L’infanzia felice di Gianluca Virgilio

di Pietro Giannini

Se per Pascal (che pure aveva scritto un libro di Pensieri) era giustificato dire che l'”Io è odioso”, a partire dal Romanticismo l’Io è diventato il protagonista della letteratura sia nella forma dello sfogo sentimentale sia, poi, nella forma dell’analisi psicologica. E’ quindi del tutto comprensibile che Gianluca Virgilio abbia scelto di parlare di sé e della sua infanzia (Infanzia salentina, seconda edizione riveduta e accresciuta, Galatina, EditSantoro, 2019). Ma bisogna dire che egli lo fa con molta discrezione, senza mettersi in primo piano, ma piuttosto ‘nascondendosi’ nei vari gruppi di cui egli di volta in volta fa parte: famiglia, amici, città. Nei rari momenti in cui egli parla solo di sé lo fa per riferire riflessioni che segnano le tappe della sua maturazione umana. Sicché, in definitiva, pur senza averne l’intenzione, il libro è una sorta di “romanzo di formazione” che riguarda non un personaggio letterario ma l’Autore stesso. Intenzionalmente, il libro si presenta come una esposizione di ricordi scaglionati nel tempo e raccontati con un linguaggio tendenzialmente ‘oggettivo’, come provano le minuziose descrizioni che spesso ricorrono (si cita ad esempio la preparazione del comodino per la visita del dottore alle pp. 75-76).

Tuttavia questa ricerca di ‘oggettività’ non è (e non può essere) così pressante da non lasciare trasparire la personalità dell’Autore. Già la precisione del racconto e la minuziosità delle descrizioni (appena rilevata) tradiscono una spiccata capacità di osservazione della realtà, specialmente umana, per la quale sente una particolare simpatia: si veda l’annotazione “mi divertivo ad osservare gli operai” che lavoravano all’allestimento della Fiera (p. 105) e il partecipativo accenno alla “varia umanità che invadeva il centro cittadino” nei giorni delle feste patronali (p. 111).

Ma un’altra qualità dell’Autore emerge con prepotenza: la fantasia o immaginazione (vocaboli che, con altri della stessa famiglia, ricorrono frequentemente nel racconto), che entra in azione non solo nei momenti di inattività (per esempio durante una malattia, pp. 78-80, o prima di dormire, pp. 44-45, o durante la visione di un film, pp. 160-163), ma anche nello svolgersi della vita, suscitando apparizioni conturbanti (ad esempio quella della ‘ragazzina’, che costituisce un vero leit-motiv dell’adolescenza dell’Autore) o improbabili ricostruzioni geografiche (come quelle legate alla toponomastica delle vie di Galatina, pp. 175-177) oppure suggerendo accostamenti sorprendenti (ad esempio l’equiparazione dell’auto di Uccio Pensa ad una grande balena, p. 119).

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