Un libro in memoria di Ottorino Specchia

In particolare, segnalo il saggio d’apertura di Giuseppe Caramuscio, Skole. La comunità culturale di Ottorino Specchia tra pubblico e privato (pp. 9-41), che ricostruisce la vita e la carriera di Specchia, utilizzando i documenti messi a disposizione dalla famiglia (in Appendice, il curioso epitalamio di Mario Marti La cavalcata dell’Amore. Ballata romantica in nozze di Ottorino Specchia con la sig.a Fedela Nuzzaci (1945); poi si legga Pietro Giannini, Ottorino Specchia filologo classico, che analizza l’attività scientifica e raccoglie la Bibliografia diacronica di Ottorino Specchia (pp. 47-54); Francesco De Paola, ne La fortuna dell’Epinomis curato da Specchia. Recensioni e dibattiti (1967-70) (pp. 55-74) riporta tutte le recensioni che furono dedicate dagli studiosi all’opera principale di Specchia, Epinomis, un testo di dubbia attribuzione che Specchia volle autenticamente platonico; Alessandro Laporta, Il fondo “Ottorino Specchia” della Biblioteca Comunale “P. Siciliani” di Galatina (pp. 75-78), che illustra la biblioteca di Specchia donata, dopo la morte di Ottorino, alla Biblioteca civica di Galatina; e inoltre Valentina Serio, che analizza il rapporto G. Rohlfs – O. Specchia: appunti per la storia di un sodalizio scientifico e umano (pp. 79-83), suffragandola con un’appendice di lettere indirizzate da Rohlfs al salentino, suo referente culturale e logistico durante i lunghi e frequenti soggiorni del filologo tedesco nel leccese, e con la ristampa del Ricordo di Gerhard Rohlfs, articolo apparso su “Il Galatino” del 10 ottobre 1986, col quale Specchia commemorava la scomparsa dell’insigne amico.

Tralascio di citare molti scritti in onore di…, che pure meritano di essere letti per l’impegno scientifico che li caratterizza. Cito solo quelli che ci riportano ai luoghi e all’opera di Specchia e sono: Alfredo Liguori, Uno spaccato del Liceo “Colonna” di sessant’anni fa (pp. 185-187) e Vito Papa, Ottorino Specchia e i Quaderni del Liceo Capece (pp. 205-207).

Specchia era un uomo d’altri tempi. Me lo ricordo, negli ultimi anni prima che morisse, sulla soglia della casa di Galatina, una casa dallo stile greco classico, con colonne, timpani e capitelli, pronto a ricevermi e a farmi entrare nello studio-biblioteca, quando mio padre mi mandava da lui con un giornale, un opuscolo, un libro che voleva fargli leggere; e poi me lo ricordo quando, ormai in pensione, veniva a trovare mio padre, cui lo legavano memorie scolastiche comuni e soprattutto una medesima paideia. Vidi fortemente turbato mio padre quando seppe che l’amico non stava bene, irrimediabilmente. A volte mi viene da pensare che l’individuo muore perché è morto il mondo che era intorno a lui, come un pesce in una pozza d’acqua che si sia del tutto prosciugata. Specchia, nato a Sternatia nel 1914, era il rappresentante di una scuola forgiata dal fascismo sul mito della classicità e via via riformata e aperta alle novità dell’Italia repubblicana e democratica fino al pressoché completo, come scrive Alessandro Laporta, “smantellamento della cultura classica” (p. 78).

Figure come quelle di Specchia ci inducono a domandarci se oggi sia rimasto qualcosa di quel mito, e la risposta è chiara: nulla, proprio nulla; e se, d’altro canto, sia un bene per la scuola moderna trascurare lo studio del passato tanto che i nostri studenti perdano ogni visione diacronica della storia, dei fatti della cultura e della lingua, appiattendo tutto il loro sapere sul presente. E anche qui la risposta è no, non è un bene, e libri come questo servono proprio a confermarcelo.

[“Il Paese Nuovo” di mercoledì 4 luglio 2012]

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