Banchi 8. Di scuola e di incendio

Noi forse non ce ne curiamo o, peggio, non ce ne accorgiamo ma bambini e ragazzi lo sentono eccome questo affanno del mondo che brucia sotto i loro piedi. Magari non lo sanno intuire, comprendere, verbalizzare ma captano le onde di questa radio millenarista, la incarnano.

Lo sento nei loro discorsi, lo leggo nei loro temi, dalla ricorsività della parola ansia; ricordo quella volta che G., 11 anni, durante una lezione di storia alzò la mano e disse: “prof, perché studiamo se tra quarant’anni saremo tutti morti?”. Tutta la classe è ammutolita. Me compreso. Quella che fino a un decennio prima sarebbe risultata tutt’al più una provocazione, qualcosa di cui tenere poco conto, oggi è una domanda da prendere tragicamente sul serio.

Quanto incide retrospettivamente su bambini e ragazzi un orizzonte di futuro così incerto?

Se non c’è promessa di mondo come può esserci promessa di vita?

La scuola, come luogo di formazione dei più giovani, ospita questa domanda di senso, direzione o significato che sia, e non potrebbe essere altrimenti. Non può quindi disconoscerla, evaderla come se non esistesse. Non può rimuoverla perché questa è una dimensione che più la rimuovi – non sai proprio dove metterla, allora la rimuovi ancora, niente da fare, troppo voluminosa – più fa rumore, chiasso assordante da rinchiudere maldestramente nel proliferare di quelle gabbie insonorizzate anche dette certificazioni.

Questo è un primo stadio (terminale?) che va frequentato per potersi orientare nella babele della complessità che stiamo attraversando, è un punto di partenza ideale anche per parlare di scuola. Una dimensione preliminare dalla quale ne sorgeranno possibilmente altre, politiche, sociali, educative, tutte certamente utili a spiegare come la scuola si sia ridotta in queste condizioni.

Questa però, esattamente questa, non si può ridurre né eliminare perché è la nostra condizione umana.

Scrive Giuseppe Acone ne La paideia introvabile. Lo sguardo pedagogico sulla post-modernità: “la negazione della persona, come fondamento istitutore di linguaggio etico, giuridico e pedagogico fa sì che salti al tempo stesso qualsiasi istanza che dia al linguaggio educativo la sua unica linfa vitale; il suo essere intreccio di relazione e di senso”.

Mi pare che non ci sia un tempo più propizio di questo – forse un’ultima occasione, chissà – per ridefinire problematicamente la persona umana; per ricordare, in primo luogo a noi stessi, di che pasta siamo fatti. Il nostro stare al mondo è sempre un sapere di stare al mondo, benedetta maledizione, un immaginario che presto si fa coscienza.

Che idea di futuro stiamo immaginando adesso? Che donne e che uomini potranno abitarla domani?

Ci aspetta una deriva post-umanista su basi tecno-scientifiche o un riposizionamento della persona umana al centro d’una società nuova?

Forse sono divagazioni inattuali eppure ne sento addosso tutta la loro vibratile urgenza: se la scuola ignora la domanda di futuro che accoglie, come può pretendere di fornirle risposte adeguate?

Non neghiamola quindi questa condizione umana, la domanda sempre nuova che ci interroga, questo tempo-limite che divampa futuro, questo spazio che inaridendosi si fa presente deserto.

Per parlare di scuola non occorre sapere solo chi la abita ma anche come.

[“Zibaldoni e altre meraviglie” del 19 novembre 2020]

Questa voce è stata pubblicata in Banchi, a cura di Michele Ruele, Scolastica, Zibaldoni e altre meraviglie, a cura di Enrico De Vivo e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

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