Tra realtà storica e finzione letteraria. Studi su Sigismondo Castromediano

Il presente volume (Tra realtà storica e finzione letteraria. Studi su Sigismondo Castromediano, a cura di A.L. Giannone, Lecce, Pensa MultiMedia, 2019) approfondisce ora ulteriormente la figura e l’opera del “duca bianco”, nonché il contesto storico-culturale in cui egli ha operato, attraverso svariati contributi di carattere storico e letterario qui raccolti, che sono disposti in ordine alfabetico d’autore. Alcuni di essi derivano da conferenze tenute negli anni scorsi a Cavallino da diversi studiosi, italiani e stranieri, altri invece sono stati composti per l’occasione.

Cronologicamente si parte dal periodo che precede l’arresto e la lunga detenzione del duca, cioè dagli anni giovanili e dalla sua produzione letteraria. Marco Sirtori prende infatti in esame gli scritti di Castromediano recentemente pubblicati da Fabio D’Astore e li colloca nel panorama culturale dei primi decenni dell’Ottocento e nel dibattito sui relativi generi. Mentre i primi due racconti storici, da lui composti, sono giudicati «inerti e convenzionali», maggiore originalità l’autore del saggio ritrova nelle prove narrative successive, dove l’autore «si orienta verso il sottogenere degli assedi», avendo come modelli i romanzi di Francesco Domenico Guerrazzi, Niccolò Tommaseo e Silvio Pellico. Le opere di argomento salentino come Caballino oscillano invece tra una dimensione lirica e «osservazioni risentite dell’erudito», mentre gli scritti di viaggio sono tra le sue prove più convincenti perché «vi trovano una felice fusione tutti gli interessi intellettuali che lo animeranno in età adulta: storico, archeologico, etnografico, linguistico, letterario e, soprattutto, patriottico».

Roberto Martucci ricostruisce, invece, accuratamente gli avvenimenti che portarono all’arresto «eccellente» di Castromediano nel «controverso» ’48 costituzionale napoletano, analizzando il contesto politico-istituzionale della capitale del Reame e della provincia di Terra d’Otranto, a partire dalla promulgazione, nel febbraio del ’48, dello Statuto da parte di re Ferdinando II di Borbone, che subito dopo venne sospeso. Emergono così tutti i principali personaggi che presero parte a quelle vicende e, in particolare, viene messo in rilievo il ruolo svolto a Lecce dal duca di Cavallino quale segretario del Circolo patriottico salentino che aveva tra i suoi obiettivi «il mantenimento dell’ordine pubblico, la garanzia della proprietà, la difesa della costituzione». Ebbene egli, pur essendosi limitato a redigere i sette bollettini contenenti i verbali delle adunanze e la corrispondenza, fu condannato alla durissima pena  di trent’anni di ferri, e nonostante avesse avuto la possibilità di fuggire all’estero, come fecero altri, preferì affrontare il processo, entrando così da allora ‒afferma Martucci ‒ nel «Pantheon del nostro martirologio risorgimentale».

Ancora di tipo storico è il contributo di Aldo Ravalli che ripercorre le principali vicende biografiche di Castromediano dalla carcerazione alla liberazione, inserendole in una dimensione europea e mettendo in rilievo soprattutto il ruolo svolto dalla politica del Regno Unito, in opposizione a quella dell’Impero Austro-Asburgico, sugli eventi del Risorgimento italiano. Particolarmente interessanti, a questo proposito, risultano le osservazioni relative all’impatto avuto dalla presenza a Londra dei patrioti italiani sull’opinione pubblica e sui politici inglesi, che contribuì a far prendere una posizione decisa all’Inghilterra contro i Borboni e favorevole all’azione in favore dell’unità d’Italia da parte del Piemonte. Notevoli sono anche le osservazioni di natura tecnico-giuridica sul processo a Castromediano e ai suoi compagni,  definito «un processo politico a conclusione obbligata», nonché sul trattato stipulato da Ferdinando II, re di Napoli, con l’Argentina, poi sospeso, e sul successivo decreto di amnistia che prevedeva la commutazione dell’ergastolo con l’esilio perpetuo fuori del Regno di Napoli.

Alcuni saggi sono dedicati ovviamente alle Memorie,  il “libro della vita” di Castromediano, che riserva ancora tante sorprese a chi lo affronta con la dovuta attenzione. Matilde Dillon Wanke, nel suo intervento, le definisce acutamente «un testo del tutto eccezionale nell’ampio e variegato panorama della memorialistica ottocentesca», trattandosi di un’opera appartenente a un genere misto, «insieme appassionata e rigorosa, dove l’inchiesta, la denuncia e il racconto s’intrecciano». Nella seconda parte, prende invece in esame il romanzo di Anna Banti, Noi credevamo, che ritiene giustamente ormai «passaggio obbligato e reiterato anche per gli studi su Castromediano». Per il suo romanzo la scrittrice ha trovato nel libro «gli imput pro e contro», dando nel contempo «un volto nuovo all’autore-personaggio implicito e scientemente defilato nelle memorie».

Lo studioso americano Charles Klopp inserisce le Memorie di Castromediano nella tradizione della letteratura carceraria in Italia, soffermandosi, in particolare, sul terrificante regime di detenzione che caratterizzava le galere borboniche. Infatti, a differenza dei patrioti perseguitati dagli austriaci, come Silvio Pellico e Federico Confalonieri, che furono separati dai detenuti comuni, Castromediano insieme ai suoi compagni non rimase mai solo e fu costretto alla «coabitazione forzata» con criminali d’ogni tipo, come camorristi e briganti. Ciononostante, il duca bianco non perse mai «il proprio senso dell’onore» e riuscì a compiere un viaggio, proprio come un eroe di romanzo ‒ scrive Klopp ‒ «attraverso un regno di corruzione e di malvagità … dal quale emerge alla fine moralmente puro».

Un altro storico statunitense, Steven Soper, nel suo intervento, si sofferma invece su un aspetto particolare delle Memorie, finora trascurato dagli studiosi, la «passione documentaristica» di Castromediano relativamente alla «compilazione di diverse liste di compagni di prigionia». Nella sua opera ve ne sono ben nove che comprendono oltre dodici nomi. L’autore del saggio ritiene che egli si sia ispirato alle memorie di altri patrioti dell’Ottocento, dai cosiddetti ‘martiri dello Spielberg’ (Giorgio Pallavicino, Giovanni Arrivabene) agli stessi meridionali (Nicola Palermo e Luigi Settembrini), ad Atto Vannucci. Complementari alle liste dei nomi sono le storie, a volte drammatiche, di rovina fisica e materiale, di tanti prigionieri politici caduti nell’oblio che non ebbero né una statua né una lapide nemmeno nei loro paesi. E proprio per rimediare a questa mancanza di riconoscimenti Castromediano creò per i suoi compagni – sostiene Soper con una suggestiva definizione ‒ un «monumento di carta».

Ma Carceri e galere politiche può costituire anche la fonte per studiare tanti fenomeni della storia meridionale dell’Ottocento. Marcella Marmo, ad esempio, nel suo ampio e articolato saggio, affronta il tema della camorra presente nelle Memorie, seguendolo passo passo in tutto l’arco della narrazione di  Castromediano attraverso le varie strutture detentive da lui conosciute, dal Forte del Carmine di Napoli alla Darsena e poi soprattutto nel Bagno penale di Procida. Esse – scrive Marmo ‒ «nella pur trentennale elaborazione della scrittura mostrano una ricchezza di racconto del vissuto e prestano un’attenzione alle modalità della prepotenza sistematica e della violenza variamente dosata dai camorristi». La studiosa non tralascia alcun aspetto del fenomeno, rivolgendo l’attenzione al circuito estorsivo-coercitivo esistente sia all’interno che al di fuori del sistema carcerario. Oltre a numerosi accenni sparsi nel libro, l’autore dedica al «mostro che tutti atterrisce» un intero capitolo, il XVI, Camorra e  camorristi, nel quale «si assemblano rappresentazioni e ancora registri narrativi diversi, dai vari riferimenti generali desunti da Monnier […] a numerosi originali racconti che vengono dal vissuto carcerario e catturano la vena letteraria del memorialista».

Non poteva mancare nel volume un contributo sulla rivisitazione della figura di Castromediano che ne ha fatto la scrittrice Anna Banti nel suo romanzo, Noi credevamo, pubblicato nel 1967. L’italianista francese Yannick Gouchan, infatti, prende in esame quest’opera, nella quale emerge una visione a due livelli del nostro Risorgimento: quello degli ideali e quello delle effettive realizzazioni e delle delusioni. Perciò, a suo avviso, esso delinea non «un anti-Risorgimento in sé», ma «un Risorgimento dei delusi e dei traditi». I due principali protagonisti sono, com’è noto, Domenico Lopresti, avo dell’autrice, e Sigismondo Castromediano, ma mentre il primo incarna «lo spirito repubblicano e l’attivismo per liberare il Mezzogiorno dai Borbone ed emancipare la plebe», il secondo «finisce per aderire e perfino lodare la soluzione politica piemontese moderata». Comunque, il tratto che contraddistingue maggiormente Castromediano nel romanzo, mediante le fonti d’ispirazione della Banti, è proprio quello di una «dignità assoluta».

A quest’opera, com’è noto, si è ispirato il regista napoletano Mario Martone per il suo film, Noi credevamo, del 2011, analizzato dallo studioso francese di cinema e letteratura Laurent Scotto d’Ardino che si sofferma in particolare sulla rappresentazione della figura di Castromediano attraverso un esame dettagliato delle varie sequenze della seconda parte dedicata alla vicenda carceraria.  Essa, da un lato è fedele alla raffigurazione letteraria che ne ha data la scrittrice nel suo romanzo e alla relazione che lo lega al suo eroe, Domenico Lopresti, al quale è accomunato da amicizia e stima ma diviso «da profonde differenze delle loro rispettive opzioni e strategie politiche». Dall’altra, però, è frutto anche di «scelte personali» del regista, evidenti soprattutto nello spostamento alla fine del film dell’ultimo incontro tra i due, che ha la funzione di ribadire, nonostante quelle differenze, «la loro prossimità morale, etica, quella fratellanza suscitata dai mesi trascorsi insieme nelle celle borboniche».

Nel volume figurano anche i testi della presentazione degli Atti del Convegno del 2012, che venne tenuta a Cavallino da un italianista, Raffaele Giglio, e da uno storico, Bruno Pellegrino. Entrambi gli studiosi passano in rassegna i contributi di loro specifica pertinenza, non limitandosi ad illustrarli ma indicando alcuni tratti portanti degli Atti e aggiungendo acute osservazioni che arricchiscono ancora di più quest’opera, da cui è partita, come s’è detto, una vera e propria Castromediano-Renaissance.

[Introduzione a Tra realtà storica e finzione letteraria. Studi su Sigismondo Castromediano, a cura di A. L. Giannone, Lecce, Pensa MultiMedia, 2019]


[1] Si segnalano, in particolare: G. Caramuscio,  in “L’Idomeneo”, n. 17, 2014,  pp. 244-248; R. Roccia,  in “Studi Piemontesi”, dicembre 2014, vol. XLIII, fasc. 2, pp. 495-496;  M. Santoro, in “Esperienze letterarie”, n. 1, 2015, pp. 152-153; I. Pagliara, in “OBLIO”, V (2015), 18-19, pp. 139-141; B. Baita, in “Otto/Novecento”, a. XXXIX, n. 3, settembre-dicembre 2015, pp. 201-207; D. De Liso, in “Critica letteraria”, a. XLVI, fasc. II, n. 171/2016, pp. 400- 403.

[2] Cfr. Y. Gouchan, in “Italies”, n° 19, “Images du soldat au  XX° siècle”, Presses Universitaires de Provence, Université de Aix-Marseille, 2015, pp. 353-355; e in “Cahiers d’études romanes”, 33, 2016, pp. 262-265; L. Fournier Finocchiaro, in “Transalpina”, Revue d’études italiennes, Université de Caen Normandie, 19, 2016, pp. 238-240.

[3] Ch. Klopp, rec. in “Quaderni di Italianistica”, The official journal of the Canadian Society for Italian Studies, vol. 37, n. 2, 2016, pp. 252-254

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