La scomparsa di Luca Serianni

Fin qui il mondo accademico: reazioni in un certo senso immaginabili, considerata la caratura straordinaria dello scomparso. È invece inusuale che dell’accaduto (la morte di un professore) abbiano scritto i quotidiani, abbiano parlato radio e televisione, abbia discusso le rete, nei suoi diversi canali e forme. Un ascoltatore di radio 3, “Tutta la città ne parla”, h. 10.44 del 22 luglio, twitta: “Alla fine di ogni lezione [di Serianni] scoppiava spontaneo un applauso. Grazie, professore, non smetteremo di applaudire”. La Camera dei Deputati lo ha ricordato il 22 luglio, in apertura di seduta. L’intera trasmissione di “La lingua batte” del 24 luglio è stata dedicata alla figura della scomparso; ecc..

Da molti parole commosse, che davano corpo al generale senso di cordoglio. Perché Serianni ha mostrato concretamente, con gli scritti teorici e con la pratica, che può esistere un nesso profondo tra ricerca scientifica e divulgazione della stessa: la continuità tra cultura alta e cultura di massa rende il progresso delle conoscenze patrimonio diffuso e conferisce un carattere etico e civile agli studi. Nello specifico: diffondere la padronanza della lingua e della sua storia è un modo per rafforzare il senso di appartenenza a una comunità.

Nella percezione dello studioso scomparso la lingua italiana, facoltà collettiva della comunità alla quale tutti apparteniamo, va collegata al sentimento, vale a dire ai moti dell’anima. Un suo libro recente (2019) si intitola appunto Il sentimento della lingua.

La formula adottata per la presentazione al lettore di argomenti e dati a sostegno dell’ipotesi di fondo è quella dell’intervista: un dialogo con domande e risposte, dai toni accattivanti, nel solco di una tradizione con illustri precedenti. Il percorso intellettuale e operativo ricostruito nel libro si snoda a partire dagli anni universitari dell’intervistato, con qualche rapido lampo retrospettivo, uno dei quali risale addirittura al primo contatto con i Promessi Sposi, grazie alla lettura che a lui, bambino di sei o sette anni, fece “con grande intelligenza” il padre, espungendo dal romanzo presentato a lui piccolo alcune parti non adatte all’età.

Una forma di implicito invito valido per l’oggi: ci si può accostare ai classici anche in giovanissima età, a condizione che il testo venga adeguatamente presentato. Lo sanno per esperienza i professori bravi. A partire dalla scuola media i ragazzi  possono essere avvicinati alla lettura diretta delle opere letterarie, a condizione che ci sia una guida sicura. Lasciato a sé stesso, l’adolescente può arrestarsi alla prima difficoltà, appena il testo risulta a lui poco chiaro.

Ma il professore, con saggezza e pazienza, può offrire anche al lettore disarmato gli strumenti (intellettuali e pratici) per capire il senso di quel che sta leggendo. Non serve solo per prendere un buon voto a un’interrogazione, vale per la vita.

Provo a spiegare. Le principali indagini internazionali constatano che gli alunni italiani hanno in matematica e in scienze competenze non in linea con la dimensione europea; nello stesso tempo  sottolineano la necessità di migliorare l’educazione linguistica nella lingua madre (la padronanza  dell’italiano), intesa come capacità di comprendere un testo, sia letterario che scientifico, e di elaborare in maniera personale uno scritto logico-argomentativo.

Queste discipline (matematica, scienze, lingua italiana) costituiscono la base della formazione intellettuale dei giovani. Senza aver acquisito tali competenze essenziali, ad essi è impedita la piena partecipazione alla società degli adulti, nella quale si accingono ad entrare. Una scuola inclusiva, in grado di formare uno studente (e futuro cittadino) colto, pensante curioso e informato è motore di giustizia e di promozione sociale. Perché non è vero, come da tante parti si sente e si legge, che gli studenti di oggi siano incomparabilmente più asini rispetto a quelli di un tempo.

Intanto, hanno competenze assai maggiori nella conoscenza delle lingue straniere (l’inglese, e si potrebbero accostare altre lingue); hanno una certa vocazione musicale (molti imparano, anche da autodidatti,  a suonare strumenti); hanno maggiore sensibilità per i temi ambientali, quindi sono aperti al sociale. E se pure spesso si tratta di informazioni superficiali e non sistematizzate, tocca a noi professori indirizzare e guidare, incanalare le attitudini spontanee, rivolgere le stesse alla costruzione di una società non effimera. Compito improbo, che nasce dall’ottimismo della volontà: quindi enormemente  più difficile della rassegnazione e del malcontento.

Un esempio altissimo viene dallo studioso che ricordiamo. Gli studenti che alla Sapienza frequentavano i corsi di “Storia della lingua italiana” percepivano subito, fin dalla prima lezione, che Serianni era un professore speciale. Dedicandogli una raccolta di saggi su temi a lui cari (Dante, la lingua letteraria, la lingua dei libretti d’opera, l’insegnamento dell’italiano nella scuola) un gruppo di allievi del suo ultimo anno d’insegnamento ha scritto: “Per noi il nostro Maestro è, semplicemente, Luca, e così è archiviato nelle memorie digitali e sentimentali che ci appartengono. È uno di famiglia, a cui vogliamo bene perché ci ha fatto mostra e dono di molte cose: il tempo, la disponibilità, la correttezza, il senso del dovere, e, buona ultima, la conoscenza  […] Il 22 maggio 2017, alla fine del corso di Storia della lingua italiana [gli studenti] hanno scritto di lui alla lavagna, parafrasando il VI canto del Paradiso: ‘E se il mondo sapesse il valor ch’ebbe / insegnando italiano retto e giusto / assai lo loda e più lo loderebbe’”.

Il cursus honorum di Serianni è letteralmente senza pari. Professore emerito di Storia della lingua Italiana dell’Università “La Sapienza” di Roma, è stato socio delle Accademie della Crusca, dei Lincei, dell’Arcadia e di altre Accademie, Vice Presidente della Società Dante Alighieri, laureato honoris causa alle università di Valladolid e di Atene. Era direttore degli Studi di Lessicografia Italiana e degli Studi Linguistici Italiani, oltre a  far parte dei comitati scientifici di numerose altre riviste  scientifiche. Dirigeva l’Oim, l’Osservatorio degli italianismi nel mondo, progetto di diramazione mondiale che studia la diffusione della lingua italiana nei più diversi paesi dei cinque continenti.

Era Presidente della Fondazione I Lincei per una nuova didattica nella scuola che, d’intesa con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, promuove attività di formazione e di aggiornamento per i docenti che insegnano nella scuola (l’iniziativa si ripete annualmente, coinvolgendo migliaia di docenti in tutt’Italia).

Nel 2006 fu nominato presidente di una “Commissione tecnica con il compito di procedere a un complessivo esame del linguaggio e della terminologia in materia di beni e attività culturali e di elaborare le relative proposte”. Autore di una bibliografia sterminata (quasi 400 titoli), si è occupato di vari aspetti dell’italiano antico e moderno, con particolare riguardo alla lingua letteraria (La lingua poetica italiana, 2009, e, più recentemente, Il verso giusto. 100 poesie italiane, 2020), ai linguaggi settoriali (Un treno di sintomi: percorsi linguistici nel passato e nel presente, 2004), alla didattica dell’italiano (Prima lezione di grammatica, 2010), a Dante (Parola di Dante) e inoltre ai dialetti toscani antichi, alla lessicografia antica e moderna, alla grammatica storica. Ha curato con Pietro Trifone una Storia della lingua italiana in tre volumi (Einaudi 1993-94). Dal 2004 dirigeva le nuove versioni del Devoto-Oli, il vocabolario che tutti conoscono. Ha scritto una nota Grammatica italiana (1988), più volte ristampata, punto di riferimento fondamentale per migliaia di studenti e docenti. Amici e allievi gli hanno dedicato miscellanee e raccolte di scritti in suo onore, in occasione del sessantesimo compleanno, di riconoscimenti ricevuti e della cessazione dall’insegnamento (Scritti linguistici per Luca SerianniPer l’italiano di ieri e di oggi).

Lo studioso e il maestro ha dedicato cure costanti alla formazione e all’aggiornamento dei professori, quelli che già insegnano e quelli in procinto di insegnare. Il suo magistero è andato ben oltre le cerchie  degli specialisti. Ha profondamente innervato il mondo della scuola, anche con specifici scritti d’impostazione didattica, intenzionalmente redatti in forme accessibili a professori e studenti: Italiani scritti, 2007;   L’ora d’italiano, 2010;  Prima lezione di storia della lingua italiana, 2015; ecc.. Oltre che con libri e articoli, l’attenzione per il mondo della scuola si manifestava con incontri, corsi e seminari indirizzati a coloro che nella scuola operano. In luoghi sparsi in ogni angolo d’Italia, compresi centri periferici e appartati, senza badare a gerarchie di valore o di attrattività solo presunta.

Disponibile ad andare dove pensava che la sua parola fosse utile, mai sentito dire “conviene/non conviene”. Affabile, rispondendo concretamente alle richieste dei tantissimi professori che sollecitano strumenti e informazioni in grado di orientare gli studenti all’uso variabile della lingua italiana, nella complessa situazione comunicativa della società odierna. Con lo sguardo ai giovani, sostenendo la serietà della scuola, in grado di portare a termine la sua missione, in una società e in una comunità consapevoli.

Non conosco modo più razionale e più efficace di unire didattica e ricerca, le due attività che caratterizzano la vita del professore universitario. La presenza attiva nel mondo della scuola non è solo rivolta a riversare in quest’ultimo conoscenze e metodi della ricerca scientifica qualificata prodotta nell’università, con benefici reciproci. Significa anche occasioni di contatto con un’Italia spesso esclusa dai riflettori e tuttavia popolata da docenti competenti ed energici che, senza rassegnarsi ad un presente talvolta poco fulgido, si impegnano con tenacia nel compito più difficile che esista, investire sul futuro delle giovani generazioni.

Non sto tracciando un’agiografia, presento una figura improntata all’essenza del vivere civile. Maestro di generazioni di allievi e nel contempo uomo delle istituzioni, animato non tanto da un semplice senso del dovere quanto, soprattutto, tendente alla ricerca della coesione sociale attraverso la riflessione sulla  lingua italiana. Esempio di docente attentissimo agli allievi,  in grado di coinvolgere gli studenti dei suoi corsi universitari, affollatissimi. In quattro decenni di insegnamento universitario ha trasmesso l’interesse per l’italiano, per le sue leggi, per la sua evoluzione nei secoli, introducendo gli allievi, attraverso la dottrina, a strumenti di crescita personale.

Nella lezione di congedo dall’insegnamento, tenuta in una gremitissima aula della Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, Serianni concluse evocando  l’articolo 54 della Costituzione Italiana: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Chiese ai suoi studenti: “Sapete cosa rappresentate per me? Immagino che non lo sappiate. Voi rappresentate lo Stato”. Affidava a questa risposta un monito indelebile. Per lui gli studenti rappresentavano lo Stato. Insegnando come sapeva fare, sentiva di adempiere al compito di agire “con disciplina ed onore”, come recita il secondo comma di quell’articolo della Costituzione.

Ecco perché rimpiangiamo Luca Serianni.

[“beemagazine” del 27 luglio 2022]

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