Don Salvatore Bello, poeta e sacerdote

Questo metodo poetico si può ravvisare nelle successive raccolte Di giorno in giorno (1998), Terra, e madre (2003), i cui testi sono in parte confluiti nell’antologia Fili d’erba del 2008.

Lasciando da parte altri contributi ‘ibridi’ come La sagra estinta. Racconti divagazioni versi (2004), possiamo dire, sempre in via sommaria, che negli ultimi tempi l’itinerario poetico di Don Salvatore Bello si è incamminato per una strada più ‘culta’ con l’adozione di forme metriche più impegnative e tradizionali e con il ricorso ad un più accentuato linguaggio allusivo, tanto che ha avuto bisogno di commento e di note esplicative per essere perspicuo al lettore. È ciò che avviene in Cantici dell’anima (2010), un poemetto in 30 canti dove egli medita su temi di grande portata come il Vero, il Bello, il Bene, partendo da testi delle Sacre Scritture (Vecchio e Nuovo Testamento). Si dispiegano qui in tutta la loro ampiezza la funzione sacerdotale e la carica dottrinale di Don Salvatore Bello, che non mancano nella produzione precedente dove si manifestano però nella dimensione più dimessa del dubbio e della preghiera.

Si sorvola sui contributi in prosa contenuti nei volumi Chiesa di San Biagio (2007), Approdo a Porto Badisco (2008), I volti dell’anima (2012), Terra d’infanzia (2017), Don Fedele (2018), Don Pippi Tundo (2021), sino all’ultimo Suonate Suonate Campane, che costituiscono un capitolo a parte della produzione letteraria di Don Salvatore Bello.

Ma questo, si diceva, vuole essere solo un ricordo doveroso, anche se provvisorio, di un poeta che merita ben altra attenzione, oltre a quella che gli è stata dedicata dai vari prefatori delle sue raccolte (A. Antonaci, A. Vallone, M. Marti, G. Pisanò, A. Bello) e confermata dalla presenza nell’antologia Poeti del Sud (1973) curata da A. Bello. Attenzione che dapprima riproponga alla lettura le sue opere e poi cerchi di cogliere, in modo analitico, i temi e i modi della sua poesia.

Si riportano, a mo’ di esempio, due poesie tratte da Terra, e madre. Poesie, Prefazione di Gino Pisanò, Edizioni Il Campanile, Galatina 2003, l’una dedicata ad uno degli affetti più stabili della sua vita, quello per la madre, l’altra una proclamazione di ‘poetica’.

Madre immeritata

Per la bocca socchiusa, mentre

dorme sul divano tra un fornello

e l’altro che spegne e accende,

temo s’infili la morte di soppiatto;

sarà la pentola che s’infervora

a ridestarla di volta in volta, e non

di soprassalto, dai suoi sonnellini

sberleffi, a ottantasette, a quella volpe

nera; e se s’affretta il tempo

che mi vive accanto, la vedo ricurva

incestare arance che il vento

nella notte ha rovesciato, pungente

un soffio le palpebre le abbassa,

le raffrena il passo; donna minuta

che di ora in ora si sveste della vita

per addossarmela; ‘mantile’

cangiante alla fiamma della sera,

le brillano fra le dita i grani

del ‘rosario’, prona a me davanti

si fa albore, e coglie moti

delle mie labbra inferme;

madre immeritata, le mani

in abbandono, le reclino un velo

di soave pentimento; e se mai

verrà quel giorno che fisserò

i suoi occhi chiusi per sempre,

sarò attento a non bagnarli

con i miei in pianto

per non spegnere l’ultimo sorriso

che per me serberà e per la vita

che, lo sento, non la lascerà.

***

Parola

Parola, non ti chiedo

d’umiliarti, strisciarmi ai piedi,

sta, e io ti lascio, al tuo posto di nobiltà,

al senso, alla misura che ti sei

nel tempo e contro il tempo conquistati;

se da te saprò trarre immagine o pensiero,

ala dopo ala decolleremo

in una zona minuscola di cielo

intorno a noi di grazia, di mistero.

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