Ricordo di Pippi Romano

Gli anni, le diverse vicende della vita ci separarono a lungo. Il tempo separa e riavvicina secondo un disegno che ci sfugge, nel quale noi siamo solo fragili comparse con l’ambizione di diventare attori. Ho ritrovato Pippi pochi giorni fa ed ho visto nella penombra della sua casa i quadri, l’ultimo suo lavoro che risale agli anni 1993-1996. L’unica mostra personale è del 13-20 gennaio 1996 presso la galleria Progetto Arte di Lecce, dopodiché Pippi sembra aver deposto la matita, fino a data da destinarsi.  Dico la matita, perché questo è lo strumento prediletto da Pippi, uno strumento povero, poverissimo, che si mette in mano ai bambini quando devono fare le prime prove, pronti senz’altro a cancellare quanto hanno appena disegnato. Disegnare con la matita significa avere coscienza della finitudine della propria arte, del destino di cancellazione e annichilimento cui tutto e tutti siamo sottoposti. C’è chi usa colori sgargianti e larghe pennellate, chi gli ultimi ritrovati della tecnologia per produrre opere impressionanti e sconvolgenti. Pippi usa matita e cartoncino di color bianco o avorio, a seconda degli effetti di luce ch’egli intende ottenere nel fondo del suo disegno. Lo strumento adeguato all’espressione artistica. Ma quante cose si possono ottenere con così scarsi mezzi! L’arte è nella mano dell’artista, non certo nei suoi strumenti. Ho visto un Cristo con la frusta in mano che cacciava i simoniaci dal tempio dell’arte, mentre sullo sfondo, di spalle – ma guarda, volgendosi indietro, la scena -, qualcuno (l’artista?) si allontana quasi di soppiatto, per non disturbare la sacrosanta ira divina; ho visto un nocchiero con una pertica nelle mani che dirige a fatica una barca tra i flutti di un mare in tempesta, mentre cirri innumerevoli e folate di vento sconvolgono l’aria; ho visto una vecchina scheletrica seduta su una panca davanti ad un fagotto nella sala d’attesa di una stazione ferroviaria in cui il tempo sembra essere sospeso, prima dell’irreparabile; ho visto un autoritratto privo di volto umano, tutto rappresentato entro due pareti convergenti in prospettiva come fossero le pagine di un libro aperto nel quale fossero contenuti i termini di una vita: libri in un armadio incorniciato, un teschio di profilo, pergamene arrotolate, l’autoritratto di Van Gogh, due volumi d’arte trafitti da una spada, una clessidra riversa, il corpo umano di Vitruvio, ecc.; ho visto un guerriero appoggiato a uno scudo, pronto a difendere il tempio dell’arte; e poi ancora due cipressi piegati dal vento dietro una statua senza volto che indica un invisibile cimitero; una figura umana sbozzata nel marmo da cui pare volersi divincolare; un olivo spaccato dall’aspetto antropomorfo e privo di fronde piantato su un prato erboso mosso dal vento; la fuga in Egitto, nella quale compare solo Giuseppe e l’asinello e due bambini riversi in terra, morti, mentre sullo sfondo la folgore minaccia Gerusalemme; e infine ho visto – ma non ho potuto o saputo vedere tutto – un seminatore che avanza in un campo con gli occhi chiusi e lascia cadere alle sue spalle semi che, a guardar bene, sono tanti piccoli punti interrogativi.

Paesaggio rupestre.

Che bella mattinata ho trascorso con te, Pippi, sebbene tu mi rimproverassi in continuazione di prendere appunti sul mio taccuino e di non guardare a sufficienza i quadri. Non è possibile tradurre in prosa la pittura, tu dici. Ed io lo so bene. E infatti non sto traducendo nulla, sto solo riferendo quello che ho visto e che ora porto con me, nella mia mente. Come potrei ricreare sulla pagina la lunga fatica dei bozzetti, dei disegni preparatori, lo studio delle luci e delle ombre, le ricerche anatomiche, il lavoro assiduo sul movimento delle forme, sulla loro plasticità e dinamicità, come potrei fare tutto questo? Io non traduco, scrivo. E non scrivo perché altri venga da te per acquistare i quadri – tu, del resto, non li venderesti -, ma solo perché la penna si lascia condurre dall’immaginazione e ritrae a sua volta ciò che questa porta con sé: l’incombenza della morte, l’incertezza della vita, il tempo inesorabile, la fatica dell’arte, la sua difesa, la condanna del commercio abominevole dei “prodotti artistici” che oggi imperversa nel mercato, l’incapacità generalizzata di riconoscere l’arte vera dalla paccottiglia: tutto questo ha portato con sé la mia immaginazione dopo la “bella” mattinata passata con Pippi, laddove per “bella” intendo inquieta, problematica, carica di pathos e di preoccupazione per ciò che vi era fuori da quella casa. Ed è stato fuori da quella casa che ho ricordato improvvisamente il quadro che Pippi mi aveva regalato tanti anni fa, il punto prospettico e l’atomo democriteo. Allora ho capito dove il clinamen aveva condotto quell’atomo, il cui movimento casuale non poteva andare disgiunto dalla fissità, stavo per dire plasticità, del punto prospettico centrale. L’arte di Pippi stava già tutta lì, ed io non me ne ero accorto. Virtù vince fortuna, il celebre detto di Leon Battista Alberti, è scritto sullo scudo del guerriero che difende il tempio dell’arte. Il contrasto antichissimo tra questi due termini, virtù e fortuna, trova nell’arte di Pippi Romano una sua reincarnazione e fa della sua opera pittorica un esempio massimo, oggi – mentre da Hegel in poi tutti gridano alla morte dell’arte per coprire una produzione seriale di nessun valore -, di autentica, “virtuosa” espressione artistica.

Che tu possa riprendere a lavorare presto, Pippi!

***

Per Pippi Romano*

Gentili Signore e Signori,

innanzitutto vi ringrazio per essere intervenuti oggi all’inaugurazione dell’Esposizione d’arte di Giuseppe Romano. A me tocca il compito di presentarvi l’amico Pippi e di parlarvi dei suoi quadri. Un compito abbastanza difficile per due motivi: in primo luogo perché non sono uno specialista, un critico d’arte, in secondo luogo perché sono sufficientemente consapevole della complessità dell’arte di Pippi Romano. Pertanto, vi parlerò di che cosa io veda nei suoi quadri.

I quadri di Pippi hanno tutti delle dimensioni molto piccole, sono simili a miniature e sono tutti dipinti a matita su cartoncino bianco o avorio. Mi colpisce questo rifiuto del grande, delle dimensioni eccessive. Entrando in questa galleria, nessuno di noi è stato aggredito dai quadri appesi al muro, bensì è stato invitato, con insolita – al mondo d’oggi – discrezione, ad avvicinarsi, ad accostarsi al quadro, uno per volta; sicché già in questo il quadro di Pippi si rivolge a ciascuno di noi individualmente, cercando di instaurare col visitatore un rapporto fondato sull’interpretazione, che mette in gioco la nostra sapienza visiva, il nostro mondo morale e intellettuale, in definitiva, la nostra vita. Provatevi a mettervi in due davanti allo stesso quadro. Le dimensioni del quadro e la cura del particolare vi richiede una tale vicinanza che presto vi sentirete a disagio stando in compagnia di un’altra persona, gomito a gomito, e chiederete di essere soli.

Helèna.

Stando da soli davanti al quadro, vedrete che ognuno di essi è dipinto, come ho detto, a matita su cartoncino bianco o avorio. L’uso della sola matita – a cui si aggiunge raramente la cera – è sintomatico di una scelta precisa di ricerca della semplicità, dell’essenzialità del tratto propria del disegno. Pensate, nell’epoca in cui i pittori sfanno sfoggio come i pavoni di mille colori per sedurre i fruitori del mercato artistico, Pippi fa una scelta contraria: sceglie uno strumento povero, la matita, quella che si mette in mano ai bambini, perché si sa che sbaglieranno e potranno così, con un colpo di gomma, cancellare quanto hanno disegnato. In effetti, l’arte di Pippi Romano procede per bozzetti successivi in cui prende forma lo stesso soggetto, ogni bozzetto annulla il precedente, fino alla versione definitiva, ne varietur. E tuttavia credo che nella scelta della matita come strumento di lavoro si celi la consapevolezza del carattere effimero dell’arte, della sua cancellabilità, del destino di morte implicito in ogni opera artistica. In ogni caso, quella scelta rivela la critica e la condanna senza appello nei confronti di gran parte dell’arte contemporanea, che, nella fretta di apparire, spesso salta a piè pari il disegno, e si affida a improbabili quanto menzognere colorazioni. Il mondo pittorico di Pippi Romano è in bianco e nero, colori a cui unicamente è affidata la funzione di rappresentare le luci e le ombre, i volumi e gli spazi vuoti, la stasi e il movimento delle forme, tutto quello, insomma, che vedete raffigurato nei suoi quadri.

Il disegno non è in Pippi preparatorio rispetto all’opera, ma è esso stesso l’opera. Essa, come ho detto, presuppone un lungo lavoro di preparazione di bozzetti, che il visitatore della mostra non vedrà mai, se non nella misura in cui saprà riconoscerlo nella versione definitiva, quella che, di getto, al termine dell’attività preparatoria, Pippi esegue e ci consegna. Ma che cosa ci consegna, in definitiva, Pippi Romano? Potrei procedere in negativo e dire, per esempio, che Pippi non ci consegna pajari e muri a secco, mare sole e jentu, non ci consegna paesaggi salentini e tarantate, insomma, non ci consegna lo stereotipo della salentinità o della galatinesità – e si sa che lo stereotipo nasconde la negazione dell’individualità e della verità -. Già procedendo in questo modo, non dico poco sull’arte di Pippi. Ma, parlando in positivo, dico che Pippi con i suoi quadri ci consegna due cose: in primo luogo un sano rapporto con la verità, in secondo luogo la possibilità di una riflessione sullo stato dell’arte nella società contemporanea.

Quanto al primo punto, inutilmente il visitatore di quest’Esposizione ricercherà nei quadri di Pippi figure, oggetti, forme realistiche. Tutto ciò che Pippi raffigura allude ad un mondo diverso da quello reale, è un mondo fatto di visioni, di allucinazioni, di epifanie, nelle quali assai raramente è dato imbattersi in una verità che il caso, la fortuna o il lungo studio ci abbiano posto davanti. La vecchina seduta nella sala d’attesa di una stazione, il seminatore di dubbi, la donna crocifissa, Astolfo che vola verso la luna, ecc. non hanno nulla di realistico, ma alludono ad un incontro surreale, simbolico, epifanico con la verità che improvvisamente sembra essersi rivelata a noi.

Quando al secondo punto, più di un quadro allude alla mercificazione dell’arte nella nostra società: il guardiano che posa davanti al tempio dell’arte, la cacciata da parte del Cristo dei mercanti dal  tempio (dell’arte), la crocifissione della donna-l’arte, ecc., sono tutti esempi di questo continuo discorso sull’arte che anima i quadri di Pippi e costituiscono una riflessione sull’operato artistico essenziale per comprendere questa Esposizione. Non c’è artista di qualche rispetto che non senta il bisogno di riflettere su quanto viene facendo. Se ne esime solo chi si affida allo stereotipo dell’arte ufficiale, ma di questo non vale parlare.

Per concludere, io spero – e credo di condividere il pensiero di Pippi – che la mostra possa raggiungere almeno un obiettivo, che è quello di far riflettere quanti la visiteranno sullo stato dell’arte contemporanea, in generale e, per quel che ci riguarda, a Galatina. In questa città non si fa altro che parlare della nostra gloriosa storia – anche artistica – ma ci si dimentica del presente, sicché a Galatina non esiste – almeno come riconoscimento ufficiale – un’arte contemporanea. Di conseguenza, abbiamo un museo, ma non abbiamo una galleria di arte contemporanea. I pittori vivono a Galatina in uno stato di semiclandestinità, come emarginati o addirittura stravaganti che non sanno quello che fanno e, dunque, è bene che stiano nascosti alla vista degli altri. Chi è andato fuori, e vi è rimasto, ha qualche chance in più, mentre chi per necessità o per elezione lavora in loco ha poche o nessuna possibilità di confronto. Questa è una buona occasione per dire che occorre dare ai meritevoli il giusto riconoscimento del loro impegno e finalmente alla città un laboratorio-galleria di arte contemporanea, dove gli artisti possano ritrovarsi e lavorare fianco a fianco, confrontando le proprie esperienze, prima di mettere a disposizione della comunità il frutto del loro lavoro.

                                                                                                                     [2007]


* Discorso tenuto il 15 aprile 2007 per l’inaugurazione dell’Esposizione d’arte di Giuseppe Romano  presso la Galleria “Il Circolo del Collezionista” a Galatina (15-25 aprile 2007).

[Gianluca Virgilio, Scritti cittadini, Edit Santoro, Galatina 2008, pp. 175-185]

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