Di mestiere faccio il linguista 2. I racconti dei tempi bui

Aiuta a riflettere sulla situazione attuale la lettura (o l’ascolto, ci sono ottime versione orali  nella rete, anche gratuite) dei capitoli XXXI e XXXII dei Promessi Sposi.  Manzoni vi riscostruisce la vicenda della peste che colpì Milano nel 1630. «La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia», comincia così il primo dei due capitoli del romanzo che abbiamo appena ricordato. Il racconto manzoniano è una descrizione realistica della malattia, tragedia terrena in cui comportamenti irrazionali contribuiscono a facilitare la diffusione del morbo. Li abbiamo vissuti anche noi, eccone alcuni. La presunzione (alle prime notizie) che si tratta di qualcosa proveniente da paesi stranieri e lontani, che non potrebbe mai raggiungerci; la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero (quando il contagio invece coinvolge anche noi), a cui unicamente addebitare (quasi con sollievo) la causa dell’epidemia; la noncuranza di chi non vuol sentir parlare di pericolo e se la prende con coloro che mettono la collettività sull’avviso; lo scontro, a volte aspro, tra le autorità politiche, che in alcuni casi appare dettato da mera propaganda elettorale; il disprezzo per gli esperti, peraltro a volte essi pure in disaccordo di fronte al male sconosciuto; le voci incontrollate; i rimedi incerti o improvvisati; la razzia dei beni di prima necessità.

Per capirne di più, qualcuno potrebbe utilmente rileggere il Decameron di Boccaccio, le novelle che la «onesta brigata di sette donne e di tre giovani» si racconta, nel tentativo di sfuggire alla «mortifera pestilenza» del 1348, isolandosi dai concittadini, restando in casa (come anche noi tutti dovremmo fare). Chi può, legga l’Introduzione a quell’opera magnifica,  nella quale Boccaccio descrive i comportamenti individuali e collettivi dei fiorentini di fronte alla mortalità che non si sapeva fronteggiare. Le prime manifestazioni del morbo «nelle parti orientali»; l’ampliamento «verso l’Occidente»; il mutare delle manifestazioni esterne dell’infezione; le incertezze della medicina di fronte a una malattia sconosciuta; le modalità del contagio; i variabilissimi comportamenti umani, dalla sobrietà estrema fino alla sconsideratezza; l’isolamento degli ammalati e la solitudine estrema dei morti. Tante cose sono identiche a quel che accade oggi, perché gli uomini ripetono sempre sé stessi.

Non arrivò a conoscere la peste che nel 1348 avrebbe devastato la sua città  il fiorentino Dante, esule e peregrinante in varie località italiane, morto a Ravenna il 13 o 14 settembre 1321, probabilmente dopo essere appena rientrato nella città  romagnola da un’ambasceria a Venezia. Dante scomparve verosimilmente a causa di un’infezione broncopolmonare, secondo una diagnosi tentata qualche anno fa a distanza di secoli, sulla base di poche e non dettagliate informazioni pervenute fino a noi. Ma non è per tale coincidenza di carattere medico (infausta in questo momento) che dobbiamo ricordarlo. La diffusa espressione che definisce Dante «padre della lingua italiana» è, semplicemente, la verità. Il fascino delle sue opere (in particolare la Divina Commedia, ma anche altre molto celebrate) e la lingua da lui elaborata, continuata da altri autori di estrazione fiorentina, conducono nel giro di poche generazioni all’unificazione linguistica d’Italia, al livello letterario più alto.

Poeta che appartiene al mondo, Dante fonda la nostra identità nazionale. La percezione più vistosa dell’enorme influenza che la Commedia ha esercitato sulla lingua italiana si ha considerando il numero di frasi celebri di origine dantesca, radicate nella nostra lingua al punto da dar luogo a espressioni idiomatiche o veri e propri proverbi, spesso usate in forme del tutto svincolate dal contesto originario. Tante le frasi dantesche che usiamo senza ricordarne la provenienza:  «e ’l modo ancor m’offende», «Amor, ch’a nullo amato amar perdona», «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse», «lasciate ogni speranza o voi che entrate», «non ti curar di lor, ma guarda e passa», «sanza ’nfamia e sanza lodo»,  «dolenti note».

Per celebrare degnamente, in Italia e in tutto il mondo,  i 700 anni dalla morte di Dante (il settecentenario ricorre nel 2021), il Governo e il Parlamento, su proposta di istituzioni, accademie, giornali, intellettuali, professori, hanno istituito a partire da quest’anno il «Dantedì». Il nome «Dantedì» è nato in una conversazione telefonica tra Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, e Paolo Di Stefano, giornalista del «Corriere della Sera»; la data scelta è il 25 marzo, giorno in cui comincia il viaggio ultraterreno di Dante, che attraverso l’Inferno e il Purgatorio raggiunge il Paradiso. Pur in questi momenti difficili, celebriamo degnamente il nostro poeta più grande, che il mondo venera. Uniti in modalità digitale, docenti e studenti leggeranno interi canti della Commedia nella mattinata del Dantedì; terzine e versi danteschi saranno recitati dai cittadini dai balconi alle 18 di quello stesso giorno, accogliendo una proposta di Francesco Sabatini, rilanciata da varie istituzioni culturali; l’Accademia della Crusca ha invitato personalità che operano nella società,  nell’università, nella cultura, nell’informazione, nell’economia a  produrre autonomamente un video (di due minuti) in cui ognuno presenta un verso o una terzina dantesca a cui si sente legato (i video saranno inseriti nel canale ufficiale YouTube e nella galleria del sito web dell’Accademia il 25 marzo e saranno diffusi lo stesso giorno sulle pagine ufficiali Facebook, Twitter e Instagram). E molte altre iniziative.

Interprete dei complessi sentimenti che attraversano la nostra mente e la nostra anima, vero e proprio stigma di umanità, Dante nella Commedia ha mostrato in maniera mirabile la capacità dell’umanità di uscire da una situazione terribilmente difficile, che «fa tremar le vene e i polsi»,  e di arrivare «a riveder le stelle». Anche noi ci riusciremo, ne saremo capaci.

                               [“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 25 marzo 2020]

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