Storia locale, che passione!

Devo dire che la Chiesa dei Battenti di Galatina, per me ragazzino che ci passavo davanti in bicicletta, era circonfusa da un’aura di mistero: la porta sempre chiusa, le piante selvatiche che crescevano fin sulla soglia, negli interstizi dei mattoni, la fatiscenza dell’edificio, dentro il quale, attraverso i fori delle finestre, passavano solo gli uccelli e chissà, forse pure vi nidificavano dentro; sarà anche per tutte le dicerie che circolavano tra noi ragazzi, che lì aveva avuto la sua sede la confraternita dei flagellanti – questi esseri mostruosi, poiché chi poteva garantire che i loro esercizi non fossero praticati ancora, anche a danno di qualche povero innocente? -; ebbene, per tutti questi motivi la Chiesa dei Battenti mi incuteva un certo timore, un po’ come la casa paterna, la casa dalle cento stanze, sita proprio lì nei pressi, in via San Francesco. Qualche anno dopo, quando seppi dei lavori di restauro della Chiesa – più o meno coevi a quelli della casa paterna, poi divenuta sede di asettici uffici comunali -, non dico che ci rimasi un po’ male, ma compresi che non c’era spazio più per alcun mistero. Ora Vincenti fa la storia di questo monumento galatino, colmando un’evidente lacuna negli studi locali, e consentendomi di apprendere molto su una chiesa che fu al centro delle mie fantasie infantili.

Che cosa ha scoperto, dunque, Vincenti? Che intorno alla metà del XV secolo una donna di nome Caterina, moglie di Giovanni Drimi – “erano i Drimi una potente famiglia dell’aristocrazia militare, come ha di recente evidenziato e documentato Carmela Massaro, fedelissima di Raimondo Orsini del Balzo e della sposa sua Maria d’Enghien ed in seguito del figlio loro, il principe Giovanni Antonio” (p. 11) – fu, assieme al marito, la committente di “questo generoso atto caritativo della realizzazione della fabbrica di Santa Maria della Misericordia, sede della confraternita dei Battenti” (p. 12). Il fine era di “guadagnare gli aeterna senza perdere del tutto i temporalia, di associare le ricchezze all’opera della salvezza come era costume del tempo” (p. 12) scrive Vincenti citando Vittorio Zacchino.

Vincenti passa in rassegna, avvalendosi dello studio delle visite pastorali, le varie trasformazioni che la chiesa subisce al suo interno e al suo esterno,  senza perdere mai di vista il contesto storico in cui essa è collocata, la diffusione dei flagellanti – “dopo il Giubileo del 1400 – scrive -,  indetto da papa Bonifacio IX, [i flagellanti] percorsero tutta la penisola al canto della lauda Misericordia, eterno Dio mentre si flagellavano e promuovendo le Opere di Misericordia…” (p. 49) – e la sua funzione religiosa e civile nella città di San Pietro in Galatina. La confraternita,  in generale, “pur conservando l’aspetto religioso e salvifico originario, cioè la salus animarum, tende a laicizzarsi, assimilando pratiche tipiche delle corporazioni di arti e mestieri, società di artigiani e commercianti, anche esse di origine medievali le quali miravano al benessere temporale dei propri affiliati e alla tutela della professione” (p. 61). Lo storico non può fare a meno di notare che “le confraternite laicali in Galatina hanno avuto solo una scarsa ed episodica attenzione da parte degli studiosi locali a dispetto invece del ruolo centrale da esse svolto nella vita religiosa, economica e culturale del paese…” (p. 64). In particolare, la confraternita di S. Maria della Misericordia seu de li Battenti, “la più antica delle altre congreghe di Galatina” (p. 66), era assai ricca, “essendo sostenuta dalla potente corporazione dei conciatori” (p. 70), attività molto redditizia a Galatina fino almeno ai primi del Novecento. A prescindere da questi tratti di originalità, “la vita di questa confraternita, non differente da quella di altri sodalizi, era scandita da impegni di pietà, di carità e di suffragio. Prevedeva per i confratelli il dovere della confessione e comunione almeno una volta al mese e la partecipazione alle processioni. Gli impegni caritativi andavano dall’assistenza ai malati, alla visita degli infermi, alla visita ai carcerati, all’assistenza dei confratelli bisognosi e all’aiuto economico alle ragazze povere da maritare per la dote” (p. 70).

La seconda parte del libro, indubbiamente meno compatta della prima, è intitolata Contributi alla storia dell’architettura civile e religiosa tra Cinquecento e Settecento (pp. 107-237). Vincenti vi raccoglie in ordine cronologico gli articoli apparsi su vari giornali e riviste locali tra il 1981 e il 1994 (“Il Galatino”, “Il Corriere Nuovo”, “Contributi”, “Rassegna Salentina”, “Il Gazzettino”, “La Città”),  e un inedito dal titolo La chiesa di S. Maria della Misericordia e la Confraternita dei Battenti nel XVI secolo, che è in realtà una comunicazione dello stesso Vincenti al Convegno di studi Galatina e il Basso Salento tra Quattro e Cinquecento che si tenne a Galatina nel 1991. Questi piccoli saggi trattano della storia dell’architettura civile e religiosa di Galatina e in ognuno di essi l’autore prende in considerazione una chiesa o un edificio civile (la chiesa del Carmine, quella delle Anime, la chiesa matrice, il palazzo Vernaleone, il palazzo Tondi-Vignola, ecc), fornendone una sommaria e precisa descrizione. Le note si caratterizzano per un medesimo ripetuto disegno compositivo: Vincenti dà notizie sull’origine dell’edificio, sui committenti, sulle maestranze ove possibile, sui costi, ecc; poi passa a descrivere l’opera, prima l’esterno, poi l’interno, arredi compresi (quadri, statue, altari, ecc.), sempre citando le fonti a cui attinge e le opere consultate.

Indubbiamente, nella scelta di riportare fedelmente quanto già pubblicato in diverse sedi locali c’è il rischio di qualche ripetizione; ma c’è anche un vantaggio per il lettore: quello di verificare con i propri occhi, seguendo l’autore anno dopo anno, con quanta passione e tenacia il ricercatore Vincenti abbia studiato i monumenti architettonici galatini, verificando sempre le fonti, consultando gli archivi, secondo un metodo di ricerca storica che non può dare se non buoni risultati. Questa è la strada che Vincenti ha seguito per coltivare in silenzio l’amore per la propria terra; sicché, in conclusione, io me lo immagino al lavoro, dietro la scrivania del suo ufficio direzionale della Colacem, tutto preso dalle pratiche urgenti dell’amministrazione di una grande industria, ma sempre pronto, nel tempo libero, a correre in un archivio, per verificare un dato, accertare una notizia insicura, fare ricerca, per dare alla fine un contributo alla storia della sua città, che gli studiosi di storia locale del futuro non potranno non tenere in conto.

[ Storia locale che passione! (recensione a Giovanni Vincenti, Galatina tra storia dell’arte e storia delle cose, Congedo Editore, Galatina, 2009), “Il Paese Nuovo” di giovedì 2 luglio 2009, p. 6]

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