Ricordando Donato Moro

di Giovanni Bernardini

Fra gli amici galatinesi uno dei più cari è stato Donato Moro. Cominciai non a conoscerlo, ma a vederlo a distanza, non con simpatia.

Mi spiego. Era una sera di non ricordo quale anno, probabilmente a fine anni Cinquanta. Francesco Lala nel ’55 aveva fondato la piccola rivista Il Campo, unica fra le riviste salentine chiaramente schierata a sinistra. In essa eravamo entrati ben presto Nicola Carducci, io, altri amici  e “compagni”. Avevamo inoltrato domanda d’un sostegno finanziario all’Amministrazione Provinciale democristiana, nella quale Donato rivestiva la carica di Assessore alla Cultura. Andammo in gruppo a Palazzo dei Celestini ad attendere l’esito di quel Consiglio nel quale, fra l’altro, si deliberava sulla nostra richiesta. Grande fu la delusione nell’apprendere che si trattava solo d’una esigua somma. Di conseguenza, quando dall’aula uscì un momento l’Assessore Moro, non lo guardai certo di buon occhio, né fui il solo, considerandolo il maggior responsabile del deludente stanziamento.

Dovette passare un certo tempo affinché quel negativo, fuggevole e quasi casuale incontro si tramutasse in conoscenza diretta, poi in bella amicizia. Accadde fra il ’61-’62 a Foggia, nominati in un Concorso magistrale. La Commissione, dato l’alto numero di concorrenti, si suddivideva in tre sottocommissioni, in due delle quali Donato ed io eravamo commissari d’italiano. Nostro presidente

era un fiorentino, piuttosto prevenuto verso i meridionali. Sottolineava sopra tutto alcuni comportamenti incivili dei foggiani. A volte condividevamo le sue critiche, altre no, qualora ci sembrava esagerasse. Ci fu anche un passeggero screzio sul mio metodo d’interrogazione. E subito trovai la convinta alleanza di Donato. La nostra amicizia però era cresciuta già da tempo, nelle lunghe conversazioni a pranzo, nelle pause di lavoro o in treno in qualche settimanale ritorno a casa.

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