fammi diventare un uccello del cielo o un albero frondoso o anche solo la polvere che il vento trasporta; fammi diventare una cosa da niente, che non sa nulla di sé e non vuole nulla. Fammi diventare nulla …”

E, quasi sempre, da tali occasioni nascono le speculazioni d’ordine filosofico, così come in questo caso insorge la questione dell’esistenza umana e della sua stessa finalità. “Dunque devo esistere per forza. Gli uomini hanno mete che non si sono date, la loro fragilità è assoluta e senza rimedio, ma niente potrebbe toglierli radicalmente dal mondo, così è impossibile togliere alle loro azioni gli effetti e la catena di conseguenze che si srotola da esse. … Essere è inevitabile. Ogni volta che io ho coscienza di me stesso, so di esistere; e se so di esistere, so anche che esistono Dio e il mondo … Se so di esistere , come faccio a sapere di non esistere? … così che io sono costretto a esistere …”.

Procedendo nella lettura la materia diviene più densa, più compatta, più forte da dominare. “ Mi sento impotente e mi sembra inutile che mi rivolga a Dio. Chi è Dio ? …”. Il problema di Dio, di cui non metterà mai in dubbio l’esistenza se non per mera ipotesi, attraversa gran parte dello scritto. Ma altro ancora incontriamo: il problema della responsabilità, ad esempio: “La responsabilità è volontà di risposta particolare … Il termine responsabilità implica dunque un chiamante. Non posso sentirmi responsabile di fronte al niente, come invece Heidegger pretende in Sein und Zeit, che Cacciari definisce il libro più radicalmente anticristiano del nostro tempo”:

Così che il confronto con Dio e le questioni che scaturiscono dal relazionarsi con lui finiscono per divenire materia più ampia della medesima cronaca dell’evoluzione del male che annienta Antonia.

“Queste terapie e interventi, così devastanti e dolorosi, mi appaiono come una beffa nella beffa … Trovo assolutamente insopportabile, turpe, idiota, incomprensibile, iniquo tutto quello che sta accadendo ad Antonia. La vita stessa è avara con questa donna di una rettitudine e di una generosità senza pari. La sua dedizione a me e alla scuola è stata ripagata con una sofferenza gigantesca”. Basta una simile constatazione per dare cominciamento ad altre riflessioni che sono, è vero, contigue al racconto della malattia, ma che occupano comunque uno spazio quantitativamente più ampio. “Non sappiamo nulla sulla origine delle cose, del mondo di noi stessi. Ma non sappiamo nulla neppure della fine, che concepiamo come negazione di ciò che la precede … Gli esseri umani nel corso della storia sono spinti a interrogarsi sul significato della propria esistenza. … E per rendere conto dell’inizio e della fine in tutte le culture gli esseri umani hanno cercato di esplorare gli estremi mediante cosmogonie, antropogonie e miti escatologici. … che cosa c’era prima dell’inizio e che cosa ci sarà dopo la fine? Il nulla? Oppure ricomincerà un nuovo ciclo? … Dunque inizio e fine sono semplici giri di boa di una navigazione ininterrotta da sempre e senza fine? Se il mondo è concepito come il risultato di un atto di creazione da parte di un essere divino, la domanda si sposta: chi è Dio, perché ha creato un mondo transeunte … visto che avrebbe potuto produrre senza sforzo un mondo altrettanto eterno e incorruttibile?”

Ma il volume non è solo diario e saggio filosofico – ribadisco – di amore e morte, di Dio e uomo, di esistenza e solitudine, di vita inutile e viaggio, di felicità e libertà di coscienza, di vecchiaia e ancora di tant’altro. Il volume è anche indirettamente un vademecum di musica classica. Certo, perché sovente l’autore chiude un paragrafo o un capitolo con il bisogno di ascoltare un brano musicale che lo aiuti a rimettersi in sesto, a sfogarsi, a concentrarsi o altro. Ed ecco, allora, che insorge l’invito surrettizio ad ascoltare ora l’Agnus Dei di Edward Higginbotton, poi il Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi; ora il Canon in D di Johann Pachelbel, poi le Hieremiae prophetae lamentationes di Roland de Lassus; ora il Requiem in the Venetian Manner, poi le Lamentationes Ieremiae prophetae- Pro Cantione Antiqua di Giovanni Pierluigi da Palestrinaoppure Divenire di Ludovico Einaudi.

Non è il caso di continuare a proporre altre considerazioni su di un lavoro, il presente, compilato non per essere pubblicato, ma soltanto per fermare il ricordo del turbinio delle sensazioni nei giorni difficili della pena. Ma che, poi, soltanto il bisogno assoluto di perpetuare il ricordo, la memoria di colei che ha totalmente amato, lo spinge a rivedere e produrre il testo divenuto pubblicazione.

Allora mi arresto, mettendo però nella dovuta evidenza quanto l’ Intermezzo di appena dodici pagine possa, per quanto breve, essere considerato un vero e concluso saggio sulla visione della Morte. Per questo motivo, in fondo, vado a proporre, in ultimo, alcuni passaggi del suo incipit: “ Una delle cose più straordinarie dell’esistenza è questa certezza che noi abbiamo della morte … si ha l’idea che dietro la morte ci sia qualcosa di molto bello, di molto lieto, di molto desiderabile. Senza questa convinzione inespressa, la vita non sarebbe possibile … ( Jean Guitton, Le siècle qui s’annonce).”

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Una risposta a L’amore coniugale, la morte e il ruolo di Dio in “Come un ladro nella notte” di Claudio Tugnoli

  1. Luigi spoto scrive:

    Grazie per questa recensione! Leggendola mi sono sentito come accompagnato per mano nel percorso di dolore di Claudio. Ho letto il libro con la necessaria lentezza, con intervalli anche lunghi, per metabolizzare la dura materia di cui è fatta la morte… Struggenti le paure, le preghiere, la disperazione di un marito innamorato che sa di perdere la propria moglie, ma è proprio questo amore intriso di dolore che mi ha aiutato ad arrivare fino in fondo nella lettura del libro… Grazie di cuore!

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