Due fratelli e la DDR. Su Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. di Stefano Zangrando

di Walter Nardon

A volte la foto di famiglia può risultare fuorviante. Lo scrittore e regista Peter Brasch aveva dieci anni meno di suo fratello Thomas, nato nel 1945, il prediletto (poeta, scrittore e regista, noto prima nella DDR e poi anche all’estero, quando riuscì a espatriare); ne aveva cinque meno di Klaus, attore sfortunato, e cinque più di Marion, la più giovane, che avrebbe scritto un romanzo su di loro, tutti figli di Horst Brasch, giornalista, funzionario di partito, Ministro dell’istruzione popolare del Brandeburgo e varie altre cose, che si portava appresso la famiglia nelle diverse sedi dei suoi incarichi di crescente prestigio finché non divenne, nel 1966, Viceministro della cultura della Germania Est.

Le vicende di questo gruppo di persone sono raccontate da Stefano Zangrando in Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. (edizioni Arkadia, Cagliari, ottobre 2018), un romanzo inchiesta che è insieme un corpo a corpo con l’opera di Peter Brasch e con un certo ambiente berlinese che Zangrando conosce a fondo e a cui deve la sua maturità di autore e di traduttore. Nel romanzo si succedono sezioni diverse: a quelle raccontate in seconda persona, con una continua allocuzione allo scrittore scomparso, si alternano le traduzioni da varie opere di Peter Brasch; nella seconda parte assistiamo a una prova teatrale nella quale le figure femminili della vita di Peter si confrontano sulle sue vicende e su quelle della Germania. Al centro, un notevole Intermezzo, dove Margit, la donna più importante nella vita di Peter, né dà forse il ritratto più efficace.

Fra le imposizioni del partito e lo sguardo onnipresente della polizia politica, i fratelli Brasch crebbero soprattutto nella pratica artistica, vissuta spesso come veicolo di un’alternativa al presente: non tanto per fuggire a Ovest – come avrebbe fatto Thomas, più critico nei confronti della DDR, ma certo non un dissidente – quanto per dare corpo alla fragile illusione di un’opposizione interna. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento le aspirazioni e perfino i gesti quotidiani dei fratelli e dei loro amici si fecero estremamente difficili; gli affetti e le inevitabili rivalità furono sommersi dall’alcool, in cui affondò per prima la madre, Gerda. Sulle tracce di Peter, Zangrando ripercorre i tentativi di un autore che segue il corso della vita senza riuscire a imprimergli una svolta, come invece sa fare il fratello maggiore, che in Occidente pubblica circa un libro all’anno. La vita di Peter trascorre all’insegna di una periodica dissipazione. Negli intervalli lavora a teatro, ma soprattutto alla radio, dove realizza adattamenti, radiodrammi. Scrive racconti per l’infanzia e incide audiostorie: quando insegna ai bambini è formidabile.

«Lo conobbi quando avevo tredici o quattordici anni. Non sapevo che fosse uno scrittore. A scuola aiutava a organizzare le feste di compleanno, e una volta ci accompagnò anche in gita scolastica. La maggior parte dei genitori non poteva, lavoravano tutti. E lui, be’, lui sembrava aver sempre parecchio tempo libero. E con noi era irresistibile. Raccontava barzellette, recitava, suonava la chitarra. E ci provocava, non sopportava di vederci troppo disciplinati. Noi lo adoravamo, gli insegnanti un po’ meno. Lo sentivamo come uno di noi, solo più coraggioso ed esperto» (p. 88).

Peter non riesce a imboccare fino in fondo la propria strada, e Zangrando è molto efficace nel lasciarne trasparire l’umanità, mentre lo vediamo dibattersi fra un impegno e l’altro, incapace di ripartire davvero. Come lui, i familiari e gli amici letterati bevono molto, ma in modo meno trionfalmente teatrale di quanto accade nei romanzi russi, come se il grigiore della DDR finisse talvolta per rifrangersi non solo nelle pozzanghere sul cemento davanti all’osteria, ma anche all’interno. Il personaggio di Katja, che è-e-non-è Katja Lange-Müller, scrittrice oggi affermata, ricorda chiaramente gli sforzi di Peter:

«Aveva una sua propria consistenza di scrittore, solo che non la si trova dappertutto. Non nelle poesie, ad esempio, dove il modello di Thomas si fa troppo sentire. Ma per il resto Peter era Peter. E aveva un suo umorismo impertinente e inimitabile, che Thomas poteva scordarsi. Il solo ostacolo di Peter fu lui stesso» (pp. 127-128).

Rimasto nella DDR, per un po’ Peter riesce a viaggiare (Austria, Norvegia, Inghilterra), ma a causa del suo anticonformismo si vede ritirare il passaporto. Torna in mente un altro passo memorabile del libro, relativo alla giovinezza di Peter:

«Il clima sociale del Paese, a quest’altezza, si esprime bene in un aneddoto narrato dal tuo quasi coetaneo Roland Jahn, futuro dissidente che sarà espatriato a forza. Lui l’università, prima di esserne escluso, la frequentava a Jena in Turingia. Ed è in questa città che un bel giorno nota un semaforo bislacco: per le auto si alternano a intervalli regolari il rosso e il verde, mentre per i pedoni rimane sempre rosso. L’indottrinamento subito fin da piccolo fa sì che Roland giunga a ipotizzare un trabocchetto, una sorta di prova: sono i servizi di spionaggio ad aver programmato così quel semaforo, per vedere chi tra i passanti è a rischio d’insubordinazione. E magari in una finestra dei dintorni un agente della StaSi osserva l’incrocio tutto il giorno con il binocolo e chi attraversa con il rosso è fotografato, seguito e schedato. Il punto non è quanto un giovane potesse interiorizzare un sistema di controllo sulla vita quotidiana esasperato fino all’assurdo. No, il punto è che i passanti, tutti i giorni a tutte le ore, con o senza macchine, restavano fermi al rosso. Non attraversavano. Semmai si spostavano in un altro punto. È questa la realtà in cui cominciasti a studiare» (pp. 58-59).

Se questo è l’ambiente in cui Peter è cresciuto, più si procede nella ricostruzione della sua vita, più sembra che le sue speranze si infrangano contro un presente che non smette mai di essere ostile: caduto il Muro, infatti, Peter non si ritrova nella «protervia della nuova Germania», né davanti alle esigenze di un teatro che in pochi giorni gli chiude le porte senza neanche avvertirlo. «Il denaro – commenta Katja a p. 122 – è la nuova forma della censura». L’ultimo tentativo di Peter è il romanzo Schön hausen del 1999, la storia del necroforo Gianluca Cardinale che si muove in una Sicilia immaginaria; ma è una nuova delusione.

Nonostante fossero divisi dal successo, i due fratelli morirono nel 2001, distrutti dall’alcool, a quattro mesi di distanza l’uno dall’altro, e questa volta fu Peter a precedere Thomas. Nelle loro lunghe telefonate notturne non intrecciarono il legame fatale che si incontra in altre vicende familiari, ma alcune coincidenze non passano inosservate. Si può parlare della loro fine perché il mistero di questa storia – che Zangrando racconta e immagina con partecipazione e misura – non sta tanto nella sua conclusione, quanto nel suo sviluppo, in ogni scelta sospesa fra costrizione e libertà.

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