Serata al circolo dei belli spiriti (Pigri punti di vista riveduti e scorretti)

di Antonio Mele ‘Melanton’

  • Lasciamo che il mondo vada da sé

diceva l’Apatico, che poltriva semidisteso sulla poltrona.

  • Tanto non cambierà nulla

aggiunse lo Scettico, col sorrisino da uomo di mondo.

  • Eppure, qualcosa dovremmo fare!

berciò con solerzia il solerte Progressista.

  • Forse si… Forse no…

balbettò l’Indeciso, tornando a schiacciare pisolini.

  • Mi chiedo quale vantaggio ne ricaveremmo

si chiese a voce alta il Profittatore.

  • Perché non lo facciamo fare agli altri?
  • propose a voce bassa l’Infingardo.
  • Sarebbe un’idea!
  • esultò Quello-che-andava-a-rimorchio-delle-idee-altrui.
  • No: dobbiamo farlo noi!

Protestò, per coerenza, il Bastian-contrario.

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Nel pane, nell’olio e nel vino

di Fabio Strinati

                                            A Shpend Sollaku Noé

1.

I gjithë një gllënkë fryme thëllimi i Beratit

qyteti i lashtë jeton brënda një zëri

që kumbon një jehonë pjellore

nga njëra degë në tjetrën, shfryn

në një kënd hijen e mekur, gulçon

një notë në Osumin dredhak

i gjithi një psherëtimë, një vorbullë ajri

ortekë pasqyrash, që marrin oksigjen

në një thjerëz.

*

Tutto un respiro il vento di Berat,

città antica che vive in una voce

che risuona un’eco fertile

tra un ramo e l’altro soffia

in un angolo l’ombra silente, sbuffa

una nota nell’Osum che serpeggia

tutto un sospiro un cerchio d’aria

moltitudine di specchi, ossigenati

nel riflesso.                                  

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Giornata di studio (12 aprile 2019) su Donato Valli: l’uomo e lo studioso

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Viaggiatori tedeschi nel Sud Italia

di Paolo Vincenti

L’interesse dei tedeschi per il sud Italia parte da lontano. Già nel Cinquecento, Paul Schede detto Melissus (1539-1602) parlò di Rudiae negli Epigrammata in urbes Italiae del 1585[1]. Johann Heinrich Bartels (1761-1850) visita il Sud ma solo la Calabria e la Sicilia, verso la fine del Settecento, e documenta il suo viaggio nell’opera Briefe über Kalabrien und Sizilien. Dieterich, Göttingen 1787–1792.[2]  

Nel Settecento, arrivano in Italia il Barone von Riedesel  e il pittore Jacob Philipp Hackert. Abbiamo già detto del tedesco Johann Hermann von Riedesel, barone di Eisenbach (1740-1785) e del suo libro, Un viaggiatore tedesco in Puglia nella seconda metà del sec. XVIII. Lettere di J.H.Riedesel a J.J.Winckelmann, che è, come dice il titolo, un’opera epistolare, diretta al famoso archeologo Winckelmann[3]. Diplomatico e ministro prussiano, Riedesel aveva conosciuto a Roma e frequentato il Winckelmann, il quale gli aveva fatto da guida nella esplorazione dei monumenti della città. Il suo libro divenne un punto di riferimento in Germania e fu molto letto, anche da Goethe, che lo elogia nella sua opera “Viaggio in Italia”, in cui sostiene di portarlo sempre con sé, come un breviario o un talismano, tale l’influenza che quel volume, per la puntigliosità e l’esattezza delle notizie, esercitava sugli intellettuali.[4]  Jacob Philipp Hackert (1737-1807), nella sua opera pittorica I porti delle Due Sicilie (Napoli 1792) inserì i porti di Gallipoli e di Otranto. Il grande artista divenne pittore di corte del re Ferdinando IV di Napoli e in questa veste fu in Italia con molti incarichi come quello di supervisionare il trasferimento della collezione Farnese da Roma a Napoli. Fu amico di Goethe che scrisse di lui nella sua opera “Viaggio in Italia”. Ma l’incarico più prestigioso che il pittore ricevette dal re Ferdinando IV fu la commissione del famosociclo di dipinti raffiguranti i porti del Regno di Napoli. Le numerose vedute dei porti si articolano in tre gruppi suddivisi tra le vedute campane, pugliesi, calabresi e siciliane. Per eseguire i disegni preparatori si recò così in Puglia e in Campania. La serie comprende 17 quadri e si trova ancora oggi custodita alla Reggia di Caserta; vi sono raffigurati esattamente i porti di Taranto, Brindisi, Manfredonia, Barletta, Trani, Bisceglie, Monopoli, Gallipoli, Otranto. La serie è stata in mostra, dal 20 giugno al 5 novembre 2017, presso la Sala Ennagonale del Castello di Gallipoli (Lecce). L’esposizione intitolata “I porti del Re”, a cura di Luigi Orione Amato e Raffaela Zizzari, prodotta dal Castello in collaborazione con la Reggia di Caserta e il Comune di Gallipoli, ha visto all’inaugurazione l’intervento dello storico dell’arte Philippe Daverio e del direttore generale della Reggia di Caserta, Mauro Felicori[5]. 

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La carenza di investimenti pubblici all’origine della nuova recessione italiana

di Guglielmo Forges Davanzati

Il centro studi di Confindustria ha recentemente certificato un tasso di crescita dell’economia italiana prossimo allo zero, in linea con quanto previsto dai maggiori centri di ricerca, non solo italiani. La diagnosi di Confindustria attribuisce la recessione prevalentemente alla caduta della domanda interna e, in seconda istanza, alla flessione delle esportazioni nette. La caduta della domanda interna viene imputata all’aumento dei risparmi per scopi precauzionali, per far fronte a eventi futuri incerti, mentre la contrazione delle esportazioni viene fatta dipendere dal crollo del commercio internazionale.

Va precisato che l’economia italiana è di fatto in una traiettoria recessiva da molti anni (alcuni analisti datano il cosiddetto declino economico italiano all’inizio degli anni novanta) e il principale indicatore riguarda il continuo calo del tasso di crescita della produttività del lavoro, peraltro quasi sempre inferiore alla media europea quantomeno nell’ultimo decennio.

La bassa crescita della produttività del lavoro è fondamentalmente imputabile al calo degli investimenti pubblici e privati. Proviamo a capire perché ciò è accaduto, a partire da alcune considerazioni sulle recenti vicende della nostra economia.

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La nuova via della seta e l’affare cinese

di Gigi Montonato

Da un po’ di anni l’Europa, ad iniziare dall’Italia, che è tra i paesi dell’Unione più esposti per collocazione geografica, è meta di penetrazioni migratorie e commerciali non regolate da leggi e da accordi internazionali, tollerate e favorite un po’ per atavica negligenza (almeno per l’Italia!) e un po’ per ragioni umanitarie. I migranti sono arrivati in modo avventuroso. Qui giunti, hanno aperto bottega; alcuni in maniera ambulante (gli africani), altri in posti fissi (gli asiatici), invadendo interi quartieri cittadini. Poi, cosa fatta, capo ha; e sono stati in gran parte regolarizzati. Oggi fanno parte della realtà sociale ed economica italiana.

Dal nostro osservatorio di paese abbiamo seguito il fenomeno. La vita di paese, si sa, è grama, lo è anche oggi coi social che avrebbero dovuto annullare le distanze, ma presenta anche opportunità interessanti di lettura di certi fenomeni che la grande città non offre. Per esempio. In questi ultimi anni anche nei paesini più periferici sono stati aperti negozi cinesi. Si vendono le mercanzie più varie, dalle mercerie ai vestiti, alle calzature, a minutaglie che in genere prima trovavi o nei mercati comunali o dai vu’ cumprà. Nella gran parte dei casi non è stato difficile rendersi conto che c’è una sproporzione tra il volume di affari, in verità povero e poverissimo, e i soldi di affitto che i titolari di quei negozi pagano, a volte di migliaia di euro al mese, che in un piccolo paese sono tanti e destano clamore. Ma come fanno? Ci si chiedeva parlando del fenomeno. Si sospettava che dietro queste piccole imprese commerciali ci fosse un supporto finanziario, e cioè che potessero fare commercio a perdere, deliberatamente, tanto c’era qualcuno che pagava con incentivi e integrazioni. Ma se così fosse, allora l’apertura di queste attività non poteva avere che un altro obiettivo strategico, che oggi s’incomincia a vedersi: accreditare la presenza cinese nel nostro paese per favorire in prospettiva accordi assai più importanti tra Cina e Italia. Così la questione è giunta all’agenda di governo.

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Federico II e Giorgio da Gallipoli

di Augusto Benemeglio

Sappiamo che Federico II aveva dei fortissimi legami con la Puglia (era nato a Jesi , ma si considerava “puer Apulia”, figlio di questa terra). Ma quali sono stati i legami i rapporti, le coincidenze tra l’imperatore e Gallipoli? Al riguardo, Bartolomeo Ravenna, nelle sue “Memorie historiche”, ci dice che lo “Splendor Mundi” fu riconoscente alla “città bella” per la sua fedeltà e dedizione, ed è per questo che spedì, da Palermo, un diploma con cui riconosceva ai suoi abitanti: 1) che non fossero asportati per verun delitto, menoché quelli di lesa maestà; 2) che potessero comporre i litigj ; 3) Che rimanesse facoltata di eleggersi il proprio Giudice locale; 4) che non si inferissero dei danni al territorio; 5) che restasse abilitata la cura del lino nel ristagno detto li Foggi, cosa quest’ultima allora di notevole importanza, perché la semina del lino nel territorio era una delle maggiori fonti di guadagno. Ma il fatto era accaduto nel 1200 e a quel tempo il grande Federico era un bambino di sei anni, che viveva più in strada che a corte, fraternizzando con la Palermo più umile e vivendo di esperienze disparate. Non crediamo, insomma, che, per quanto re di Sicilia da già tre anni, fosse “cosciente” di questi privilegi concessi a Gallipoli. Un’altra occasione d’incontro derivò dalla sua mania di costruire o rifare i castelli della Puglia, che aveva trasformato in una sorta di cantiere permanente, un vero e proprio boom edilizio.

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Teotihuacán


di Antonio Prete                                          

a  Valerie Mejer

La pietra è cielo, il cielo pietra.

Fluttuano nella quiete meridiana

i simulacri degli dei. 

Sopra un letto di cenere, in disparte,

sonnecchia il dio della cancellazione.

Il serpente piumato ha occhi di ossidiana

e memoria di pianti. 

Corpi d’ombra s’affacciano dalle rovine,

si dissipano al vento. 

L’azzurro scivola

lungo il dorso delle Piramidi.            

[in Menhir, Donzelli 2007]

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Solo sensibilità e intelligenza sconfiggono le sirene virtuali

di Antonio Errico

Le Sirene di Omero promettevano conoscenza. Nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, che personalmente preferisco, ai versi 184- 189 del libro dodicesimo dell’Odissea dicono così: “Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,/ferma la nave, la nostra voce a sentire./Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,/ se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;/poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose”.

Così dicono le Sirene di Omero, alzando la loro voce bellissima, e l’eroe vuole sentire e comanda ai compagni di scioglierlo dai nodi strettissimi con cui si era fatto costringere all’albero della nave. Ma la ciurma continua a remare, a corpo perduto, e anziché scioglierlo lo lega ancora più forte, come lui aveva ordinato, fin quando “le sorpassarono, e ormai né voce più di Sirene udivano, né canto”.

Non esiste un tempo che non abbia sirene. A volte si nascondono, subdolamente, a volte si mostrano, sfacciatamente. Ma non esiste un tempo che non abbia sirene. Con loro devono fare i conti, gli umani che abitano ogni tempo.

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Di mestiere faccio il linguista 6. L’Italiano all’estero

di Rosario Coluccia

Dopo le puntate precedenti,  mi chiedono. Quale è lo stato di salute della nostra lingua? Spesso bistrattata da chi la parla, attaccata dall’invadenza delle lingue straniere, messa in crisi anche a scuola e all’università, è davvero ridotta così male? E come viene considerata all’estero, che idea hanno gli altri di noi?

I fatti e i numeri non lasciano dubbi, all’estero la nostra lingua è apprezzata, spesso amata. L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Inglese a parte, viene dopo lo spagnolo, il francese, più o meno alla pari con il tedesco, e batte tutte le altre, anche quelle parlate da popolazioni enormemente più numerose. Non c’è male, per una nazione di soli 60 milioni di abitanti, una briciola rispetto ai 7 miliardi di abitanti della terra. Non c’è male, per una nazione che non ha avuto un impero coloniale come Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e altre che hanno disseminato le loro lingue nei territori africani, asiatici, americani, perfino australiani.

Come si spiega il successo dell’italiano? Vediamo di capirne di più. L’Accademia della Crusca ha intitolato Italiano per il mondo un bel volume uscito nel 2012 (lo ha curato Vittorio Coletti, che insegna all’università di Genova); la preposizione «per» del titolo rimanda alla proiezione della nostra lingua fuori dai confini nazionali e,  nello stesso tempo,  allude alla meravigliosa qualità del nostro idioma, quasi un dono regalato al mondo. Nel libro si passano in rassegna i fattori che hanno determinato l’espansione all’estero della nostra lingua. Ecco le ragioni del successo. Siamo eccellenti in alcuni campi propri della tradizione e della storia italiane, a volte da epoca remota, altre volte da tempi più recenti. Oltre al predominio letterario (in alcuni periodi straordinario, pensate al Trecento con il grandissimo Dante, pensate al Rinascimento), siamo apprezzati all’estero per le nostre capacità nell’arte, nella musica, in tempi più recenti nella cucina e nell’alimentazione, nella moda.  In questi campi la nostra civiltà ha raggiunto posizioni di preminenza che il mondo ci riconosce; attraverso questi percorsi privilegiati la nostra cultura e la nostra lingua si espandono fuori dai confini nazionali.

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