Di mestiere faccio il linguista 1. Le lingue cambiano

Faccio un piccolo gioco con me stesso. Provo a vedere se conosco e se uso le parole e le frasi indicate, se sono ancora vive a parer mio, se il loro significato si è modificato, se sono  entrate stabilmente nella lingua e i vocabolari le registrano. Invito i lettori a fare lo stesso gioco, ognuno può valutare in prima persona i sintomi di evoluzione della lingua. Tutti conosciamo l’italiano (è il titolo di un mio libro recente, seppure con il punto interrogativo), quindi possediamo le credenziali per giudicare. Senza presumere, con questo, che il giudizio di un singolo valga per un’intera collettività, la sensibilità verso i fenomeni linguistici in movimento cambia caso per caso. E anche la competenza specialistica necessaria per riflettere e valutare. Vale per la linguistica, vale sempre. In questo periodo di pandemia abbiamo capito che le opinioni non sono tutte uguali: l’opinione del prof. Galli, il bravissimo virologo che abbiamo imparato ad apprezzare, non può essere paragonata a quella di un «no vax» incompetente.

Torniamo alla lingua. Ancora oggi, la pubblicità mostra ragazzi di bell’aspetto, che curano il mal di gola incipiente con un ottimo spray, gioiosamente apostrofati con l’appellativo “boccasana” da coetanei di aspetto altrettanto gradevole; lo stesso appellativo “boccasana” identificava uno dei due soldati di guardia all’altare della Patria che, in  uno spot di qualche anno fa, curavano il mal di gola con pasticche della medesima casa farmaceutica. Va ancora di moda il «forte amaro delle ore piene», che «digestimola per continuare la festa, per godere la tavola, per afferrare la vita», come spiegava il famoso Carosello degli anni Settanta.  «Coca Cola chi vespa mangia le mele / Coca Cola chi?!? / Coca chi non vespa più e mangia le pere» cantava Vasco Rossi in «Bollicine» (1983), canzone che facendosi beffe della pubblicità induceva a riflettere sulle dipendenze dissimulate che essa provoca, citando famosi slogan, entrati inavvertitamente nella testa di tutti: «Chi Vespa mangia le mele», «Birra. E sai cosa bevi»,  «TV Sorrisi e Canzoni. E sei protagonista!»,  «Denim. Per l’uomo che non deve chiedere. Mai».

La pubblicità produce lingua con ritmo instancabile. Crea forme e modi nuovi, a getto continuo. Ma naturalmente la spinta più forte ai cambiamenti della lingua viene dai sommovimenti della società. I vocabolari, quando le innovazioni si diffondono, registrano, precisano. Prendiamo alcune parole viste prima, notiamo le differenze. «Blitz» può assumere anche un’accezione scherzosa: «ho fatto un blitz in cucina e ho mangiato una fetta di torta». Preceduto dall’art. indeterminativo, «casino» significa ‘tanto, moltissimo’: «quel film mi è piaciuto un casino». Nel linguaggio dello sport «ultrà»  (anche «ultràs, ultras»)  indica il tifoso di una squadra di calcio, specie inserito in un gruppo organizzato, che per fanatismo può arrivare a compiere atti di violenza nei confronti dei sostenitori della squadra avversaria e anche azioni di generico vandalismo. «Zerizzazione» è parola scomparsa, credo che nessuno la usi ai nostri giorni.

In quel supplemento giornalistico da cui siamo partiti ci sono molti altri temi che per ragioni di spazio non ho potuto trattare (chissà, forse ne parleremo in un’altra occasione). E, nello stesso tempo, ovviamente mancano temi (di cui la nostra rubrica si è occupata più volte) venuti alla ribalta recentemente, di cui in quegli anni non si parlava: il femminile di alcune cariche o professioni (sindaca, architetta), le diverse forme della comunicazione in rete, l’insegnamento dell’italiano nella scuola e nell’università, ecc. Ma una conclusione è possibile. Le lingue cambiano, incessantemente. Bastano i pochi esempi che abbiamo presentato a farci riflettere sui mutamenti del lessico italiano, anche in un lasso di tempo abbastanza ristretto. Alcuni decenni, nella vita delle lingue, corrispondono ad alcune ore nella vita degli individui.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 10 ottobre 2021]

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