Rapsodie leccesi

di Paolo Vincenti

Se l’arte è rivendicazione di una verità certo diversa rispetto a quella della conoscenza sensibile, intellettuale o del comune sentire, il suo contrappunto è l’attraversamento di quell’ampia zona del vagheggiamento, il tentativo di appropriarsi dell’inaspettato, l’evento capace di spezzare il continuum temporale con le sue convinzioni “dovute a una deviazione mentale scambiante il male per il bene di cui non ci si è accorti e che, durando, alla fine paradossalmente convince”, come scrive l’Autore. Mario Franchini, medico radiologo in pensione, per molti anni Primario di Radiologia presso l’ospedale “S. Giuseppe di Copertino”, ha sempre unito all’arte ippocratica l’amore per le belle lettere. In particolare, ha pubblicato, nel 2005, Japigia. Uno Stato sovrano del IV secolo a.C., (Capone Editore), una consistente opera in due volumi, in cui trattava la storia del nostro territorio con un approccio certo singolare, ossia non quello accademico dello storico supportato da fonti scientifiche, ma quello del letterato liberamente ispirato. Ha poi pubblicato, sempre con l’editore Capone, nel 2006 l’opera Affinché e nel 2008 Sette.

Questo lavoro del dottor Franchini, epigono di una lunga schiera di medici umanisti di cui è costellata la storia letteraria italiana e nello specifico salentina, è una testimonianza letteraria sui generis, dai riecheggiamenti oracolari, una rielaborazione di materiale umano, fatto di aneddoti, ricordi, riflessioni, raccolto durante l’arco della vita, e riletto attraverso una libera associazione di idee, dove l’io lascia spazio al subconscio nella ricerca di una verità altra, che prescinda da quel gioco di interpretazioni consolidate, rese persuasive e interiorizzate dall’Über-Ich freudiano, nella sua eterna contrapposizione con le forze inconsce che sfuggono alla coscienza. L’intento è una sperimentazione letteraria, che adotta la tecnica della scrittura automatica, molto vicina a quella della corrente del surrealismo, in cui il mondo razionale dell’artista viene messo tra parentesi, sospeso, in una sorta di epochè scettica, per dare spazio alla libera creatività scaturente dall’inconscio.

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