L’anno prima della tempesta

Ci sono dodici capitoli, infatti, ciascuno frammentato in paragrafi che colgono situazioni peculiari dello spirito di quegli anni, un tempo di signore in mantella e cappellino inclinato, un tempo di passioni sotterranee, figlie delle ideologie emerse nel secolo precedente, che sarebbero cresciute e che avrebbero corroso l’Europa con violenza. È il periodo in cui a Vienna si trovarono a risiedere contemporaneamente Hitler, Stalin e Tito, il primo a fare il paesaggista men che mediocre, l’altro, il russo, a stare la maggior parte del tempo nella casa dei Trojanovskij, l’ultimo a fare il collaudatore di auto, mantenuto da Liza Spruner. I tre forse s’incrociarono, senza sapere l’uno dell’altro, mentre passeggiavano nel parco del castello di Schönbrunn, ed erano ancora ignari d’essere portatori di lutti e di distruzione. Soprattutto, però, le circostanze che Illies ricorda e che diventano immagini attraverso una prosa agile, dotata di una qual non trascurabile freschezza, riguardano artisti, scrittori e musicisti, i loro incontri, le loro rivalità, le loro attrazioni, come quella che nacque nel Café des Westens di Berlino tra Gottfied Benn, che oramai si allontanava dalla sua attività di anatomopatologo per dedicarsi alla poesia, e l’anticonformista Else Lasker-Schüler, per la quale amici pittori, preoccupati per la sua condizione, avevano organizzato una colletta. Era il tempo delle lettere di Rilke alle signore abbienti, di lui più anziane, che gli permettevano con favori tangibili e non di mantenere uno stile di vita non propriamente parco, e di quelle di Kafka da Praga all’eterna fidanzata a Berlino, Felice Bauer, lettere la cui decisione d’essere indeciso avrebbe fiaccato la pazienza di chiunque. Ed era anche il tempo in cui Oskar Kokoschka dipingeva forsennatamente Alma Mahler, prima che lei lo allontanasse per il più rassicurante Walter Gropius, che avrebbe fondato la Bauhaus cinque anni dopo, e Picasso faceva l’artista e, con sempre maggiore efficacia, il promotore di se stesso, lasciando il dubbio in qualcuno, almeno in me, in quale delle due vesti fosse più efficace.

La presenza di pittori, di letterati e di musicisti è preponderante nelle pagine di Illies. La scienza del tempo appare fugace orizzonte lontano. La scelta è riconducibile alle attitudini dell’autore, quarantacinquenne storico dell’arte, editorialista della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ex direttore delle pagine culturali della Die Zeit.

Lo sguardo di Illies è sull’Europa centrale, in maniera più specifica sul tramonto dell’Impero Austro-Ungarico, ed è uno sguardo colto, sereno, privo di pomposità nello stile, attento al ritmo e all’articolazione delle scene che ambiscono a una struttura unitaria. Ne emerge un libro felice la cui lettura incuriosisce, rinfranca, insegna.

[“Il Galatino”, anno XLVII – n. 1 del 17 gennaio 2014, p. 5]

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