Autonomia differenziata delle sedi universitarie? No grazie!

di Guglielmo Forges Davanzati

Nel DDL Semplificazioni si fa strada una norma che prevede l’autonomia differenziata delle sedi universitarie. Si tratta di una misura che va in piena continuità con quanto in parte realizzato dai precedenti governi e che si somma al continuo definanziamento del settore della ricerca. E si tratta di una misura che mira a differenziare le sedi universitarie fra teaching e research, dove nelle prime (poco più che licei) si fa solo didattica e nelle seconde si fa anche ricerca. La ratio di questo intervento sta nella convinzione che l’Università sia o debba essere funzionale al mercato del lavoro e che, dunque, nelle aree nelle quali la domanda di lavoro qualificato è bassa (tipicamente nel Mezzogiorno) occorre disincentivare le immatricolazioni e dunque ridurre il numero di laureati, mediante la decurtazione di fondi, o renderli ‘occupabili’ mediante la professionalizzazione dei corsi di laurea.

Il tema dell’occupabilità è cruciale nella visione mainstream. Si intende, con questa espressione, la capacità di un individuo di rendersi appetibile nel mercato del lavoro, incrociando la domanda proveniente dal sistema delle imprese. Come è intuibile, non si tratta affatto di un approccio neutrale al tema della formazione: per essere occupabile un individuo deve calibrare la sua preparazione sulle competenze specifiche richieste dalle imprese: cosa non solo non facile (giacché queste mutano rapidamente mentre i tempi della formazione sono più lunghi) ma anche per molti aspetti socialmente non desiderabile. Per almeno due ragioni.

  1. Le competenze diventano rapidamente obsolete e quindi ‘inseguire’ ciò che le imprese richiedono può essere un’attività perdente nel lungo periodo e perdente nel lungo periodo per le imprese stesse;
  2. Vi sono ottime ragioni per ritenere che un’istruzione diffusa sia un valore in quanto tale, p.e. perché si associa a maggiore propensione al rispetto delle norme.
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