La generazione de “Il nome della rosa”

In un poderoso saggio intitolato  “La vera storia del romanzo”, Margaret Doody ha detto che il libro di Eco è un finto giallo finto gotico che funge anche da romanzo storico. Il tempo del romanzo è il Medioevo.

Scrisse Eco nelle “Postille al nome della rosa” che non solo aveva deciso di raccontare del Medioevo. Aveva deciso di raccontare nel Medioevo, per bocca di un cronista dell’epoca. Così si era messo a leggere e a rileggere i cronisti medievali,  per acquisirne il ritmo “ e il candore”. 

Il successo straordinario del libro forse condizionò la figura dell’ intellettuale associandola quasi esclusivamente a quel romanzo.

Poco tempo prima di morire, Eco disse di odiare quel romanzo ed esprimeva la speranza che potessimo odiarlo pure noi. Ma dopo quarant’anni noi dal “Nome della rosa” siamo ancora affascinati e se un giorno non dovessimo esserlo più, sicuramente non ci sarà possibile odiarlo.

Forse perché lo abbiamo letto quando avevamo vent’anni, o uno di meno o uno di più, e a quell’età un libro come “Il nome della rosa” non solo conforma l’idea di letteratura, come si diceva qualche riga prima: forse cambia anche la visione del mondo, del reale e dell’immaginario. I misteri che si manifestano nelle pagine sono rappresentazioni del Bene e del Male. I personaggi sono espressioni di come nell’esistenza si possa stare dalla parte del Bene o da quella del Male.

Ma il Bene e il Male si trovano nei libri. Forse la realtà non fa altro che copiare dai libri. Forse il Bene e il Male prima di ogni altra cosa sono l’esito di una mente che inventa e che trasforma l’invenzione in parola. I protagonisti del libro di Eco sono i libri. Il personaggio che si porta dentro, addosso,  i significati più profondi, a volte rivelandoli, a volte nascondendoli, è Jorge da Burgos: colui che conosce tutti i libri della biblioteca, tutti i segreti nascosti dentro i libri, predicatore apocalittico, che pensa se stesso come il depositario della verità incorruttibile e inconfutabile. Ricalcato sulla figura di Jorge Luis Borges, non solo per la sua cecità o per l’assonanza dei nomi, ma soprattutto per l’evocazione suggestiva della borgesiana “Biblioteca di Babele”, Jorge da Burgos rappresenta la sinistra figura di chi crede che la verità possa appartenere soltanto alla indecifrabilità di un dogma.   

“Il nome della rosa” racconta di libri e di sapere. Dice che il sapere – simboleggiato dalla biblioteca – che si rende impenetrabile, che non consente l’accesso, che rifiuta l’accoglienza del pensiero nuovo, è condannato all’autodistruzione.

Forse il romanzo di Umberto Eco è uno di quei libri che non si rileggono. Quale che sia l’età in cui si incontra, si legge una volta sola e basta. Con gli anni che passano, rimangono nella memoria soprattutto scene, volti, l’andamento di ragionamenti rigorosi. Non è poco. Forse Umberto Eco voleva che di quel libro rimanesse il senso essenziale di come tutto il sapere di un mondo possa incendiarsi e sparire rapidamente, per lasciare il posto ad un sapere nuovo e quindi ad un  nuovo mondo. 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 21 febbraio 2021]

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