Lezione leopardiana in compagnia di Antonio Prete

“Certo”, dico io, “è quello che pensa anche Leopardi, che però non si limita a questo”. Apro il libro di Prete e leggo poche parole: “Il profumo di un fiore e il deserto della vita. Congiungere questi due mondi nel suono di un verso: in questo consiste l’esperienza poetica leopardiana, e la stessa leopardiana riflessione sulla poesia.” (p. 91). Chiedo: “Che cosa vorrà dire Prete con queste parole?”.

Alberto alza la mano e senza aspettare che gli si dia la parola, dice: “Vuol dire che il mondo è un deserto, cioè è uno schifo, ma che in questo deserto c’è ancora qualcosa di buono e questo qualcosa è la poesia.”

“Ma che cos’è la poesia?” gli obietta Manuel. “Per me sono solo parole!”.

“Tu non capisci niente” sbotta risentita Melissa, la studentessa del primo banco. “Le parole sono pensieri, stati d’animo, gioie, dolori, ricordi…”.

Io naturalmente le do ragione e dico che, a questo proposito, Prete parla di pensiero poetante. Cito da p. 83: “… un pensiero che si fa lingua, e nella lingua evocazione, forma, ritmo”: ecco cos’è il pensiero poetante.

Dice Manuel: “Quindi, se ho ben capito, la poesia consiste nel tradurre tutto lo schifo che è il mondo e questa nostra vita in qualcosa di buono, giusto?”.

“Giusto”, rispondo, “il pensiero poetante serve a questo, ma a patto che si mantenga libero da ogni ragione strumentale e non serva altri padroni che la fantasia”.

Rebecca alza la mano. Dice: “Io conosco una persona depressa e so che non fa nulla tutto il giorno. Leopardi non poteva essere un depresso, altrimenti non avrebbe potuto scrivere tutte queste opere.”

“Ottima osservazione, Rebecca”, le dico.

“Grazie prof. Però non ho capito bene se per Leopardi la natura è madre o matrigna”.

“Né una cosa né l’altra, cara Rebecca” rispondo, e aggiungo: “La natura è il nostro essere vivente, che troppo spesso noi misconosciamo, reprimiamo, annulliamo, perché la civiltà ci obbliga a farlo. Sentite cosa scrive Prete in proposito: “Il naturale per Leopardi è, nella civiltà, in stato di oblio, di dimenticanza: è qualcosa che è stato rimosso, ma può tornare attraverso la poesia. Il richiamo alla natura non ha la funzione di invito a un ritorno, ma è una soglia per la critica di ciò che la civiltà non vuole che sia naturale…” (p. 181).”

“Una soglia per la critica? Che vuol dire”, chiede Bruno.

Prima che io possa dire qualcosa, interviene Stella: “Significa che bisogna criticare – è nostro dovere farlo – tutto ciò che ci appare innaturale, ovvero tutto ciò che ci appare inumano, se si vuole fare poesia, altrimenti sono solo parole vuote, come dice Manuel.”

Intervengo: “Perfetto, Prete vuol dire proprio questo. Dobbiamo disporci su quella soglia se vogliamo capire cosa sia la poesia o magari anche scrivere i nostri pensieri poetanti.”

Intanto, un’ape silenziosa s’era infilata in classe attraverso le fessure della tapparella abbassata. Qualche studente era già in allarme, ma Melissa non si è fatta sorprendere: si è alzata, ha sollevato la tapparella e, aiutandosi col suo quaderno di appunti, ha accompagnato fuori l’ape smarrita, dicendo: “I viventi, non siamo solo noi, i viventi!”. Melissa avrebbe potuto schiacciare l’ape col suo quaderno, ed invece l’ha indirizzata verso gli alberi del giardino che stormivano al vento autunnale. La sua compassione tutta leopardiana mi ha commosso.

“Grazie, Melissa”, ho detto. “Leopardi avrebbe approvato il tuo comportamento, perché hai prestato ascolto “al sentire, e al patire, animale”, come scrive Prete a p. 55. Hai avuto compassione di quella povera ape. Vedete, ragazzi, anche questo dimostra che Leopardi è con noi, oggi”.

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