Di mestiere faccio il linguista 1. Le lingue cambiano

di Rosario Coluccia

Dopo una pausa non piccola “Parole al sole” riprende, da parte mia con entusiasmo. Qualche giorno fa, all’improvviso, ho constatato che il caso esiste, a volte offre opportunità inaspettate. Una è capitata a me. Ero intento a ripulire uno sgabuzzino in garage, dove nel tempo si erano accumulate cose diverse, da buttar via o riciclare, caso per caso.  Oltre a qualche vecchio oggetto, montagne di carta. Schede e fotocopie usate per i miei lavori, appunti di vecchi corsi universitari, seminari di studenti e capitoli di tesi di laureandi, vecchi giornali e riviste, inserti e supplementi di vario  tipo. Da quest’ultimo mucchio spunta una copia del «Corriere della Sera illustrato», anno 3, numero 18-19, 12 maggio 1979. Completamente dimenticata, ovvio. Ha un titolo che attrae la mia attenzione: «Ma in Italia si parla ancora l’italiano?». È una domanda che potremmo farci oggi, rimonta invece a oltre quarant’anni fa. Il sottotitolo precisa: «Sui problemi della trasformazione del linguaggio nel nostro Paese intervengono Walter Tobagi, Luigi Barzini, Franco Foresta Martin, Bruno Rossi, Mario Landi, Gillo Dorfles». Nomi eccellenti, alcuni di primissimo ordine. Dunque l’attenzione dei quotidiani e dei media per la nostra lingua non è un vezzo dei nostri giorni, ne discutevano già vari decenni addietro.

Ecco alcune frasi desunte da quel gruppo di articoli. A pp. 4 e 7: «Fra tante rivoluzioni proclamate e puntualmente fallita, è successo che si sia realizzata proprio la rivoluzione più appariscente: quella del linguaggio. L’italiano conserva fondamentalmente le sue strutture portanti, essenziali. Ma il vocabolario somiglia a un cantiere di lavoro dove si scatenano, per di più, i commando dei linguaggi settoriali, capeggiati dai più sfrenati creativi della pubblicità. […] Ed ecco un fiorire rigoglioso di formule pittoresche, il detersivo “biolavante” e la crema “boccasana”, la fabbrica di dolciumi che invita a “cioccolatarsi” e l’amarissimo fernet che “digestimola”. Modi di dire che non fanno neanche più arrabbiare: entrano un po’ nel linguaggio comune, passano di moda, vengono sostituiti da una ricerca continua di fantasia. Altrimenti, chi non vespa non mangia le mele. Cioè non fa buoni affari».  A p. 13, ecco alcune parole dal «Piccolo dizionario del neo-italiano»: «Blitz. Significa ‘lampo’ in tedesco, ed è l’abbreviazione di Blitz-Krieg, guerra lampo. È diventato un modo di dire per indicare azioni rapide, a sorpresa, che lasciano il segno. È di rigore parlare di blitz nelle operazioni antiterrorismo»; «Casino. È una parola passe-partout, buona per qualsiasi uso. Ha perduto quasi completamente il suo significato dissacratorio. Significa ‘caos’, ‘confusione’, ma anche ‘un gran numero’ di oggetti o persone: “c’è un casino di libri, a quella festa c’era un casino di gente”»; «Ultrà. ‘L’estremista’, ‘il gruppettaro’: all’inizio designava quegli esponenti della sinistra più estremista. Adesso ultrà è chi, all’interno dei vari gruppi e delle diverse situazioni, assume gli atteggiamenti più radicali». «Zerizzazione. Parola “double-face”. È sinonimo di azzeramento, nel linguaggio politico-sindacale. Ma indica anche una moda, quella del cantante Renato Zero».

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