L’etica della comunicazione al tempo della globalizzazione

Il libro si articola in cinque capitoli preceduti da un’Introduzione e seguiti da un utile Indice dei nomi, ed è stato pensato, scrive l’autore, come “un manuale per studenti del Corso di scienza della comunicazione, ordinato secondo un filo logico e una scansione per capitoli e paragrafi, denso (o appesantito) di note e di rinvii bibliografici, come dovrebbe essere un trattato, ancorché introduttivo e, quindi, più breve e sintetico di un volume sistematico e approfondito.” (p. 21). Un manuale ad uso degli studenti, dunque, sebbene utile a chiunque voglia avere un quadro completo e ben informato sul tema, con l’obiettivo preciso di “ripercorrere i problemi dell’etica soprattutto lungo il corso del Novecento, esaminando alcuni dei modi in cui si è cercato di chiarirne le ragioni e le conseguenze nel settore dell’informazione e della comunicazione. L’intenzione di fondo – scrive ancora Pellegrino – non è tanto quella di ricostruire una “storia” completa e dettagliata, ma piuttosto fornire una sintetica introduzione, e cioè un colpo d’occhio preliminare sul pensiero del secolo, con qualche occasionale suggerimento per analisi più approfondite” (p. 22). Il punto di vista prospettico, da cui l’autore di questo libro guarda all’argomento, è il pensiero filosofico di Jurgen Habermas, di cui parleremo più oltre, segnalando sin d’ora che già nell’Introduzione lo studioso mette in evidenza “l’importanza della strategia argomentativa ed etica del progetto habermasiano, che qui si vuole indicare a paradigma esemplare di etica della e nella comunicazione” (p. 27).

Il primo capitolo è un “Breve profilo dell’etica” (pp. 31-83), come recita il titolo; insomma, una sintesi delle discussione sull’etica, dall’etica antica, greca, latina e medievale, sulla quale il cavallo di Pellegrino procede al galoppo, passando per quella dell’età moderna, con Hume e Kant presentati come i due paradigmi fondamentali – e già qui l’andatura rallenta – per proseguire al trotto quando oggetto della discussione divengono gli autori dell’ultimo secolo: Adorno, Rawls, Jonas, Apel, Habermas, e altri, ovvero gli autori che ci insegnano a pensare il discorso etico contemporaneo, orientato perlopiù, soprattutto negli ultimi decenni, sui temi dell’etica pubblica: il rapporto con i nostri simili, il vivere in una società giusta, la ricerca della felicità, della verità, ecc., tutti temi che costituiscono il risvolto etico dell’ermeneutica contemporanea.

Il capitolo contiene cinque schede che si inseriscono come altrettanti inserti nella trattazione e si segnalano come approfondimenti di autori e temi di fondamentale importanza: Scheda 1: Hume a Kant: i due paradigmi eminenti e antitetici dell’etica moderna; Scheda 2: Nietzsche e la distruzione epistemologica dell’idea di morale; Scheda 3: Adorno e la teoria critica della morale; Scheda 4: John Rawls e la teoria della giustizia come equità; Scheda 5: Un’etica per la civiltà tecnologica: il principio responsabilità di Hans Jonas.

Nel secondo capitolo, dal titolo Le etiche applicate (pp. 85-147), Pellegrino presenta il dibattito filosofico su alcune problematiche di grande attualità come la bioetica, e le questioni connesse: l’aborto, la fecondazione assistita, l’ingegneria genetica, la clonazione, l’eutanasia; e poi ancora l’etica delle relazioni di genere, l’etica degli animali, l’etica ecologica, l’etica degli affari, delle professioni ecc.; tutte problematiche che attengono al campo delle etiche applicate: “L’etica applicata concerne lo studio delle conseguenze delle teorie etiche in circostanze specifiche” (p. 87); essa “si sviluppa, a partire dagli anni Settanta, come ricerca dei precetti che derivano dall’adesione all’una o all’altra teoria etica nelle nuove situazioni storiche” (p. 88). Anche in questo capitolo cinque schede richiamano l’attenzione del lettore su particolari temi: Scheda 6: I limiti della ragion pratica: il contributo di Erminio Juvalta; Scheda 7: Etica della qualità della vita ed etica della sacralità della vita; Scheda 8: Il futuro della natura umana: la riflessione di Jurgen Habermas; Scheda 9: Sostituirsi a Dio? Interrogativi sul problema della clonazione; Scheda 10: I codici di deontologia professionale.

Segnalo in particolare il passaggio in cui l’autore precisa il significato dell’aggettivo “laico”, che non va confuso con “ateo”, come molto spesso, purtroppo, accade: “… Una bioetica laica, scrive Pellegrino, citando U. Scarpelli, Bioetica laica, è una bioetica elaborata come se non ci fosse un Dio”. Ragionare sulla base dell’ipotesi che Dio non esista non equivale dunque a negarne l’esistenza” (p. 98). Sembra un gioco di parole, ma la definizione è profonda, dal momento che si può essere laici e credere fermamente in Dio.

Il terzo capitolo ha per titolo L’etica dell’informazione e della comunicazione (pp. 149-183). Qui il discorso etico riguarda l’ “infosfera”, ovvero un nuovo ambiente, frutto delle applicazioni dell’informatica e “costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni e concepito come continuo, finito, ma potenzialmente illimitato e immateriale” (p. 152); un ambiente nel quale i problemi non mancano: “Si pensi, per esempio, ai classici problemi legati alla proprietà intellettuale, alla privacy e alla sicurezza, al furto e alla manipolazione illegale dei software”, ecc. Il computer diventa strumento su cui verte il discorso etico, poiché è chiaro che “chi usa il computer è responsabile del computer stesso e del suo utilizzo” (p. 158), tant’è che appare insensato dare la colpa al computer per un danno prodotto dal suo uso sbagliato da parte dell’uomo.

Così, per i navigatori del cyberspazio, esiste un galateo, un’etichetta della rete, o netiquette, un decalogo della rete di prescrizioni minime: 1. Non userai un computer per danneggiare altre persone; 2. Non interferirai con il lavoro al computer di altre persone; 3. Non curioserai nei file di altre persone; ecc. (p. 160 n. 15). Insomma, non è una nuova religione, ma poco ci manca!

In questo capitolo Pellegrino ci parla anche del modello comunicativo di Jacobson, dei suoi limiti; e poi ancora dell’ “agire comunicativo” di Habermas, a cui è dedicata l’unica scheda, la undicesima, del capitolo. “Si ha agire comunicativo (…), scrive Pellegrino citando Habermas di Teoria e prassi nella società tecnologica, quando “i progetti d’azione degli attori partecipi non vengono coordinati attraverso egocentrici calcoli di successo, bensì attraverso atti dell’intendersi”. L’agire comunicativo, in altre parole, si distingue “per il fatto che tutti i partecipanti perseguono senza riserve i propri fini illocutivi per raggiungere un’intesa che costituisce la base per un coordinamento unanime dei progetti d’azione perseguiti di volta in volta in modo individuale” (p. 173).  L’accento batte sulla necessità di “raggiungere un’intesa” più che sul “perseguire i propri fini”, e in questo è forse l’irriducibile residuo utopico del pensiero di Habermas.

Il capitolo quarto s’intitola Le teorie delle comunicazioni di massa (pp. 185-217). Si parte dall’assunto che “questa realtà, molto spesso, è esperibile dagli individui soltanto grazie alla mediazione dei mezzi di comunicazione di massa, che riescono nell’operazione di rendere vicino e comprensibile ciò che spesso è lontano ed estraneo. Da questo punto di vista, quindi, il potere dei media è davvero forte…” (p. 189). Pertanto, sulla questione si sono esercitate diverse teorie, che l’autore passa in rassegna e descrive: la teoria ipodermica, il modello di Lasswell, la cosiddetta “ricerca amministrativa, la teoria funzionalista, i “cultural studies”, ecc. tutte cose interessantissime e che andrebbero esaminate una per una, ma sulle quali siamo costretti a sorvolare per non tediare il lettore; e poi, perché si scrive una recensione, se non per rimandare il lettore al testo da leggere? Dirò solo che alcune pagine (con scheda annessa, la dodicesima) sono dedicate ad Adorno, uno degli autori di Pellegrino, e sono intitolate “Comunicazioni di massa e industria culturale”. Si legga la sconsolata conclusione cui giunge l’Adorno dei “Minima Moralia. Meditazioni sulla vita offesa”, qui citato da Pellegrino: “Nell’era dell’industria culturale, l’individuo non decide più autonomamente. Il conflitto tra impulsi e coscienza si è risolto con l’adesione acritica ai valori imposti: “quella che un tempo i filosofi chiamavano vita si è ridotta alla sfera del privato e poi del puro e semplice consumo” (p. 205). Seguono pagine molto illuminanti su La teoria critica vs. ricerca amministrativa, metodi di indagine della realtà che intendono i media in modo radicalmente opposto: “per la teoria critica si tratta di strumenti della riproduzione di massa che, nella libertà apparente degli individui, ripropongono i rapporti di forza dell’apparato economico e sociale. Dalla ricerca amministrativa essi sono interpretati invece come “strumenti usati per raggiungere determinati scopi. Questi possono essere vendere merci o innalzare il livello intellettuale della popolazione…”, ecc. (p. 211). La tesi di Pellegrino è che sia più che ragionevole considerare teoria critica e ricerca amministrativa utili entrambe e complementari.

Ottime anche le pagine sulla teoria culturologica e Edgar Morin, di cui si cita L’industria culturale. Saggio sulla cultura di massa: “… l’etica del loisir [il tempo libero, il divertimento], che fiorisce  a detrimento dell’etica del lavoro, accanto ad altre etiche vacillanti, prende forma e si struttura nella cultura di massa. La quale non fa che riempire il loisir (con gli spettacoli, gli incontri sportivi, la televisione, la radio, la lettura dei giornali e dei settimanali), orientare la ricerca della salvezza individuale nel loisir, e inoltre “acculturare” il loisir che diviene stile di vita” (p. 215). Pagina sacrosanta, questa di Morin, su cui si dovrebbe riflettere a lungo, soprattutto in tempi in cui la crisi economica mette in seria discussione un simile modello di vita.

Ed eccoci all’ultimo capitolo, il quinto, dal titolo L’etica della comunicazione (pp. 219-286). Pellegrino è convinto che “ l’etica è … l’unico modo per sperare in una società equa” (p. 223) e sa anche che la comunicazione è “una delle principali azioni che l’uomo compie nel mondo per trasformarlo” (p. 224). Il pubblico richiede un’etica della comunicazione nella misura in cui non si rassegna a subire passivamente quelli che l’autore definisce i due “mali oscuri” provocati dai media nel mondo contemporanea: “1) l’effetto di disintegrazione sociale; 2) l’idea del successo senza merito.” (p. 225). A questi mali Pellegrino oppone tre principi che devono informare l’etica della comunicazione e che corrispondono a tre pensatori del Novecento: “In questo orizzonte, assumono particolare rilievo alcune forme contemporanee della ragion pratica. Si tratta del nuovo principio etico dell’agire comunicativo così come lo ha teorizzato Habermas, un agire capace di vedere nell’Altro una persona morale e di cercarne il libero consenso; del principio della responsabilitàverso le generazioni future (che Jonas elabora come etica adeguata all’età della tecnica, al fine di prevenire gli effetti della sua immane potenza; …. e infine il principio della giustizia, combinata con l’uguaglianza e la differenza, secondo la proposta di Rawls …” (p. 229).  Agire comunicativo, responsabilità, giustizia, sono le tre virtù teologali del XXI secolo, che questi scrittori ci consegnano come un’estrema attestazione di fiducia nell’agire etico dell’uomo. Pellegrino se ne fa portavoce, nella consapevolezza che “non c’è una sola etica. L’etica è un territorio concettuale e non una normativa. Esiste però un terreno comune, un minimo comun denominatore…” (p. 230), che proprio nei principi summenzionati può ritrovarsi.

A questo discorso un altro pensatore ha dato il suo contributo, ed è K. –O. Apel, con la sua esigenza, nell’età della scienza, di un’etica razionale e universale. A lui è dedicata anche una Scheda, la 14. Egli identifica, scrive Pellegrino citando i “Limiti dell’etica del discorso. Tentativo di un bilancio intermedio”, “le quattro universali pretese di validità […] che Habermas ha formulato per primo: “senso, verità, veridicità [o sincerità] e giustezza” (p. 248 e 251), che basterebbero a fondare un discorso comunicativo etico valido per tutti gli uomini. “In realtà, – scrive Pellegrino rinvenendo un limite del discorso di Habermas così com’è ripreso da Apel –  qui viene proiettato sulla società il modello di discussione delle piccole comunità scientifiche che si occupano, a partire dagli stessi presupposti teorici, di uno stesso infinitesimo frammento di realtà” (p. 261); e si sa che la comunità globale è ben altra cosa.

Il capitolo contiene anche due schede: la 13: La semiotica di Peirce e la trasformazione del kantismo; e la 15: La Carta dei doveri del giornalista. E siccome è ad un giornale che destino questo scritto, vorrei finire proprio con un riferimento alla figura del giornalista, che è al centro della comunicazione. Escluso che l’audience possa continuare a farla da padrone nei media – come di fatto accade -,  ed esclusa la cosiddetta “neutralità” della posizione del giornalista, occorre richiamare ciascuno al senso della responsabilità (Jonas), da esercitare sempre a beneficio di una comunità. Pertanto, giustamente Pellegrino invita tutti i cosiddetti operatori dell’informazione allo studio della filosofia. Egli dice: “Il valore della verità resta comunque un discrimine di cui deve occuparsi l’etica: l’argomentazione analitica, che è la specialità del filosofo, può certamente giocare un ruolo nell’affinare la percezione. Lo scopo però è quello di affinare la percezione, e cioè rendere ciascuno consapevole in modo più intenso e onesto di ciò che sta dicendo, pensando, sentendo. La filosofia ci invita (forse ora in modo più insistente rispetto al passato, per via della pervasività raggiunta dai media) a chiederci se ciò che diciamo sia vero “ (p. 286).

Così, l’autore, in conclusione, nel mentre motiva, se ce ne fosse bisogno, il richiamo all’utilità della filosofia, rivolge un invito anche a tutti gli uomini – dal momento che tutti noi siamo in definitiva attori della comunicazione -, l’invito ad una nuova percezione delle cose, fondata sull’onestà e sulla consapevolezza, sul senso di responsabilità e sulla ricerca della verità. Sono i principi della comunicazione etica fra gli uomini nel tempo della globalizzazione, i soli che renderanno possibile l’esistenza, che sia degna di questo nome, dell’umanità futura.

[Che etica nei media? (recensione a Paolo Pellegrino, Etica e media, Congedo Editore, Galatina, 2009), “Il Paese Nuovo” di venerdì 19 febbraio 2010, p. 6.]

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