I resti di babele 10. Poche righe, come spiccioli

di Antonio Errico

Mattino di maggio. Una piazza di paese. Rondini che si inseguono, che accerchiano il campanile. Seduto al tavolino di un bar, l’uomo pensa che gli piacerebbe scrivere lì. Ma non lo fa. L’uomo pensa che la scrittura abbia un suo pudore, che probabilmente lo prenderebbero per un eccentrico. Poi pensa che però potrà scrivere  a casa e, in casa, da solo, potrà immaginare di trovarsi lì, in piazza, sotto il cielo attraversato dalle rondini. La scrittura gli consente questa dislocazione, questo collocarsi altrove.

L’uomo si chiama Gianluca Virgilio, e la descrizione si ritrova nella pagina di un libro intitolato “Zibaldone salentino”, impreziosito da una prefazione di Antonio Prete. Come un diario, il libro di Virgilio. Frammenti di giorni, di tempo. Scaglie di esistenza. Occasioni. Percezioni. Suggestioni. Panorami scrutati dalla finestra di una pagina. Spiccioli essenziali tintinnanti nella tasca. Perché, forse, la scrittura è così. Spiccioli essenziali con i quali puoi pagare il poco che ti serve, di cui non puoi fare a meno. Sì, quello che ti serve è poco, ma di quel poco non puoi fare a meno. Pochi spiccioli. Poche righe. Di poche righe per ogni circostanza di scrittura  è fatto il libro di Gianluca. Poche righe che sono, come gli spiccioli, essenziali. Che servono a non dimenticare, a non farsi passare i giorni addosso, vanamente, senza lasciare una traccia dentro, senza dimostrare che dentro una stagione, un giorno, un’ora, ci sei passato. Che hai vissuto. Ci sono innumerevoli modi per farlo. Per esempio: puoi donare qualcosa a qualcuno. Ci sono quelli che il dono lo fanno con le parole. Prima le rivolgono a se stessi. Poi le donano a qualcuno. Un libro è un dono di parole fatto a qualcuno e quel qualcuno qualche volta può essere un se stesso, un dono con il quale si può avere la possibilità di scoprire se stessi. Così dice Gianluca Virgilio: che a volte, scrivendo, gli capita di scoprire il se stesso che non c’è più, quello che è stato un tempo e che ora è, senza sapere di esserlo, il se stesso che non conosceva, quello che non è mai stato e che all’improvviso si affaccia sulla pagina e lo sorprende e lo stupisce.

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