Di mestiere faccio il linguista 23. «La Crusca risponde»

Sorta a Firenze tra il 1582 e il 1583 per iniziativa di un gruppo di letterati fiorentini, l’Accademia della Crusca è da quattrocento anni l’istituzione di riferimento per la lingua italiana e per le ricerche alla stessa collegate. Non è mai stata una struttura localmente concentrata, chiusa e ripiegata su sé stesso. Fin dall’inizio l’Accademia ha accolto studiosi ed esponenti, italiani e stranieri, di diversi campi: linguisti, grammatici e filologi, scrittori e poeti, scienziati, storici, filosofi, giuristi. Ideato e realizzato in poco più di un ventennio (tempo breve per un’opera di quella portata) il famosissimo Vocabolario (1612; ampliato e ripubblicato più volte fino al 1923) ha dato un contributo decisivo all’identificazione e alla diffusione della lingua italiana e ha costituito il modello dei grandi lessici delle lingue francese, spagnola, portoghese, tedesca e inglese, costruiti a imitazione del prototipo italiano. Il Vocabolario è il simbolo più evidente di un’attività scientifica di altissimo livello che, cominciata secoli addietro, non si è mai interrotta e continua ai nostri giorni in varie forme: le tre riviste pubblicate dall’Accademia («Studi di filologia italiana»; «Studi di grammatica italiana»; «Studi di lessicografia italiana») sono nelle biblioteche specializzate di tutto il mondo; le collane di volumi («Autori classici e documenti di lingua», «Scrittori italiani e testi antichi», ecc.) rappresentano punti di riferimento fondamentali per le ricerche linguistiche e filologiche; la serie degli Scaffali digitali offre alla libera consultazione online archivi, banche dati, repertori, strumenti di prima importanza, sia realizzati direttamente dall’accademia grazie a propri progetti strategici sia di diversa provenienza o matrice scientifica. Per secoli l’italiano, nato oltre mille anni fa, fu soprattutto la lingua usata dalla parte istruita della società e dagli scrittori. Oggi quella lingua è divenuta lingua comune e nazionale, diffusa in tutte le classi sociali. E l’Accademia sente come proprio preciso dovere quello di affiancare alla propria tradizionale vocazione alla ricerca scientifica più sofisticata l’obiettivo di una sistematica apertura al sociale, mirante a divulgare e diffondere, nella società e nella scuola, la conoscenza storica della nostra lingua e la coscienza critica della sua evoluzione attuale, nel quadro degli scambi interlinguistici del mondo contemporaneo. Rispondono a istanze di alta divulgazione e di tutela e cura della nostra lingua i ripetuti interventi in radio e in televisione (mi riferisco in particolare alle trasmissioni televisive del presidente onorario Francesco Sabatini, del presidente in carica Claudio Marazzini, di altri), gli articoli e le rubriche su quotidiani e settimanali (anche «Nuovo Quotidiano di Puglia» vi contribuisce, con «Parole al sole)», il foglio semestrale «La Crusca per voi» («dedicato alle scuole e agli amatori della lingua»), il servizio di consulenza in rete indirizzato a coloro che cercano informazioni e chiarimenti grammaticali e lessicali, spiegazione su fenomeni linguistici, informazioni su origine e storia delle parole (solidissimo patrimonio di centinaia di risposte, facilmente accessibile digitando le parole chiave di proprio interesse). I tre volumi «La Crusca risponde» di cui abbiamo parlato all’inizio affrontano sia problemi che riguardano aspetti specifici della lingua (punteggiatura, grafia, sintassi, lessico) sia questioni di​rilevanza generale. Nel loro insieme, rappresentano una sorta di fotografia dell’italiano odierno e dei suoi movimenti, forniscono soluzioni su problemi linguistici specifici e costituiscono uno strumento affidabile offerto al lettore, che per tale via è in grado di orientarsi in modo critico nell’intrico di fenomeni che caratterizzano la complessa fase linguistica che stiamo attraversando. Non sempre sono possibili risposte nette, non sempre è dato di decidere seccamente cosa è giusto e cosa è sbagliato tra due o più esecuzioni concorrenti. L’italiano contemporaneo è caratterizzato da un intenso dinamismo interno: nuovi protagonisti (giornalisti, politici, conduttori televisivi, personaggi dello spettacolo, anche calciatori e veline) si affacciano sul proscenio linguistico, un tempo dominato da scrittori e poeti e da professori, e si candidano a costituire modello per milioni di italiani di tutte le età e le fasce sociali. I tre volumi sono anche una vera miniera in grado di soddisfare il desiderio di conoscere l’origine di espressioni molto usate, la cui genesi risale a fasi precedente o remote della nostra storia. L’espressione avere la coda di paglia oggi significa ‘sapere di aver combinato qualcosa di scorretto e ci conseguenza temere di essere scoperto’; ma non sappiamo come sia nata. Secondo alcuni l’espressione alluderebbe al comportamento di una volpe che, avendo perso la propria coda, per mascherare il difetto fisico se ne sarebbe messa una posticcia di paglia (tuttavia nessuno può aver visto una volpe con una coda di paglia né conosciamo aneddoti o fiabe del genere). Convincente pare il riferimento alla pratica medievale di attaccare una coda di paglia al fondo della schiena di sconfitti e di condannati, obbligandoli a percorrere le vie cittadine con questo evidente segno di umiliazione, che talvolta veniva incendiato dagli astanti, in segno di ulteriore disprezzo. La coda rappresenta il simbolo del degrado, lo scivolamento dalla condizione di uomo a quella di animale. E in effetti, secondo una cronaca trecentesca, i milanesi, avendo sconfitto i pavesi, cacciarono questi ultimi dalla città dopo aver attaccato una coda di paglia in fondo alla schiena dei nemici, così ulteriormente umiliati. Il travaso di parole dai dialetti all’italiano è continuo. Sono di origine dialettale molte denominazioni di ambito alimentare: fontina, gianduiotti, grissini (dal Piemonte), gorgonzola, grana, ossobuco, panettone (dalla Lombardia), culatello, tagliatelle, tortellini, zampone (dall’Emilia Romagna), calzone, capitone, pizza, provola, sfogliatella (da Napoli e dalla Campania) orecchiette (dalla zona barese), negramaro, primitivo (dal Salento); cannolo, cassata , nero d’Avola , passito (dalla Sicilia) . Oggi sentiamo tutte queste parole come italiane, le usiamo correntemente. In altri casi siamo incerti, non sappiamo se possiamo usare a buon diritto un certo termine. Una parola come sperlonga ‘vassoio ovale’, largamente diffusa nelle regioni meridionali, da alcuni è accettata ma da altri è ancora sentita come un regionalismo, non viene compresa e usata in tutte le regioni d’Italia. Dunque non appartiene (ancora) pienamente all’italiano, né possiamo prevedere se mai si completerà il processo di acclimatamento di essa nella lingua comune. Per influsso delle lingue straniere, a volte parole italiane acquistano un significato nuovo, che si affianca a quello tradizionale. Il sostantivo suggestione ‘influenza, fascino’ (esercitato o subito) ha acquistato in anni recenti il significato di ‘consiglio, suggerimento’ (per influenza dell’inglese suggestion); il verbo realizzare accanto al significato tradizionale di ‘attuare, portare a compimento’ ha sviluppato il significato di ‘capire, comprendere’ (dall’inglese to realize); il verbo autorizzare ha completamente smarrito il precedente significato di ‘rendere autorevole’ assumendo il nuovo valore di ‘permettere, concedere’ (sulla base del francese autoriser). Questi esempi e moltissimi altri offre il volume «La Crusca risponde», bussola formidabile per orientarsi nel mare movimentato della lingua di oggi. Conoscere l’italiano, scegliere consapevolmente come parliamo e come scriviamo, è questo l’obiettivo.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 1° dicembre 2019]

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