Scritti sulla lingua

La lingua di un popolo, un dialetto, è un’espressione culturale che esprime contenuti storico-sociali. La storia di una lingua è storia di innumerevoli elementi linguistici inventati ed adoperati da una comunità che in questo modo ricrea la sua cultura e progredisce storicamente. Rispetto a codesti princìpi, bisogna stabilire se il processo di italianizzazione nel Salento, accentuatosi sino al limite dell’estinzione dei grecofoni costituisca un progresso o regresso.  Posto così il problema, occorre rinvenire le cause dell’imminente estinzione della grecofonìa.

La persecuzione fascista dei dialetti

Di solito, chi appartiene in Italia ad una comunità linguistica minoritaria, anche se ha coscienza della originaria peculiarità della lingua materna, oppone scarsa resistenza ad essere linguisticamente assorbito. Questo accade perché nelle minoranze nasce inconsapevolmente la condizione spirituale della propria incapacità a dare e a ricevere idee.  Si tratta di una condizione spirituale simile all’incoscio senso di colpa di chi nella società contemporanea in termini di consumo si comporta diversamente dai modelli proposti dai mass-media. La spiegazione di questo atteggiamento sta nella storia della minoranze linguistiche perseguitate.

Lo Stato italiano ha appena conseguito la sua unità nel 1861 e la burocrazia avalla la logica di una forzata italianizzazione mediante l’abrogazione del francese come lingua ufficiale in alcune valli della provincia di Torino. In realtà l’espulsione delle valli francesi dal territorio nazionale, che pure la logica suggerirebbe, non viene neanche presa in considerazione. Ancora. Nel 1866 si inglobano nello Stato italiano per diritto di conquista i gruppi allogrotti dei Friulano occidentali e centrali e gli Sloveni della Slavia veneta. Questi provvedimenti accentuano l’erosione dei dialetti, anche se viene salvata la forma mediante i censimenti delle minoranze nel 1861, nel 1901 e nel 1911. Il fascismo abolisce nei censimenti successivi ogni quesito relativo alla lingua parlata ed attua la distruzione dei dialetti per mezzo dei dialetti medesimi in virtù dell’ordinanza dell’11 novembre 1923 che stabilisce in tutto il Regno il metodo dal dialetto alla lingua nell’insegnamento primario, ed infine sopprime, col decreto legge del 22 novembre 1925 n. 2191, l’insegnamento delle lingue minoritarie. Lo Stato repubblicano, purtroppo, in dispregio della Costituzione ha coronato l’opera dissolutrice e repressiva del fascismo. Basti pensare che agli ufficiali del censimento sono state impartite istruzioni per minimizzare i dati linguistici; al riguardo sono stati preparati quesiti di interpretazione difficile e capziosa, e i dati medesimi sono stati manipolati. Per fare un esemio, a Trieste vive una colonia friulana di circa centomila persone. Ebbene, non risulta denunziata dal Comune di Trieste neanche la presenza di un solo friulano in quel territorio. E’ accaduto così che la disposizione fascista, secondo la quale in Italia è legittima soltanto la lingua italiana, continua tenacemente ad essere rispettata con fedeltà. Tutto ciò è in contraddizione  col fatto che, per esempio, a favore della minoranza di lingua francese nella Valle d’Aosta è operante, come provvedimento di tutela, il decreto legislativo luogotenenziale del 7 settembre 1945 n. 545. Inoltre, a favore delle minoranze di lingua slovena nelle province di Bolzano e di Trieste operano rispettivamente il Trattato di Parigi del 5 settembre 1946 e lo Statuto speciale firmato a Londra il 5 ottobre 1954 quale Allegato 2° del Memorandum d’intesa che ha assegnato allo Stato italiano l’amministrazione della zona A dell’ex territorio libero di Trieste.

Ci preme richiamare l’attenzione sul fatto che il primo dei provvedimenti su richiamati è stato adottato prima della Costituzione al fine di frenare e vanificare innanzitutto la minaccia del separatismo valdostano e successivamente quella dell’annessionismo francese. L’altro provvedimento citato ha avuto lo scopo di impedire il ritorno della provincia di Bolzano all’Austria.

D’altra parte, in fatto di tutela linguistica si può anche fare un confronto con gli stati confinanti con l’Italia. Esso rivela non soltanto la mediocrità, ma anche la carenza assoluta di civiltà liberale nella nostra vièta classe dirigente dall’Unità in poi, con particolare riferimento ai nostri giorni. La Iugoslavia, per esempio, non solo tutela le sue minoranze linguistiche, compresa quella italiana, ma addirittura le definisce nazionalità; l’Austria fa altrettanto e la Svizzera ha perfino tre lingue ufficiali (il tedesco, il francese e l’italiano) e quattro lingue nazionali se si aggiunge il ladino-romancio. La sola Francia resta esposta alla protesta dei Catalani, Baschi, Bretoni, Fiamminghi, Tedeschi dell’Alsazia-Lorena e Italiani della Corsica. E tuttavia bisogna considerare che in Francia Parigi ha simboleggiato la sintesi politico-linguistica della nazione, mentre in Italia la sintesi politica si è inverata in Torino, città che è stata bilingue, e quella linguistica in Firenze. Inoltre in Francia i dialetti sono stigmatizzati come patois e non hanno letteratura scritta, mentre in Italia la letteratura dialettale, pur così importante, non ha un posto di rilievo nella nostra vita civile.

Resistenza e lingua

Tutte le regioni italiane all’interno delle quali vivono minoranze linguistiche, il Piemonte ed il Veneto, il Molise e la Basilicata e la Calabria, hanno inserito nel proprio statuto delle clausole volte a difendere ed a valorizzare il patrimonio linguistico e storico, la cultura, il costume e le tradizioni popolari delle comunità locali. La Calabria addirittura favorisce l’insegnamento delle lingue minoritarie albanese e greca. La Puglia, invece, è l’unica regione che non solamente non tutela le sue minoranze, ma anche non ne fa parola nel suo statuto ordinario. I nostri uomini politici hanno ignorato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo proclamata dall’Assemblea generale dell’ONU il 10 dicembre 1948 e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 24 novembre 1950 ed il Patto dei diritti civili e politici predisposto ed approvato dall’ONU e firmato dall’Italia il 20 giugno 1967. Si tratta di documenti che ribadiscono il diritto delle minoranze etniche, religiose e linguistiche di avere la propria vita culturale, di praticare la propria religione, di usare la propria lingua e di essere uguali di fronte alla legge “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua e di religione”, il che è reso vano, ad esempio, dall’art. 137 del vecchio Codice di procedura penale che stabilisce: “Tutti gli atti del procedimento penale devono essere compiuti in lingua italiana a pena di nullità”.

Si consideri quanto grandemente siano stati danneggiati da questa disposizione i ceti umili delle minoranze linguistiche, e specialmente quello rurale del nostro Salento grecanico, nei rapporti di lavoro e di produzione con la classe dominante, nei diritti ereditari e di successione, nelle clausole di compravendita, nella normativa dei diritti reali, nei diritti di confine e nelle clausole testamentarie. Ben a ragione, quindi, il nuovo testo-delega approvato il 25 marzo 1974 col differimento a due anni della relativa adozione, al punto 83 dell’art. 2 stabilisce “l’obbligo di esaminare ed interrogare gli appartenenti ad una minoranza linguistica nella loro madre-lingua e di redigere i verbali in tale lingua (…)”.

Tutto questo è sfuggito alla nostra classe dirigente, e per una ragione molto precisa. Essa ha ignorato o ha voluto ignorare la Resistenza e il ruolo che vi hanno avuto operai e contadini, non come forze subalterne, ma come classe che per la prima volta nella storia d’Italia si è mossa con coscienza nazionale producendo alti contenuti sociali, politici, religiosi e culturali. Non bisogna dimenticare che il fascismo ha spinto il cittadino al disprezzo per il contadino, lo studente allodio per l’operaio e questi all’insofferenza per quanti hanno studiato. Durante la Resistenza, invece, avviene l’incontro con l’altro, e gli uomini si avvicinano di più alla natura, si incontrano nel bosco ed il bosco è la macchia, e la gente diventa più semplice, più onesta, si abitua alla riflessione solitaria, all’esercizio autocritico ed all’antiretorica. Nasce allora il bisogno di un linguaggio nuovo, democratico, lontano da infingimenti ed immerso nella natura. Si ridesta, in altri termini, il bisogno di tornare alla lingua materna. Siamo nel cuore del problema linguistico, della lingua intesa come mezzo di lotta per la propria autonomia.

In questo spirito, per esempio, si è instaurata tra la Resistenza italiana e quella francese una stretta collaborazione resa possibile dalla comunanza della lingua nel maggio 1944, allorché a Saretto viene stipulato un accordo da Dante Livio Bianco delegato del CLN piemontese e da Iuvenal comandante della Region II des Mouvements Unis de la Resistence. Il documento afferma l’inesistenza di motivi di risentimento fra i due popoli che il fascismo ha cercato di dividere, e quando i maquisards (da maquis, macchia, e quindi forza della guerriglia) sono costretti dalla controffensiva tedesca a rifugiarsi nelle valli Maira e Stura, quelle popolazioni li accolgono con cordiale ospitalità e fraternizzano grazie alla comune lingua francese che il fascismo ha inutilmente proscritto dalle scuole, dal catasto, dal registro comunale, dalle insegne, dalle iscrizioni pubbliche e dagli atti notarili, minacciando anche l’italianizzazione di circa ventimila patronimici con l’ausilio di intellettuali interessati a questioni linguistiche, ma in realtà combattenti battaglie vuote e retoriche, ornate e nutrite di ridicole sciocchezze. Questi intellettuali propongono, per esempio, di sostituire al termine bar le voci bettolino, taverna, taberna, taberna potoria, qui-si-beve, barro, ecc., alle parole straniere tennis club l’espressione consociazione della pallacorda, a coktail coda di gallo, a garconniere regazziera ed a fil filmo.

La Resistenza lascia il segno anche a Gorizia. Ivi, difatti, i partigiani riaprono durante l’insurrezione le scuole statali di lingua slovena che il governo fascista ha chiuso. Si corona così vittoriosamente una ininterrotta opposizione alla radicale opera di repressione militare italiana, se già sin dal 7 gennaio 1942 il generale Ambrosio, comandante della II armata, scrive in un rapporto sulla situazione slovena: “(…) In sostanza anche la frazione di destra del partito popolare sloveno persegue l’ideale dell’indipendenza nazionale ed è quindi anti-asse; finge di collaborare con le autorità italiane, ma difende strenuamente le proprie tradizioni culturali e linguistiche (…)”[1].

Emerge in quei mesi la figura quasi leggendaria di Janko Preml-Vojko, intellettuale combattente che passa nei paesi del goriziano da una battaglia ad un’assemblea politica e recita versi ai suoi compagni in dialetto sloveno.

Purtroppo, per quanto riguarda la tutela della minoranza linguistica grecanica del nostro Salento, ad essa non si è provveduto perché la nostra classe politica si è dimostrata incapace di rivivere e di ricostruire pienamente la nostra storia, ed anzi ha consentito la lacerazione del tessuto tradizionale delle popolazioni grecaniche, favorendo la penetrazione in esse della egemonica cultura consumistica. E’ chiaro che colpa di ciò va addebitata in particolare alla classe parlamentare democristiana del nostro Salento (i De Maria, i Codacci Pisanelli, i Gabrieli). Questa classe, pur avendo disposto per trent’anni di circa il 60% dei voti validi dell’elettorati di tradizionale origine popolare, non si è sentita in obbligo di tutelarlo sul piano linguistico e culturale. In realtà è il fideismo integralistico che impedisce ai cattolici la tutela delle minoranze linguistiche. Essi, difatti, consentono uno scarso numero di credenze naturali, tengono l’uomo lontano dallo stato di natura e non rendono neppure l’individuo lo scopo di se stesso. I cattolici, così tendono a distruggere nel mondo la vita stessa individuale e soprattutto la società, di cui a prima vista sembrano maggiori garanti.

La conquista della coscienza storica è la forma più forte e più profonda di coscienza politica e culturale. Il mezzo con cui si esprime quella forma è la lingua. La lingua grecanica del Salento, distrutta dagli elementi fonetici e lessicali indotti dalla cultura della classe dominante neocapitalistica, di cui i cattolici sono stati e continuano ad essere la parte più cospicua in Italia, ha cessato di essere lo strumento di comunicazione prevalente nell’uso quotidiano di una popolazione rurale, in conseguenza della lacerazione culturale subita dalla società salentina di cui si è detto. Un passato storico è stato così cancellato ed una costruzione sociale è stata scalzata dalle fondamenta. Alle nuove generazioni è perciò impedito di immergersi in un tempo mitico, di riappropriarsi del patrimonio culturale tradizionale del luogo d’origine, al fine di un dibattito ideologico e di una riflessione collettiva sul proprio destino e su quello delle generazioni più anziane. Il corpo socile della Grecìa ha perduto, con la lingua, l’unico mezzo culturale per una presa di coscienza laica e razionale del proprio passato e del proprio presente. Ed invano riemergono dalla nostra memoria lu paiaru, cioè l’edicola a secco utilizzata come deposito di paglia, li furni, le costruzioni rustiche in mezzo ai ficheti connesse con l’essiccazione dei fichi, i calì o calavacci o chipuru, segnalato quest’ultimo nella zona di Maglie. Sono forme di abitazioni rurali presenti un tempo nello spazio che approssimativamente coincide con l’attuale estensione dell’area di dialetto grecanico. Abbandonate del tutto o in via di scomparire sono anche le masserie fortificate, cioè il primo agglomerato intorno a cui si sono costituiti nei secoli passati i villaggi ed i piccoli centri rurali del Salento, talora non provveduti di cinte murarie.

Dalle case del borgo le vecchie case paesane sono separate per mezzo di un cortile di varia forma e grandezza, e la vita di vicinato si svolge nel chiuso delle corti. Il pozzo e la grande cisterna forniscono l’acqua d’uso a tutti i vicini ed alimentano le vasche per il bucato e gli abbeveratoi per le bestie. Un locale sulla strada funge da rimessa per i carri agricoli e per gli attrezzi di lavoro; vi si appendono i prodotti dell’orto di lunga conservazione e vi si depositano foraggi e fascine per il fuoco. Sulla loggia o lamia, accessibile per mezzo di una scala a muro montante dal cortile o dall’androne, si sciorina il bucato, si essiccano generi agricoli e vi s’affacciano le donne sulla via. Esempio di tali consorsi umani si possono ancora rinvenire nella via Catumerea e via Zaca a Martano ed in via Pendino a Corigliano d’Otranto: che il cielo e le autorità costituite possano sottrarle alla ruspa!

Nell’interno delle case si scorge lu liettu a cistiddhri. Il tavolato del letto a cavalletti è cioè tenuto alto sul pavimento per potervi sistemare di sotto in vari recipienti le scorte agricole. Lu casciunemattra o mattrabanche funge da granaio e la scanzìa poggia sull’arcòa e vi sono sistemati prodotti d’uso quotidiano come salse in bottiglia, pane e farina, trecce di cipolle e di aglio e serti di pomodoro. Vi si vive una vita comunitaria scandita da una lingua originalissima, nata prima della formazione delle regole come opera della natura. Ecco un principio filologico che deve essere sempre tenuto presente dal legislatore.

Senza opportuni e tempestivi provvedimenti di tutela, saranno inevitabilmente perdute voci somministrate agli uomini dalla necessità di spiegare e comunicare vicendevolmente i pensieri dell’animo loro. Luigi Capuana scrive in dialetto la sua corrispondenza con una mantenuta, donna del popolo, perché si rende conto che la lingua italiana non gli permette di essere capito con esattezza.

Invero, oggi si sta cancellando la lingua dell’antica povertà grecanica, di una parte dell’antico ceto contadino del Salento, soccombente  a quella della società dei consumi. Non si assume codesto ceto a motivo di riso o di satira contro il villano, secondo una tradizione di origine medievale, né come figura idealizzata secondo gli schemi dell’eterna arcadia, ma come classe inferiore che, proprio in quanto usa il grecanico come lingua della comunicazione quotidiana, deve essere cancellata dal nuovo mondo che invece usa la lingua del consumismo. Le parole del dialetto reagiscono ancora sul pensiero del nostro ceto contadino e sono ancora capaci di caricarsi della storia di chi le usa.

Per tutte queste ragioni noi auspichiamo che il legislatore si renda sempre più sensibile ai problemi della ricerca dialettologica e propugni, se non altro, un bilinguismo consapevole, nel senso che il parlante  a seconda delle circostanze scelga consapevolmente l’una o l’altra forma di espressione linguistica. Il lettore pensi da sé quali compiti nuovi, per questo fine, potrebbero essere demandati alla scuola.

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Le minoranze linguistiche come forma di antifascismo italiano ed europeo

Le minoranze etnico-linguistiche sono molto lontane dall’essere considerate un’autentica ricchezza, che concorre a rinnovare la convivenza civile e democratica, istituendo un ponte tra il popolo e lo Stato. Di qui la necessità di conoscere il problema e l’opportunità di informare l’opinione pubblica, specialmente se si tiene conto che la lingua è l’espressione più importante di una comunità in quanto apre l’accesso all’indagine nel campo dello spirito e della cultura.

Il monolinguismo è stato sempre e continua ad essere un’esigenza delle classi dominanti, sia perché chi gestisce il potere perpetua con minore rischio la classe cui appartiene, in quanto la capacità di adeguamento della produzione scritta ad un modello univoco è facilmente controllabile da chiunque, e sia perché tale facile controllo consente di accettare o di escludere homines novi nei gruppi dominanti, riuscendo a tener celato ogni sintomo di tendenziosità.

All’interno di ciascuna lingua, in realtà, si registra il fenomeno del plurilinguismo, poiché in uno stesso territorio esistono differenti strati sociali e differenti gruppi e generazioni di parlanti. In tal modo la possibilità cominicativa ed espressiva aumenta e richiede tolleranza ed intelligenza, il che significa educarsi alla storia.

Struttura e storia delle minoranze in Europa

Le minoranze etnico-linguistiche o sono insediate in uno Stato da lunga tradizione o sono di recente formazione.

Nell’Europa occidentale, per esempio, la massiccia migrazione di manodopera ha formato negli ultimi decenni isole eteroglotte. La storia registra forme di snazionalizzazione di comunità minoritarie. E’ lecito perciò indagare se e in che modo in Europa i diritti linguistici vengono tutelati e rispettati.

Una minoranza è tale quando ha minor potere sociale nel sistema entro il quale essa opera e viola il principio dell’omogeneità tra spazio territoriale della Stato ed appartenenza etnico-linguistica nazionale. L’ideologia fascista rifiuta e comprime le minoranze attraverso la discriminazione, la disparità e la sottomissione; l’ideologia democratica, invece, considera un’antitesi storica ogni forma di persecuzione antiminoritaria quale, ad esempio, l’impedimento di accedere agli impieghi migliori o alla migliore educazione che finisce col ripercuotersi sull’assetto economico della minoranza. Consideriamo a tal proposito le zone confinarie.

Di solito dall’interno dello Stato gli abitanti dei gruppi di maggioranza sono spinti verso quelle zone dallo sviluppo economico. La struttura del territorio si modifica e dal modello agrario classico decade a struttura urbana mobile. La popolazione autoctona, solitamente costituita di gruppi socialmente inferiori e diversi per educazione e cultura, viene danneggiata, perché è costretta ad indietreggiare ad opera delle istituzioni che avanzano dominate dalla lingua maggioritaria. Al contrario la lingua di minoranza resta emarginata e vien parlata soltanto in casa.

Ciò accade perché di fronte alla cultura di massa che omologa ogni forma di vita fino a creare fenomeni di violenza linguistica, il legislatore non ha provveduto a dare impulso a processi autonomistici mediante, per esempio: 1) il diritto all’uso della lingua materna nei rapporti con le pubbliche autorità e nelle attività giuridicamente rilevanti; 2) il diritto di ottenere per i propri figli l’insegnamento in lingua materna nelle scuole pubbliche; 3) il diritto di accedere alle cariche e agli uffici pubblici in equa proporzione con gli appartenenti agli altri gruppi; 4) il diritto di impiego dei fondi pubblici in misura adeguata a sostegno delle iniziative economiche e culturali della minoranza.

Il mancato riconoscimento di questi diritti limita e soffoca la capacità di mutamento, cioè di fare storia, degli esseri umani. Esempi perversi di nazionalismo, oltreché di imperialismo linguistico, nati dal fatto che si vuole ignorare nella sua concretezza e nei suoi diritti l’individuo parlante, possono essere segnalati numerosi in Europa.

Cominciamo dalla Spagna. E’ una nazione bicefala, perché possiede due città principali: Madrid, isolata nell’altopiano centrale e di tradizione burocratica, in cui domina lo spirito assolutista ed accentratore dei pastori, dei proprietari terrieri, dei soldati e dei burocrati castigliani; e Barcellona, situata presso la frontiera francese e lungo il Mediterraneo, centro industriale e commerciale antico ma anche moderno, aperto all’Europa e ricco di princìpi democratici e federali che hanno fatto della Catalogna un regime autonomo dal 1931 al 1939, e vivi di grandi fermenti culturali (si pensi a Picasso). Per trentacinque anni Franco ha tentato in Catalogna il genocidio, insediando colonie castigliane sul suolo catalano ed impedendo ai Catalani di diventare membri di governo dello Stato spagnolo. Nessun giudice della Corte suprema a Madrid è stato di origine catalana, e così nessun giudice catalano ha esercitato le sue funzioni nel tribunale regionale della Catalogna. La media annua degli ufficiali dell’esercito spagnolo è venuta per il 92% dalla provincia di Madrid e per il 6% da quella di Barcellona. La lingua catalana, usata da sei milioni di parlanti, è stata severamente proibita in tutti i centri d’istruzione dalle scuole elementari alle università, e dall’Ateneo di Barcellona è stato soppresso lo studio della lingua catalana, della storia letteraria catalana, della storia della Catalogna e del diritto civile catalano. L’uso del catalano, inoltre, è severamente proibito in tribunale anche ai contadini che non sono capaci di esprimersi in spagnolo, e sono state cambiate le indicazioni stradali recanti i nomi di personalità catalane, e si sono sostituiti nomi di generali spagnoli; infine, è stata soppressa la stampa e la pubblicazione di libri in catalano.

Particolare rilievo presenta il paese dei Baschi, i quali hanno salvaguardato il loro statuto giuridico contemporaneamente alla loro lingua. In seguito alla sconfitta nelle guerre carliste scoppiate alla morte di Ferdinando VII di Castiglia nel secolo decimo nono per l’opposizione tra i liberali che, guidati da Isabella, figlia del morto re, vogliono riunificare tutti gli stati sotto l’insegna della corona, e i tradizionalisti che, invece, guidati da Carlos, fratello del re, sono decisi a mantenere l’indipendenza dei singoli stati, i Baschi in seguito alla loro disfatta militare rifiutano i cambiamenti imposti dal governo spagnolo ed oppongono una resistenza che, sul piano ideologico, addirittura dà luogo alla nascita del nazionalismo borghese basco. Il carlismo viene eliminato, tanto che i contadini, all’origine carlisti, preferiscono la diaspora in America ad una posizione che comporta il lavoro servile. Durante la seconda guerra mondiale, mentre la Spagna è alleata della Germania nazista, i Baschi si schierano a favore degli alleati. La storia basca dimostra che conservare la propria lingua perinde ac cadaver significa resistere alla degradazione civile. Difatti, nonostante la politica antibasca del governo spagnolo, la lingua basca gode di un grande prestigio sociale (paradossalmente attraverso la borghesia ha dato forma ad un nuovo nazionalismo) e malgrado l’oppressione culturale, gli immigrati spagnoli la considerano la lingua della persone colte. Non sorprende perciò il fatto che, essendo la lingua basca parlata nelle scuole pubbliche ed essendo sorta una rete di scuole private finanziate dalla borghesia, gli operai spagnoli e baschi, nella misura in cui si evolvono socialmente, reclamano scuole basche per i loro figli.

In Francia l’egemonia della borghesia è stata costruita lungo il corso dell’ultimo secolo mediante la svalutazione dei modi di essere, di vivere e di parlare della classi popolari a cominciare dalla lotta nella scuola dell’obbligo contro i dialetti, vale a dire la lingua di quelle nazionalità che costituisce il supporto della cultura popolare vivente. Basti pensare all’Occitania, cioè ad un terzo della Francia meridionale dove si continua a parlare la lingua d’oc, la lingua dei contadini, dei pescatori e degli operai.

La popolazione più emarginata ed a livelli sociali più bassi è quella dei Rom di Slovenia e degli zingari in generale. Di solito essi sono caratterizzati come gente poco laboriosa, indegna di fiducia ed instabile. Un tempo, quando gli zingari hanno girato per le fiere lavorando il ferro e il rame, vendendo cavalli ed esercitando i mestieri tradizionali che il contadino non ha praticato perché è rimasto legato alla terra ed al suo luogo d’origine, essi sono stati rispettati di più. In fondo, la colpa dello zingaro è quella di rappresentare un momento evolutivo che si è fermato, a meno che non appaia più giusto dire che egli, fin quando ha potuto procedere parallelamente al contadino, sia pure ognuno per la sua strada, lo ha fatto, ma quando il contadino ha preferito alla campagna la ferrovia, lo zingaro ha continuato per il suo sentiero di sempre. Di certo una cultura si è perduta.

In teoria non si hanno minoranze linguistiche soltanto negli Stati dove vige un regime di monolinguismo. Esempi di questo caso possono essere considerati l’Irlanda e il Portogallo. Vi sono poi gli Stati dove vige un regime linguistico che vien chiamato plurilinguismo orale. La Svizzera, per esempio, presenta un trilinguismo uguale di diritti (tedesco – francese – italiano), e la sua quarta lingua, il retoromanzo, non è ufficiale ma soltanto nazionale, purché s’intenda che la nazione non è lo Stato, ma è certamente una unità di cultura.

La poliglossìa italiana

L’Italia è uno Stato a regime di plurilinguismo ineguale, in quanto: a) riconosce alcune minoranze e ne ignora altre (es. gli Albanesi); b) riconosce le minoranze in alcune aree territoriali ed ignora altri insediamenti di esse (es. la lingua tedesca è riconosciuta in provincia di Bolzano, ma non nelle province di Aosta, Novara, Vercelli, Trento, Verona, Vicenza, Belluno, Udine); c) riconosce queste minoranze soltanto a determinati livelli di impiego linguistico (es. in Valle d’Aosta la lingua francese è parificata di diritto alla lingua italiana in tutti i settori, escluso quello della giustizia).

Come ogni Stato dove ha vigore un monopolio politico, anche l’Italia esercita una repressione linguistica dei gruppi minoritari sui quali si estende la propria sovranità territoriale. Certamente non si tratta di una repressione come quella della presa di Béziers durante la crociata degli Albigesi col conseguente massacro di occitano-parlanti né quella promossa dall’Ordine Teutonico contro pagani Baltici, Slavi e Finni passati a fil di spada o di lancia perché si sono rifiutati di convertirsi alla religione cristiana; per non parlare della scomparsa della minoranza armena in seguito al massacro, nei primi decenni del nostro secolo, di un milione e mezzo di Armeni trucidati dai Turchi. Il problema oggi in Italia è soltanto di civiltà culturale e linguistica.

Graziadio Isaia Ascoli nel Proemio all’Archivio glottologico italiano del 1873 ha dimostrato che la soluzione linguistica proposta dalla dottrina manzoniana è insufficiente e dannosa sotto il duplice aspetto della lingua e della letteratura. Per l’aspetto linguistico, l’adesione al fiorentino vivo rinnega l’attività culturale e linguistica cui ha partecipato per secoli tutta l’Italia; per quello letterario, l’opera del Manzoni, se ha estirpato “(…) dalle lettere italiane (…) l’antichissimo cancro della retorica”, lo ha sostituito con un nuovo ideale formalistico “della tersità popolana”. Il rimedio sta nel “rinnovare ed allargare l’attività mentale della nazione (…) che poi debba travolgere in ferma unità di pensiero e di parola tutte le genti d’Italia”. Di qui la necessità della tutela.

E tuttavia, se per tutela si intende, come si deve intendere, assicurare alla lingua minoritaria un rango sociale pari alla lingua della maggioranza, e se per lingua si intende non soltanto un mezzo espressivo, ma anche una particolare visione del mondo e quindi una componente essenziale della personalità umana, le sole minoranze di cui oggi sono tutelati i diritti linguistici, e per di più imperfettamente, sono quelle che alla fine della seconda guerra mondiale hanno rappresentato una seria minaccia per i confini d’Italia.

Ben quindici regioni italiane su diciannove, più due province a statuto speciale, sono direttamente interessate dalla presenza nativa ed originaria di comunità etnico-linguistiche minoritarie per un totale di due milioni e mezzo di cittadini italiani di parlata non italoromanza.  Una lunga storia civile e culturale è presente nel plurilinguismo italiano, e specialmente nel nostro Sud. Nella Grecìa calabra e salentina sopravvive un’antica e originale comunità etnico-linguistica.

Ciò che innanzitutto colpisce è il grado di alfabetizzazione molto basso delle comunità grecaniche. Da questo fatto ha avuto origine la progressiva scomparsa della lingua e delle tradizioni. La lingua grecanica non è servita  e non serve per scopi pratici come ottenere un lavoro, e perciò è stata abbandonata a favore dell’italiano, e così le tradizioni sopravvivono soltanto tra i pastori, fra i quali il fenomeno dell’emigrazione non si è registrato. La scuola dell’obbligo, inoltre, affidata perlopiù a insegnanti estranei all’isola linguistica, diffonde il pregiudizio che considera il grecanico lingua degli strati sociali inferiori, e trionfa perciò il bilinguismo su cui incombe minaccioso lo strumento linguistico della classe e della comunità egemone.

Nel regno delle Due Sicilie gli Albanesi hanno trovato la loro dimora tra il quattrocento e i primi anni del Cinquecento per sfuggire all’invasione turca che ha spinto anche i serbo-croati nel Molise. La minoranza Alberesh si è stabilita in quattordici province dell’Italia meridionale con un grosso insediamento nel cosentino dove oltre trenta paesi coprono un’area denominata Alberio e dove normalmente si parla l’albanese.

La minoranza slava in Abruzzo si è costituita tra il 1453 e il 1454 allorché sono giunti nel basso Molise, reso deserto da una pestilenza, i cavalieri di Malta che hanno fatto arrivare i coloni dalla Jugoslavia e successivamente sono sopraggiunti altri italiani che hanno così imparato il serbo-croato. Intanto la regione del Molise, istituita nel 1963, ha approvato una legge per la tutela del patrimonio linguistico, il serbo-croato parlato da Acquaviva Collacroci, Montemitro e San Felice, ma il governo l’ha respinta in quanto la materia non è di competenza della regione.

Al tempo di Carlo I d’Angiò motivazioni religiose e ricerca di sedi più sicure hanno portato i Valdeasi di parlata franco-provenzale a Faeto e Celle San Vito nel foggiano ed i Valdesi del Pellice in età normanna sono stati spinti in provincia di Cosenza, dove, perseguitati nel Cinquecento dal Tribunale dell’Inquisizione per la loro indifferenza verso ogni formulazione dogmatica e verso ogni esteriorità del culto, il motivo di fondo sancito dal dotto spagnolo Juan de Valdés nel suo trattatello Alfabeto cristiano, sono riusciti a sopravvivere nel comune di Guardia.

Infine va ricordata, in questa rassegna delle minoranze etnico-linguistiche italiane, la colonia catalana di Alghero in Sardegna, istituita nel 1353 da Pietro I d’Aragona per ragioni di ordine militare.

Tornando ai Valdesi, dobbiamo precisare che quelli sopravvissuti alle persecuzioni si sono raccolti a Guardia dove ancora oggi si vede qualche porta con lo sportello che si apre all’esterno perché il frate domenicano, passando di là, ha potuto in qualunque momento verificare se la famiglia in casa si sia data o no a pratiche religiose. Nel 1561 una crociata di comuni delinquenti, in nome di Dio e del Papa, ha operato un massacro. I superstiti sono stati costretti all’abiura ed ancora oggi questa vicenda è ricordata all’ingresso di Guardia dall Porta del sangue e dal pinaglio da pena, uno strano copricapo di corda inamidata che le donne di Guardia hanno dovuto sempre tenere in testa, intrecciato ai capelli, a titolo di emarginazione, e le più anziane che lo hanno usato fino a qualche tempo addietro, sono rimaste calve e devono ricorrere alla parrucca. Per questo nel 1975, quando rappresentanti della comunità piemontese sono andati a Guardi per posare sulla piazzetta, dove è sorta la chiesa Valdese, la pietra col versetto di Isaia Ricordate la roccia dalla quale foste tratti, la piazza è stata un deserto. La gente si è chiusa in casa per non destare il malumore del parroco. La lingua intanto si va estinguendo. Per esempio, al posto dell’occitanico m’ nnémo’ nato da poco per dire ragazzo, si sente sempre più frequentemente il termine guaglione. Perciò il mastro Gay per spiegare ai cinquantanove alunni che restano nella sua scuola, l’unica che esiste a Guardia, come si scrive la lingua che essi parlano, ha progettato di registrare pazientemente su nastro parole italiane e la loro versione occitanica più in uso, spedire il nastro in Piemonte ai Valdesi e da loro farsi rimandare la trascrizione. Per completezza di informazione aggiungiamo che a parere degli studiosi la comunità valdese di linguia occitana è arrivata dal Piemonte in Calabria o perché questa regione ha sempre conservato una certa tradizione di tolleranza ovvero perché i feudatari piemontesi hanno disposto i loro sudditi non troppo ligi a Roma in luoghi strategici.

E passiamo alla Sardegna. In particolare ad Alghero è rimasto intatto un patrimonio di usi e di tradizioni ereditati dalla dominazione catalana durata quattrocento anni dal XIV al XVIII secolo. Alghero, infatti, è stata sempre una città piuttosto chiusa, rispetto per esempio a Cagliari e a Sassari aperte al mondo esterno. Quando i Savoia hanno conquistato l’isola, introducendo una nuova lingua e una nuova cultura, Alghero è rimasta l’unico baluardo della vecchia tradizione catalana, in quanto le classi dominanti, e il clero soprattutto, sono stati di radice catalana , e sulla catalanità hanno contato per difendere privilegi e prerogative. Per fare uscire la questione algherese dalla dimensione folkloristica si è costituito un gruppo di catalani di Barcellona, gli amics de l’Alguer, e su loro iniziativa quattro insegnanti di Alghero hanno preso il diploma per l’insegnamento della lingua catalana.

Graziadio Isaia Ascoli, i dialetti e il processo al vocabolario

Le minoranze cui abbiamo fatto finora riferimento vivono là dove la storia le ha destinate e dove le ha portate la loro scelta. Invece, Sloveni, Tedeschi sudtirolesi e ladini atesini sono minoranze incluse di recente, in seguito ad eventi bellici, entro i confini italiani.

La minoranza nazionale slovena attinge la sua vitalità a una terra in cui si incontrano tre mondi culturali diversi: l’Italia, la Iugoslavia e l’Austria. Nella cultura slovena ha avuto importanza storica fondamentale l’attività musicale dei cori presenti in ogni villaggio, in ogni circolo culturale  e in ogni chiesa. Il fascismo, al fine di attuare il processo di snazionalizzazione, ha chiuso le scuole, ha sciolto i circoli culturali ed ha liquidato gli istituti finanziari. Il canto, considerato dal fascismo un’espressione criminosa, è sopravvissuto per alcuni anni soltanto nelle chiese grazie all’opera del monsignor Iogar, vescovo di Trieste, e tuttavia Lozze Bratuz, compositore ed organizzatore di cori ecclesiastici, è stato ucciso dai fascisti il 27 dicembre 1936: alla fine della messa gli hanno fatto ingerire olio di macchina. In tempi più vicini a noi, inoltre, fino al 14 luglio 1964, il Teatro della minoranza slovena di Trieste, malgrado molteplici richieste indirizzate a vari rappresentanti dello Stato italiano, non ha avuto alcun riconoscimento come Teatro stabile dal Ministero del Turismo e dello Spettacolo.

Anche per quanto riguarda la comunità etnico-linguistica ladino-friulana, si rinvengono uguali analogie. Nel sostrato carno-celtico ha agito la cultura latina attraverso la sede vescovile di Aquileia, una delle principali città dell’impero romano, ma un notevole ruolo ha avuto anche la cultura della repubblica di Venezia che ha occupato il Friuli nel 1420. Alla caduta di Venezia, subentra il dominio dell’Austria a cui succede l’occupazione da parte del regno d’Italia della provincia di Udine nel 1866 e della provincia di Gorizia dopo la prima guerra mondiale.

Lo Stato italiano ha violentato la toponomastica della regione friulana ed ha affidato l’amministrazione pubblica e le scuole a funzionari di altre regioni. E così è stato completamente disgregato il tessuto socio-culturale del popolo ladino-friulano; ma bisogna anche dire che tale disgregazione affonda le sue radici in un fatto politico-militare, in quanto il Friuli è stato e continua ad essere utilizzato o come avamposto da contrapporre all’Austria o come base per esercitare influenza nei Balcani, in altre parole come servitù militare. Invero esiste la Società filologica friulana fondata a Gorizia nel 1919, ma essa svolge la sua attività esclusivamente nella sfera filologica di stretta osservanza e perciò il solo modo di trasmettere il patrimonio culturale friulano è affidato alla spontaneità. La lingua friulana è stata abbandonata prima dalle classi sociali vicine al potere dominante, e poi, per l’influenza dei mass-media, dalle classi inferiori. Eppure le prediche in chiesa sono state fatte in friulano, finché al tempo della prima guerra mondiale l’uso della lingua locale è stato soppresso dal vescovo Rossi, nazionalista ed interventista. Tuttavia disubbidienze continuano ancora ad esserci da parte del clero del Friuli, dal momento che si sono tradotti in friulano i Vangeli ed è in corso di traduzione il Vecchio Testamento.

Il vero è che il problema che stiamo esaminando è molto complesso. Se davvero si vogliono salvaguardare le minoranze etnico-linguistiche, e se davvero si vogliono considerare su un piano di parità con la maggioranza senza che quest’aspirazione sia una mera petizione di principio, bisogna far sì che le istituzioni culturali diventino davvero strumenti rispondenti alle esigenze di cultura delle popolazioni.

Il lettore tenga conto che, diversamente che in Italia, il problema è stato risolto contemporaneamente in alcuni Stati socialisti e in alcuni Stati capitalisti. La Iugoslavia e la Svizzera, difatti, dispongono di una legislazione che soddisfa il diritto di salvaguardare il patrimonio linguistico di individui e di gruppi, unitamente all’altro diritto dell’accesso reale per tutti ad altri patrimoni linguistico-culturali di rilevanza interstatuale ed internazionale. L’Unione Sovietica e la Svezia per parte loro presentano esperienze diverse. La rivoluzione d’Ottobre ha cancellati in Russia il nazionalismo costruito dallo Stato zarista e lo ha sostituito con un ampio riconoscimento dei diritti linguistici e territoriali di numerose nazionalità. In Svezia peraltro ogni residente  ha il diritto di utilizzare un certo numero d’ore di insegnamento di quella che viene chiamata lingua madre, ed in età scolare, previa richiesta avanzata nella stessa scuola da un certo numero di allievi, l’intero insegnamento può essere impartito nella lingua madre diversa dallo svedese, e così vengono garantiti anche i diritti linguistici di immigrati e di minoranze di nuova formazione. Si tratta di un modo produttivo e reale di favorire e tutelare le varie tradizioni linguistiche, in quanto si tiene conto che un individuo non può o non deve parlare in eterno la lingua dominante nel luogo di nascita.

Tutto questo è tanto più importante oggi quanto più la glottofagìa sta distruggendo i dialetti, facendo svanire un patrimonio storico e culturale di prim’ordine mediante la subdola attribuzione ad essi di accusa di rozzezza, illetterarietà e limitatezza, quasi che siano soltanto l’idioma dei sentimenti (Tullio De Mauro ha detto che nell’atto di fare l’amore la percentuale dei dialettofoni aumenta moltissimo), e la lingua nazionale, invece, sia l’idioma delle idee, mentre accade spesso che i dialetti forniscano alla lingua le nervature filosofico-morali. Quasi reazione all’odio per i dialetti, prendono corpo forme radicali di rottura, come è accaduto in Sardegna dove il professore di chimica Baingu Pillu, sindaco di Bulzi, un piccolo paese del Sassarese, e presidente di un movimento indipendentista che conta meno di dieci aderenti, si è presentato, naturalmente in costume sardo, per discutere una tesi di laurea in lingua sarda con l’allieva Efisia La Macchia, che si è così laureata con una tesi sull’inquinamento ambientale scritta in bittese originale.  La laureanda ha parlato in lingua sarda, dopo aver discusso la tesi in lingua italiana, come prescrive la legge. Perché accadono queste cose? Perché in Sardegna , per esempio, si avverte irresistibile l’esigenza di non distruggere la cultura tradizionale, ed anche se ci si rende conto che non è possibile unificare in breve tempo la lingua sarda frantumata in una molteplicità di dialetti e di gruppi dialettali, si comprende però che le culture alternative di base possono diventare linfa vigorosa ed elemento di ricchezza della lingua comune. E ci par giusto ritornare, mediante una citazione in aggiunta al pensiero trascritto nelle pagine precedenti, a G. I. Ascoli per il quale nella glottologìa come linguistica storica od evolutiva, i princìpi nazionalistico-illuministici della teoria manzoniana contraddicono ai postulati della cultura storico-positivistica: “(…) Di certo, gli idiotismi, i tratti popolarmente vividi, non possono e non devono mancare ad alcuna letteratura, o lingua scritta che dir si voglia; ma parte risalgono a quel primo fondo dialettale che servì a mettere in comune il lavoro intellettivo della nazione, cioè spettano all’età quasi infantile, all’età del cieco assorbimento, all’età meramente mnemonica della nazione rinnovellata; parte ne inocula più tardi o ne infonde irresistibilmente la virtù sovrana dell’Arte o il giovanile ribollimento di un’attività comune; ma sempre si tratta di fenomeno come istintivo,  e l’istinto tanto può meno quanto più la riflessione può (…)”.

Le su esposte osservazioni mettono in evidenza il processo ambiguo e sottile attraverso il quale è stata screditata la lingua parlata in Italia ed indicano anche quanto siano state neglette zone di esperienza che non siano state riconducibili agli interessi ed alle petizioni di principio della cultura ufficiale. Difatti si può affermare che il vocabolario codifica soltanto un linguaggio lontano dalla pratica sociale  e dalla coscienza delle classi popolari. Ricorriamo ancora una volta ad un argomento dell’Ascoli nel Proemio all’Archivio glottologico italiano“(…) Il Fiorentino che si fosse messo ad istruire per iscritto le fanciulle od i sarti, avrebbe chiamato “anello” quell’arnese che in tante altre favelle romane (s’intenda “romanze” o “neolatine”) si nomina col normale riflesso di DIGITALE o DIGITELLARIO di lingua latina. Ma il giorno dopo in un’altra scrittura consimile, un maestro aretino avrebbe messo fuori il suo “ditale”, come voce più evidente e propria; e i suoi collaboratori di Venezia, di Milano, di Palermo, avrebbero dato subito ragione al fratello legittimo del loro “dezial” o “diota” o “jiditàle”, e l’uso di Firenze così se ne andava legittimamente sopraffatto (…)”. In nota poi l’Ascoli osserva che il Nòvo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze compilato da G. B. Giorgini, genero del Manzoni, e da Emilio Broglio, registra appunto la parola anello anche “per misura del seme di bachi. Un anello di seme”. E l’Ascoli commenta: “Il Vocabolario invita così la massaia o il novelliere (non dico il bacologo) di Lombardia, a smettere o a dimenticare il loro “didà de soménze”; e l’invito è tanto illegittimo, quanto è legittima la speranza che rimanga frustraneo”. Siamo così alle radici di quel fenomeno che possiamo chiamare controllo ideologico del vocabolario italiano mediante l’assegnazione di un significato partigiano al segno linguistico. Il lettore metta a confronto quanto precede con gli esempi che seguono.

Alla voce plebe, si legge: la parte peggiore del popolo in G. Devoto – G. Oli, Dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 1971, Vi ristampa 1975; razzamaglia, ciurmaglia, marmaglia, becerume, gango, gentaglia, teppa ecc. in F. Palazzi, Novissimo Dizionario della lingua italiana, a cura di G. Folena, F.lli Fabbri editori, Milano 1974, ristampa 1975. Nell’elenco si associano disprezzo ed odio di classe radicati nella società e nella cultura borghesi. Ancora. Il brigante, nonostante la recente storiografia che ne ha studiato la genesi e la collocazione socio-politica, continua ad essere un malvivente che vive di rapine o d’estorsione, nelle campagne o nelle montagne in G. Cappuccini e Migliorini, Vocabolario della Lingua italiana, G. B. Paravia e C., Milano 1965. Camorra è un’associazione criminale sorta a Napoli sotto i Borboni per taglieggiare e compiere ruberie e prepotenze in Grande Dizionario della Lingua italiana, A. Curcio editore, Bologna 1971, II edizione; in Cappuccini e Migliori, cit., Nome d’una associazione segreta di malviventi che imperversò a lungo a Napoli, definizione che tace il fatto importante della setta come  fenomeno dei bravi, malviventi che si sono assicurati l’impunità mettendosi al servizio dei signorotti locali. Al momento in cui avviene il passaggio nel XVIII secolo all’assolutismo monarchico, la diminuzione del peso esercitato sulla società della classe nobiliare non provoca parallelamente la decadenza della istituzione dei bravi, che invece sopravvive fino al momento in cui, assunte le caratteristiche proprie della camorra, diviene spesso strumento della stessa corte. Insomma, nell’uno e nell’altro caso il vocabolario tace  che la camorra è stata ed è un modo d’essere della classe egemone, poiché questa molto spesso se ne serve per i suoi giochi di potere.

Se spostiamo il nostro esame all’etica religiosa, si va o nella dogmatica ottusa o nella intolleranza codina. Il “profano è contro il rispetto “dovuto” alle cose sacre” in Il Novissimo Melzi, A. Vallardi editore, Milano 1973; è “indegno di accostarsi a ciò che è sacro” in Dizionario Garzanti della Lingua italiana, Milano 1974. In genere, poi, tutte le categorie morali appaiono traversate da linfa cristiana. Per esempio, “carità è l’amore del prossimo secondo il concetto cristiano, e soprattutto in quanto si manifesta con gli atti” ovvero “una delle tre virtù teologali, per cui amiamo Dio come sommo bene“.

L’etica sessuale, invece, è presentata sotto il profilo dell’innominabile. Se ne ha la prova nel fatto che la categoria dell’osceno è completamente assente dal nostro vocabolario, specialmente quando il significante dovrebbe attingere al linguaggio parlato ed all’italiano popolare investito da intensa carica erotica.  Risparmiamo al lettore qualunque esemplificazione, del resto facile a riaversi per tutti, ma si vuol precisare che quando un vocabolo fa riferimento alla sfera corporale del sesso, allora o si ricorre a perifrasi vacue o ad omissioni, o si scade nel banale e nel ripetitivo. Valga per tutti il seguente esempio: erezione = l’atto di erigere, di erigersi in Cappuccini – Migliorini, cit.; ovvero, l’inturgidirsi di un muscolo o organo del corpo per afflusso di sangue in Il Novissimo Melzi, cit.

Trova così conferma, in conclusione, il concetto sotteso a queste pagine, e cioè che la parola usata oggettualmente o che riproduce piani di conoscenza relativi a fatti di natura, come il dialetto, mette a nudo uno dei vizi fondamentali della nostra tradizione letteraria, impaludata in una società intellettuale classicisticamente immobile, ed indica, tra le altre, una delle ragioni dell’ostracismo alle lingue minoritarie ed ai dialetti in genere. Tra natura e cultura, in realtà, non c’è opposizione. E ci sovviene, mentre scriviamo, l’originale figura del padre in Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, con i suoi potacci e sbradeghezzi = porcherie e pasticci, che lo rendono vero ed umano.

Noi siamo convinti che la discriminazione linguistica esiste nella società contemporanea e purtroppo viene consumata da pochi che si sono impadroniti degli ideali universali, ma li vivono al di fuori della dialettica quotidiana in cui è immerso l’uomo comune. Così i negrieri hanno riempito le stive di negri dopo che, sulla passerella, un battezzatore ha versato sulla  testa l’acqua del riscatto sacramentale, e così i conquistatori spagnoli hanno avuto a disposizione teologi per i quali gli indios, non essendo liberi dal peccato originale, hanno perduto tutti i diritti di natura, compreso quello di proprietà. Non è possibile che la coscienza dell’uomo civile resti indifferente di fronte all’emarginazione del debole e del diverso. L’uomo non deve star separato dall’altro uomo.

[Dialettologia e minoranze linguistiche, in “Corriere nuovo”, I, 1978, 1, pp. 4-5; Le minoranze linguistiche come forma di antifascismo italiano ed europeo, in “Contributi”, anno I, n. 3, sett. 1982, pp. 65-80]


[1] Cfr. Teodoro Sala, Gorizia 1942: il secondo fronte partigiano al confine orientale, in “Il Movimento di liberazione in Italia”, aprile-giugno 1973, Milano, p. 45.

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