Tra realtà storica e finzione letteraria. Studi su Sigismondo Castromediano

di Annalucia Cudazzo

Notevole è l’interesse che, negli ultimi anni, si sta registrando, in Italia e non solo, verso la figura di Sigismondo Castromediano, duca di Cavallino che nel 1848 fu accusato di cospirazione contro la monarchia borbonica e imprigionato per oltre dieci anni. La sua opera Carceri e galere politiche, oltre a fornire un quadro ben articolato della realtà sociale del Sud di fine Ottocento, risulta essere uno dei contributi più significativi alla memorialistica risorgimentale. I risultati raggiunti si devono all’intenso lavoro del Centro Studi «Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo» e del suo Presidente Antonio Lucio Giannone e anche alla politica culturale del Comune di Cavallino che ha ospitato numerosi eventi per promuovere il nome di Castromediano; degno di nota è il Convegno nazionale tenutosi nel 2012, i cui risultati sono stati riuniti nel volume Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura (Congedo, 2014).

Assieme agli Atti, la più recente pubblicazione di Tra realtà storica e finzione letteraria. Studi su Sigismondo Castromediano, a cura di Giannone, consegna ai lettori un’immagine esaustiva del duca, grazie agli interventi di autorevoli personalità internazionali che testimoniano quanto fervida sia la riscoperta da parte della critica di un personaggio fondamentale nella storia del Risorgimento. In tal senso, vanno lette anche le recensioni al volume da poco apparse su prestigiose riviste quali «La rassegna della letteratura italiana» (a. 124, IX, n. 2) e «Italies» (n. 24), rispettivamente a firma di Clara Allasia dell’Università degli Studi di Torino e di Laura Guidobaldi dell’Università di Aix Marseille.

I saggi dedicati alla «realtà storica» indicata nel titolo sono incentrati soprattutto su Carceri e galere politiche; la complessa natura dell’opera, la cui vicenda redazionale viene ben illustrata da Raffaele Giglio, è oggetto dell’indagine condotta da Matilde Dillon Wanke. La studiosa ha acutamente evidenziato che l’opera di Castromediano non è un semplice racconto autobiografico né una confessione delle sue più intime sofferenze patite nelle galere, ma si avvicina molto al genere dell’inchiesta, soprattutto per lo spirito di denuncia delle disumane condizioni in cui erano costretti a vivere i prigionieri politici. Come sottolinea Charles Klopp, la situazione era molto più drammatica nelle carceri meridionali che in quelle del Settentrione, in quanto al Sud i patrioti erano considerati alla stregua degli altri criminali, come, ad esempio, i camorristi. Con essi Castromediano entra inevitabilmente in contatto, restandone talmente impressionato da dedicare al fenomeno della criminalità organizzata un intero capitolo delle sue Memorie. È questo specifico aspetto dell’opera che viene vagliato da Marcella Marmo, attraverso il commento di quanto descritto e raccontato da Castromediano, facendo emergere non solo la violenza dei camorristi ma anche il radicamento dell’istituzione mafiosa all’interno delle carceri del Meridione.

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