Don Salvatore Bello, poeta e sacerdote

di Pietro Giannini

A pochi giorni dalla morte c’è appena il tempo di affermare che la scomparsa di Don Salvatore Bello ha privato la città di una delle voci poetiche più genuine delle ultime generazioni. Non che la città sia priva di altri interpreti del genere. Per fortuna. Ma si può dire che Don Salvatore Bello ha saputo intonare un canto (ché la poesia è, sostanzialmente o almeno inizialmente, canto) alto e umile insieme, che prende il lettore per la cadenza delle parole nel verso e per la verità delle cose che dice.

Fin dall’inizio (Come fanciulli, 1965) l’orizzonte del suo mondo poetico sono stati Galatina e il Salento, esplorati, si può dire palmo a palmo (e per le strade di Galatina era facile vederlo passare, da solo o in compagnia, intento, credo, ad esplorare particolari o scorci che poi passavano nei suoi componimenti) non solo nei loro luoghi fisici ma anche nelle tradizioni e nelle storie legati ai luoghi, rivisitati nei ricordi e talvolta nella nostalgia. Ma non era tanto un rimpianto, quanto il tentativo di trovare la cifra autentica della vita dei nostri paesi.

Tutto ciò, che potremmo definire il contenuto ‘umile’ della sua poesia, era sostenuto da un dettato linguistico ‘alto’ sia per l’accurata scelta delle parole sia per la loro ponderata collocazione nel verso (operazioni che gli costavano “non poco travaglio”, come ebbe a dichiarare in una intervista pubblicata nel Il galatino del 30 gennaio 1998).

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