La pietra della paura

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I guardiani della soglia e la maschera

Avrei forse perso per sempre il ricordo di questi terrori infantili, se non mi fosse capitato di leggere un libro di Marosa Marcucci, “Civiltà della Pietra Leccese”, con sottotitolo “I guardiani della soglia”, Presentazione di Mario Cazzato, Mario Congedo Editore, Galatina, 2009, pp. 247 (22/31, in cofanetto), che me li ha riportati alla mente con il suo racconto. La studiosa passa in rassegna tutta l’iconografia che infaticabili e spesso anonimi scalpellini (ma le maestranze e gli artisti salentini dei secoli scorsi, oggi non sono più così sconosciuti: cfr. le pp. 221-231) hanno elaborato nel corso dei secoli, non solo in terra salentina; chiarendo la complessa simbologia che si nasconde dietro le numerose raffigurazioni fantastiche che compaiono sulle nostre chiese e palazzi: telamoni, cariatidi, erme, nani, meduse, mostri, animali favolosi e non, ecc.

Al centro del racconto è la maschera, definita da Marcucci come “il riflesso iconico della natura umana”, il medium tra l’uomo e dio: “Tra l’uomo e la divinità esiste una distanza infinita; la morte è avvolta dal mistero, il suo interrogativo è senza risposta; l’infinito è irraggiungibile: l’uomo, nel suo essere finito, esorcizza la paura e raggiunge l’infinito mediante la maschera” (p. 13). Sì, ma quale maschera? Ve ne sono di diverso tipo: la larva daemonum (il Demonio), Dioniso, Medusa, il Mostro. Gli artisti rendono visibile agli occhi degli uomini quanto senza la loro opera rimarrebbe invisibile. Le maschere mostruose compaiono sui cornicioni dei palazzi e sulle chiese con lo scopo preciso di ritualizzare l’ingresso in casa dell’ospite o del fedele in chiesa. “Il Mostro, scrive Marcucci, viene ad assumere, dunque, la funzione di “guardiano della soglia”, di quella soglia che divide l’umano dal divino, il caos dall’ordine, il razionale dall’irrazionale.

Ogni guardiano, continua la studiosa, deve essere un’ “immagine terrifica” perché rendendo evidente la sua forza può assicurare protezione e sicurezza, e per combattere sullo stesso terreno le forze avverse deve adeguare il suo aspetto rendendolo simile  a quelle forze; tale concetto rientra nella magia figurativa apotropaica riconosciuta dalla scienza” (p. 60). Si dà ragione qui del sottotitolo del libro, “I guardiani della soglia”, che forse avrebbe figurato meglio come titolo generale dell’opera, poiché essa è dedicata proprio alla loro varia tipologia, e non alla civiltà della pietra leccese in generale.

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Esorcizzare la morte

Quel che importa, tuttavia, è comprendere bene questo carattere apotropaico della eterogenea iconografia liminare, ovvero la volontà in essa insita di allontanare il male, di esorcizzare la morte, e di annullare ogni influsso maligno che dall’esterno dell’edificio possa giungere. Va da sé che il carattere apotropaico delle figurazioni con tutti i connessi simbolismi (l’ape, l’anello, la barba, il bastone, la benda sacrale o elemento nastriforme, la bocca, le corna, i denti, ecc.) non è atto a rassicurare il visitatore, ma a spaventarlo, incutendogli il terrore di una potenza devastatrice pronta a scatenarsi contro chiunque si accosti al luogo senza il dovuto rispetto e con animo impuro.

Di grande interesse i paragrafi nei quali la studiosa segue il cambiamento della funzione della maschera dal medioevo al XX secolo, indagando anche le metamorfosi del guardiano nel Salento. “La miseria, la fame, la carestia, la peste sono realtà che l’uomo deve affrontare, realtà da rimuovere, da esorcizzare mediante l’uso della maschera” (p. 165), scrive Marcucci, non senza citare Calvesi e Manieri Elia (di “Architettura a Lecce e in terra di Puglia”) che definiscono la cultura salentina un lungo “medioevo baroccheggiante, senza percorrere i passaggi del Rinascimento, del Manierismo e del Barocco”.

Molto suggestive sono anche le pagine dedicate alla “blattmask”, la foglia-volto, alla maschera  sputaracemi, e poi ancora alla maschera del ghiottone con le sue varianti, al guardiano con gli occhiali, anch’esse figurazioni che rientrano nel repertorio vastissimo dei guardiani della soglia, esseri “con poteri eccezionali, segni di una ricompensa che si otterrà superando le inevitabili prove…” (p. 206).

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Infanzia e civiltà: la paura

Quel terrore infantile probabilmente mi sarà giunto dai racconti materni, gli sciacuddhri, lu diavulu, l’inferno e le sue pene, l’orco, ecc., che dovevano servire a tenermi buono o a rendermi migliore; ed erano tali da non lasciarmi impreparato davanti ai leoni acefali della Basilica di Santa Caterina o all’ingresso del cimitero. Dovevo aver paura per essere migliore. Ora so che la mia paura infantile fu un tempo la paura di un’intera civiltà, la Civiltà della Pietra Leccese, come ha voluto chiamarla Marosa Marcucci. In questo libro ben ottocento illustrazioni (fotografie di Antonio Tondi) testimoniano gli innumerevoli volti della paura con cui le classi dirigenti del passato tennero a bada chi era fuori del Palazzo e della Chiesa, i volti del controllo sociale.

E pensare che anche oggi, finita questa lunga storia di paura e di sopraffazione, siamo tutti egualmente terrorizzati! Altri i tempi, altri i metodi, altre maschere: ma questo è un altro discorso…

[La pietra della paura (recensione a Marosa Marcucci, Civiltà della pietra leccese. I guardiani della soglia, Congedo Editore, Galatina 2009), “Il Paese Nuovo” di giovedì 10 giugno 2010, p. 6. ]

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