Saffo poetessa della bellezza. Su un libro di Erasmo Pallara

Così, Pallara dà dapprima una traduzione di frammenti più famosi (e integri) di Saffo, in cui si ritaglia una certa libertà nell’impianto sintattico e discorsivo, pur cercando di riprodurre alcune movenze del testo: si veda ad esempio, nell’ode per il fratello, la resa “quanto/ nel suo cuore desidera si avveri, / tutto si avveri” (che accentua la consonanza del testo greco gènesthai / telèsthen). Ma ci si ferma qui, perché sarebbe vano e improprio proseguire sulla strada dei confronti ‘filologici’.

Passa poi ad una operazione di più ampio respiro: partendo da un frammento (di recente ricostruito quasi interamente) in cui la poetessa lamenta che la vecchiaia le impedisce di cantare melodiosamente e di danzare leggiadramente, come in passato, e le ha reso la pelle “un fitto intrico di rughe e crepe”, Pallara lo fonde con le parole di Saffo che riecheggiano altri suoi testi: “Nel giorno inesorabile/ non ombra ignota sarò,/ tra ombre ignote” (in sostanza la fede nella immortalità della poesia). Ma la sutura non si avverte.

Partendo dalla prospettiva della vecchiaia di Saffo, Pallara ne “La mia autobiografia” reinterpreta (stavolta in esametri ‘barbari’) le vicende della poetessa all’interno del tiaso: i rituali nel bosco dei meli, le danze delle fanciulle nelle radure, i discorsi con le ragazze presenti e il ricordo di quelle che sono andate via, in particolare di Anattoria, “dalle movenze eleganti del passo / che suscitava amore, dal vivo barbaglio del volto” (felice resa dell’originale eratòn te bàma kamàryxma làmpron … prosòpo).

In queste rievocazioni Pallara si mantiene sempre stretto alla sua cifra interpretativa: Saffo poetessa della bellezza. Egli ne sottolinea la presenza nella rappresentazione della natura (nei campi ricoperti di vari colori, nei giardini ornati “di festoni di rose”), negli astri (nel “lucore della luna” e “nel tremulo brillio delle stelle”), nell’oro (del cui “sfavillio” godono anche gli dei; e dell’oro in Saffo si dà un interessante resoconto lessicale).

Poi, con ardita fantasia, Pallara passa a trattare anche di ciò che in Saffo non c’è, sempre partendo dalla prospettiva della sua vecchiaia.

Dapprima sono “Le donne di Mitilene”: le donne comuni della città, quelle che non hanno frequentato il tiaso e non hanno appreso i modi eleganti che lì si insegnano, “donne cicalanti / che s’urtano col gomito, che storcono / l’estremo delle labbra, che socchiudono / un occhio solo: malizioso scherno / così comune alle mitilenesi”.

Poi è la volta delle “Kòrai senza nome”: in un dialogo fittizio le ragazze del tiaso si lamentano del fatto che Saffo non le caratterizzi mai singolarmente per la loro bellezza, per i capelli, per la bocca, per le caviglie, ma le comprende tutte nella definizione generica di kàlai kòrai “belle ragazze”. Saffo si difende dicendo che questo ritratto “è completo” perché riassume l’essenziale: “bellezza e giovinezza”.

In fine, in “Terra e mare” Pallara osserva argutamente che Saffo parla sempre della terra, dei boschi e dei giardini, e mai del mare, che pure è presente a Mitilene, città marina. Saffo si difende dicendo che anch’ella ha sperimentato il mare, ma in negativo, quando è dovuta andare in esilio dall’isola.

Sono, queste ultime, osservazioni che derivano da una accurata lettura del testo di Saffo, ma che non vengono presentate in forma erudita, bensì inserite in un discorso poetico, che cerca di ricostruire l’animo segreto della poetessa, non la forma testuale delle sue poesie.

Abbiamo detto “poetessa della bellezza”. Ma anche “poetessa dell’amore” e Pallara non manca di osservarlo. Fondendo famose definizioni saffiche di Eros, egli attribuisce alla poetessa queste parole:

”Eros come fiera che fiacca le membra, e nessuno governa,/ che dispensa dolcezza e amarezza, travolse anche me,/ come vento che piomba e scrolla sui monti le querce./ Eros così conobbi, così lo sentii tante volte/ ma sfuggirgli non volli: volevo sentire l’essenza/ più vera della vita, l’aroma che tutto disperde.”

Per sentire la poesia di Saffo occorre un animo fresco e giovane. Erasmo Pallara dimostra di possederlo, se è stato capace di immedesimarsi nella poetessa tanto da parlare con la sua voce. E lo ha fatto con un dettato non alieno da vezzi letterari (a quelli già segnalati si possono aggiungere il “frullo” delle ali degli uccelli che portano il carro di Afrodite, il “fitto” dei meli nel bosco, gli “occhi stellanti” di Andromeda, i “barbagli rossi” della luna, il “polverio” della rugiada, il “rutilante” sole, la terra “smagliante di fiori”, la “brama insaziata” del cuore di chi ama, le donne di Mitilene che “sciamano” per la città, il “rapinoso lampo” degli occhi delle ragazze, lo “squillante verde” dei campi, il “tremolio vibrante” delle foglie), ma sempre fluido e scorrevole.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 15 settembre 2022]

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