Variazioni sull’addio

.di Luigi Scorrano

La parola ‘addio’.

La parola ‘addio’, nel linguaggio consueto, mi sembra d’uso sempre più raro e casuale; o forse proprio fuori uso. Esiliata volontariamente dai parlanti; forse inconsciamente scancellata dal parlato (e dallo scritto) per una sua presunta inclinazione allo iettatorio, fa oggi sorridere se a qualcuno venga in mente di utilizzarla come saluto non che di congedo – come sembra più ovvio – anche d’incontro.

Hanno il loro destino, si sa, anche le parole e le formule; ed è fuori luogo un rimpianto che potrebbe sembrare – ahimè! – solo incapacità di adeguamento al presente; quel presente che vuole l’efficienza anche nel saluto, il quale riesce magari più smanceroso e lezioso di quelli d’un tempo, d’un certo passato, ma dal quale – comunque – è stata bandita, (o sembra essere stata bandita) definitivamente la parola addio.

Guardata senza sospetto, la parola rivela la sua carica di affettività, o la preoccupazione che l’affettività muove e sottende. Preoccupazione dettata dalla premura, dalla tenerezza, dalla sincerità di cuore di chi, affidandosi ad essa, con essa affida in mani onnipotenti una persona, una vita che gli è cara. Infatti l’espressione è: a Dio, col sottinteso di vi raccomando, come si annota in un vocabolario di onorata carriera quale il Tommaseo-Bellini e come, più stringatamente, ripete oggi il Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia.


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