L’Istituto per la regolazione degli orologi e il Museo di Orhan Pamuk

di Francesco D’Andria

Una grande pendola, tenuta in evidenza nella casa di Istanbul, aveva accompagnato con i suoi rintocchi tutta l’infanzia e l’adolescenza di Hayri İrdal, e ne aveva condizionato la sua passione per gli orologi. Il romanzo di Ahmet Hamdi Tanpınar “L’Istituto per la regolazione degli orologi” (Saatleri Ayarlama Enstitüsü), racconta le vicende del protagonista, impegnato, per tutta la sua vita, nell’impresa, impossibile, di rinchiudere il Tempo negli ingranaggi di questi oggetti. Suo padre aveva recuperato quella pendola da una vecchia moschea in rovina e l’aveva collocata “contro la parete del pianerottolo dell’ultimo piano”: una maledizione per il genitore, che riteneva l’oggetto responsabile di tutto quello che di peggio gli capitava. Per la madre, al contrario, la pendola “era un santo, o aveva delle qualità spirituali”, tanto che la chiamava Aziz, così si indica il Santo nella lingua dell’Anatolia.  Nella vita dei turchi e, in generale nel mondo islamico, la misura del tempo costituisce un’esigenza basilare: bisogna calcolare l’ora esatta per le cinque preghiere quotidiane e poi, durante il Ramadan, sapere con precisione l’ora in cui tramonta il sole, il momento esatto dell’Iftar, quando tutti si precipitano nelle loro case ad interrompere il digiuno, mangiando un dattero, simbolico segnale per l’inizio del pranzo serale.

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