Itali-e-ni 18. Il 25 aprile è una data importante

di Paolo Vincenti

“…ed il gallo passeggia impettito dentro il nostro cortile 

se la guerra è finita perché ti si annebbia di pianto 

questo giorno d’aprile “

(“Quel giorno d’aprile” – Francesco Guccini)

Un 25 aprile sottotono quest’anno, così almeno mi è sembrato, guardando i filmati delle celebrazioni trasmessi dai telegiornali. È mancato il pathos, quell’enfasi che è connaturata nella retorica di certi avvenimenti importanti come questo. Si starà forse perdendo il senso di una festa di popolo, che nel 2016 non è più così sentita come era in passato. Il tempo purtroppo fa questi scherzi, allontanando dalla memoria certi ricordi, belli o brutti, gioiosi o tragici, ne accorcia lo sguardo, ne fa assopire il sentimento. Un po’ in tutti i nostri paesi e città la partecipazione al 25 aprile è stata debole, tiepida, alcune scene davvero tristi di amministratori locali intorno al monumento ai caduti che parlano davanti a quattro, cinque ottantenni e due tre cani randagi. Certo, la democrazia è un valore consolidato, la libertà è data per scontata da chi vi è abituato fin dalla nascita. Un rilassamento del senso civico, l’assenza di una grammatica di valori condivisi nelle nuove generazioni, sono comprensibili, più che possibili. Ma la scuola che fa? Proprio degli insegnanti e degli educatori dovrebbe essere il compito di tramandare la memoria, di sensibilizzare i giovani.  Passando dalla piazza per andare in edicola a comprare le figurine dei calciatori panini o degli amici cucciolotti, i ragazzi, notando un piccolo assembramento di gente, non avranno chiesto ai genitori che ci facevano il sindaco con la fascia tricolore e i vigili urbani davanti al sacrario? Avranno ben sollevato lo sguardo per vedere che quella dove stavano passando si chiama proprio Piazza Libertà?  Non si saranno incuriositi dalla presenza dei partigiani con la bandiera?  Chissà che cosa avranno risposto i loro sciagurati genitori, sempre che in quel momento non fossero attaccati al telefonino. Magari, come Cetto La Qualunque, gli avranno detto: “Come criterio di massima, come sistema di riferimento, come atteggiamento preferenziale, tu fatti i cazzi tuoi!”.   Grave cedimento all’oblio, resa alla trascuratezza, all’indifferenza,  è non commemorare le date e gli eventi che hanno segnato il faticoso cammino della nostra nazione, della nascita della sua coscienza identitaria.  “Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente”, diceva Gramsci. Anche se le nuove generazioni sono lontane da quel ricordo, non meno importante è per loro celebrarlo, anzi proprio dal connubio fra immaginazione e memoria il passato acquista più valore, e la conquista della libertà diventa impresa epica, e può continuare ad affascinare giovani e meno giovani.  “La libertà”, diceva Calamandrei, “è come l’aria: ti accorgi quanto valga solo quando ti manca”.

APRILE 2016

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Che cosa nasconde il palazzo baronale

di Gianluca Virgilio

Gli Atti delle Giornate di Studio (24-25 maggio 2007) presso il Museo Provinciale Sigismondo Castromediano a Lecce sono ora raccolti nel ponderoso e solido volume Dal castello al palazzo baronale, col sottotitolo Residenze nobiliari nel Salento dal XVI al XVIII secolo, a cura di Vincenzo Cazzato e Vita Basile, con la collaborazione di Simonetta Politano, Mario Congedo Editore, Galatina, dicembre 2008, pp. 373. Già la robustezza della rilegatura, la copertina cartonata rigida, la carta symbol free life opaca da 150 gr., il formato 22 x 30, le innumerevoli fotografie a colori che accompagnano il testo, ci certificano che siamo davanti a un volume destinato a veicolare contenuti di notevole importanza, ad un pubblico vasto e tuttavia elitario, che comprende gli amanti di storia locale, gli studiosi d’arte, di architettura, di pittura, gli studiosi di storia sociale, delle istituzioni, gli urbanisti, e anche tutti coloro che, avendo programmato per questa primavera una serie di escursioni nei paesi della vecchia Terra d’Otranto, vogliano dotarsi di un guida specializzata nella descrizione di un gran numero di monumenti che questo libro ha il merito di studiare in maniera puntuale quanto con spirito divulgativo.

L’opera rientra a pieno titolo nel progetto, di cui è promotore Marcello Fagiolo, di un Atlante delle residenze nobiliari in Italia, che si prefigge “la messa a fuoco della residenza nobiliare nel contesto del rinnovamento urbano, in relazione alla trasformazione del gusto, alle strategie patrimoniali e rappresentative delle classi dirigenti e alle politiche di rinnovamento urbanistico promosse dai poteri centrali nelle capitali e nei principali centri italiani, in un’accezione cronologica che dalla Controriforma arriva alla metà del XVIII secolo, con possibili estensioni in relazione alle diverse realtà regionali” (p. 8). Come si vede, il progetto, già in corso d’opera – “dopo il primo volume su Stato Pontificio e Granducato di Toscana (a cura di M. Bevilacqua e M. L. Madonna, Roma, 2003) e il secondo volume sulla Italia settentrionale (a cura di M. Fagiolo, in corso di pubblicazione)” sarà pubblicato, scrive sempre Fagiolo a p. 10, un “terzo volume sull’Italia meridionale (a cura di M. Fagiolo) -, il progetto, dicevo, è ambizioso. Ambizioso e necessario, poiché richiama l’attenzione del lettore e dei pubblici amministratori sulla necessità di salvaguardare autentici monumenti della storia nazionale e locale, che hanno rischiato e rischiano ancora di andare in malora a causa della pubblica negligenza. Quanti palazzi, che un tempo furono centri temuti del potere, nel corso del secondo ottocento e del primo novecento sono stati adibiti a scuole, a uffici pubblici, quando non a magazzini per la raccolta e la lavorazione del tabacco e in taluni casi a recinti per greggi di pecore! Oggi questo non accade più, almeno non in un modo devastante come nel passato, ma bisogna sempre tenere alta la guardia! Un libro come questo contribuisce senza dubbio ad impedire “la messa in liquidazione”, come scrive Mario Cazzato (Spagnoli in Puglia: i Lopez y Royo e le loro residenze tra XVII e XIX secolo, pp. 206-217), “di una civiltà, ed è una fortuna che le carte superstiti ci consentano di ricostruirne o illuminarne qualche aspetto” (p. 214).

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Pianura

di Antonio Prete

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Sull’orizzonte nascosto dagli alberi  

una nuvola rossa. Più oltre 

il paese delle pietre celesti.

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Invisibile e prossimità congiunti,

in questo centro del giorno e del mondo

che ha foglie e musica nelle foglie. 

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Epifania  di quel che manca.

Attesa di luce che abbagli.

[in Menhir, Donzelli 2007]         

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Pedalando

di Paolo Maria Mariano

Un giorno, un uomo che chiamarono l’Airone, ma anche il Campionissimo, pedalò da solo in cima al Pordoi e Mario Ferretti, il cronista, riferì che la sua maglia era bianco-azzurra e il suo nome era Fausto Coppi. Quell’avanzare solitario, non privo di desiderio del traguardo e di fatica, divenne appassionata epica radiofonica.

Proprio in quest’anno in cui ricorre il centenario della nascita di Coppi, in un mercatino di Cormano, alle porte di Milano, sono emerse riprese a colori del Giro d’Italia del 1940, riprese di cui non si aveva più memoria – inattesa è spesso la vita che giunge quando siamo impegnati a programmare altro. Quello 1940 fu il primo Giro per il ventenne Coppi, e fu anche la prima grande vittoria. Allora Coppi era solo un gregario ma il suo capitano, Gino Bartali, aveva accumulato ritardo prima delle montagne, mentre il ragazzo sorprendeva per freschezza e ardimento. Bartali, allora, sorpreso ma non logorato dalla gelosia, si mise a disposizione del ragazzo; lo aiutò sulla salita del Pordoi, quando Coppi era preda di una crisi furente; lo spinse urlando che non mollasse, pedalando dinanzi a lui per ridurre la resistenza dell’aria, lanciando così quello che sarebbe diventato suo formidabile concorrente.

Il Giro è una gara di resistenza che si accende di glorie momentanee, ma anche di rovinosi rallentamenti. Protagonista muta è la bicicletta, veicolo di struttura semplice, il cui modestissimo estro meccanico – come piaceva definirlo a Gianni Brera – racchiude, però, questioni non banali di modellazione matematica.

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Di mestiere faccio il linguista 12. Dalla volgarità agli insulti

di Rosario Coluccia

Nella veste di linguista, vengo chiamato in causa (insieme ad un collega sociologo, Mario Spedicato) da un art. di Ettore Bambi apparso nel « Nuovo Quotidiano» di ieri, 7 ottobre. Bambi è stato comprensibilmente colpito dalla reazione che si è scatenata in rete contro Roberto Benigni, reo di aver dichiarato che voterà “sì” al referendum del 4 dicembre. I dati sono impressionanti. Sui primi 100 commenti, 8 erano nella sostanza favorevoli alle opinioni di Benigni, 15 erano contrari: sin qui nulla di male, in un caso e nell’altro, la libertà di opinione è la conquista più importante che la società garantisce all’individuo  (insieme alla libertà dal bisogno). Ma fa rabbrividire che 77 commenti (la grande maggioranza) erano brevissimi e contenevano solo insulti: pagliaccio, o buffone o giullare (12); venduto (13); misero (2); da prendere a calci…(3); da sputargli in faccia (1); verme (3); figlio di… (2); bastardo (2); squallido (4); schifoso (5); sieroso (1); virus toscano (1). È giusto chiedersi cosa succeda nella rete e perché tanta gente, invece di ragionare, preferisca insultare.

Chiariamolo subito. L’insulto è insulto, da chiunque venga e a chiunque sia rivolto, con qualsiasi mezzo. Generosamente Bambi chiama in causa le parolacce (pipì, cacca, ecc.) con cui i bambini piccoli si divertono quando scoprono certe funzioni del corpo. Ma poi, a 5 o 6 anni, la smettono e i loro divertimenti diventano più maturi. I bambini non c’entrano, siamo fatti male noi adulti (non tutti, per fortuna).

La volgarità dilaga nei film, negli spettacoli televisivi, penetra nel parlare (e nello scrivere) dei nostri tempi. Qualcuno si è divertito a contare le cosiddette parolacce presenti in un film americano che ha avuto molto successo anche da noi, Il lupo di Wall Street di Martin Scorsese (2013). Nell’originale inglese la parola fuck (che traduciamo ‘vaffa…’) è  usata 506 volte: il film dura quasi tre ore, in media 3.16  ‘vaffa…’ al minuto. Se aggiungiamo le altre parolacce del film (il lettore mi scuserà se rinunzio a elencarle) raggiungiamo 569 casi di male parole, record mondiale meritevole dell’Oscar (il primo così raggiunto da Leonardo di Caprio, protagonista del film… L’Oscar “vero” l’ha ottenuto solo nel 2016).

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Bellezza e verità sono il fine di ogni ricerca

di Antonio Errico

Thibault Damour, classe 1951, francese, è professore di fisica teorica presso l’Institut des Hautes Études Scientifiques. È un esperto di relatività generale, che ha insegnato presso l’École normale supérieure. È specializzato nella teoria delle stringhe. La sua ricerca è orientata soprattutto sulla fisica dei buchi neri, delle onde gravitazionali, della teoria delle stringhe e della metrologia fondamentale.

A conclusione di un’intervista concessa a Nuccio Ordine per “La lettura” del “Corriere della Sera”, alla domanda se c’è un motto che ha ispirato il suo lavoro di scienziato, risponde che una volta, a Ravello, dove Wagner aveva trovato l’ispirazione per terminare il “Parsifal”, visitando la villa Ruffolo ha scoperto una lapide che celebrava il culto dell’arte e della scienza nell’eterna armonia del bello e del vero. Ecco, dice, “lo scopo principale della ricerca scientifica è proprio quello di indagare l’eterna armonia del bello e del vero”.

Altri, molti altri, prima di Damour, si sono ritrovati a constatare la relazione, forse intrinseca tanto a livello naturale quanto a livello culturale, che coinvolge le sfere concettuali di bellezza e verità.

Qualcuno lo ha fatto con le parole di una poesia. John Keats, per esempio, che conclude Ode on a Grecian Urn con questi due versi: “La bellezza è verità, la verità è bellezza-che è tutto/quanto sappiamo e dobbiamo sapere sulla terra”.

Qualcuno lo ha fatto con annotazioni ai margini del suo lavoro di scienziato.

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Abbiamo toccato il fondo, ora dobbiamo risalire

[Per il contenuto di grande attualità (incidente di Venezia), riproponiamo l’articolo di Ferdinando Boero apparso nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 17 maggio 2013]

di Ferdinando Boero

Alla fine di aprile ho tenuto un corso estivo a Venezia, presso l’Accademia veneta di scienze, lettere e arti. L’Accademia ha sede in un magnifico palazzo sul Canal Grande e, prima delle lezioni mattutine sono andato a prendere un caffè in un bar dall’altra parte del canale, attraversando il ponte dell’Accademia. La vista è magnifica e non ho resistito: mi sono messo a fare qualche foto, assieme a orde di giapponesi e americani. Mentre facevo le foto è arrivata una nave da crociera. Enorme. Trainata da un rimorchiatore. Le fanno passare davanti a piazza San Marco così i turisti possono vedere Venezia da una posizione privilegiata. E poi passano davanti all’imboccatura del canale, rasenti alla costa. Per un po’, il paesaggio veneziano muta radicalmente, con quell’alieno che occupa uno spazio che non gli compete. Guardando la manovra mi son detto: ma se una volta dovessero sbagliare, quel mostro potrebbe finire su quella chiesa, su quei palazzi. Ho pensato a Costa Concordia, e alla tragedia del Giglio. Un’isola dove ho fatto le mie vacanze estive per dodici anni di seguito, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. E ora ecco Genova, con la portacontainer che scontra la torre dei piloti e la butta giù, uccidendo portuali e marinai. Mio padre era un portuale, e anche i miei zii e i miei cugini. Avrei potuto esserci anche io, se la vita non mi avesse portato verso altre strade. Quello che avevo paventato a Venezia si è avverato a Genova.

Disgrazie, si dice. Ed è proprio così, sono disgrazie. Ma stanno avvenendo sempre più frequentemente. E’ evidente che le misure di sicurezza non sono sufficienti, e probabilmente anche le infrastrutture non sono adeguate. 
Non sono solo le navi a creare problemi. Ci sono le ferrovie (ricordate Viareggio?), le autostrade, gli aeroporti. E poi crollano le scuole, e le case. Ci sono le frane, le alluvioni, l’erosione costiera. Stiamo ricevendo una miriade di segnali che ci dicono che c’è qualcosa che non va, e dovremo metter mano alla soluzione di questi problemi, perché pagare i danni costa molto di più che prevenire le catastrofi. Per risolvere questi problemi bisogna modificare i comportamenti, questo è ovvio. Non si passa vicino alla costa con un mastodontico battello, sia essa la costa del Giglio o quella di Venezia. Ma nei porti bisogna pur portarle, queste grandi navi. E quindi bisogna innovare i sistemi di progettazione delle navi, e il disegno delle aree portuali, in modo che non si creino condizioni che possano portare alle catastrofi. Ovviamente ci saranno delle spese per la ricerca e l’innovazione, ma queste si tradurranno poi nel rinnovo del parco nautico, nella ristrutturazione delle infrastrutture e delle strutture. Le tecnologie che inventeremo potranno essere esportate. Migliorerà l’economia, migliorerà la qualità della vita e aumenterà la sicurezza.

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Alcune criticità del progetto di regionalizzazione della formazione

di Guglielmo Forges Davanzati

Il settore della formazione in Italia (scuola e Università) è il settore della pubblica amministrazione al quale è stato somministrato il maggior numero di ‘riforme’ negli ultimi venti anni. Da ultima, la riforma della regionalizzazione dell’istruzione, ovvero la formalizzazione dell’esistenza di sedi universitarie di serie A e sedi universitarie di tipo B. Come è stato osservato, e con riferimento alle università, non è difficile immaginare che stando ai parametri considerati e agli accertamenti già effettuati dall’agenzia nazionale di valutazione della ricerca (ANVUR), che le sedi di tipo A saranno tutte o quasi localizzate a Nord.

Fra i parametri utilizzati per differenziare le sedi, oltre a quelli relativi alla ricerca, si considerano, in particolare:

a) il tasso di occupazione dei laureati triennali [secondo la definizione ISTAT (Forza Lavoro) e al netto di coloro che sono iscritti ai corsi di laurea magistrale], a 12 mesi dal conseguimento del titolo non inferiore al 50%;

b) il tasso di occupazione dei laureati magistrali [secondo la definizione ISTAT (Forza Lavoro)], almeno pari al 50% a 12 mesi dal conseguimento del titolo, ovvero al 70% a 36 mesi dal conseguimento del titolo.

Poiché è evidente che le sedi universitarie non possono modificare la struttura produttiva nella quale sono localizzate, e poiché nel Mezzogiorno la domanda di lavoro è prevalentemente rivolta a individui con basso titolo di studio, è conseguentemente evidente che la selezione di questi parametri è costruita per porre in serie B le sedi universitarie del Sud (il che significa ulteriore decurtazione di fondi alle Università meridionali).

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Paolo Vincenti, Luigi Crudo e la musica

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Fiabe 2. Il folletto

di Franco Melissano

Nicola Santomasi, a differenza della stragrande maggioranza degli abitanti del paese, all’esistenza dello sciacuddhi non ci aveva mai creduto. Ma, quando cominciarono a verificarsi una serie di fatti strani ed inspiegabili e sua moglie Addolorata gli confessò che il folletto da diverse notti si andava a sedere sul suo petto togliendole il respiro, si dovette ricredere.

Il cavallo, strigliato a dovere il giorno prima come sempre, presentava immancabilmente il mattino dopo la coda e la criniera nfiettate. Diverse cose sparivano improvvisamente e venivano ritrovate, dopo lunghe ricerche, nei posti più impensati. Un giorno il fiasco del vino si rovesciò da solo sul tavolo. Per ben tre volte dalla zuccheriera uscì del sale. Spesso le pentole della cucina si mettevano a sbattere tra di loro, svegliando tutti nel cuore della notte. E non mancavano, durante il sonno, pizzicotti, tirate di capelli, bisbigli e grasse risate.

Non ci potevano essere dubbi: era opera dello sciacuddhi.

Le forbici, appese in diverse stanze solo da un occhiello così da formare il segno della croce, non erano servite a niente; né aveva giovato la benedizione speciale impartita dal parroco alla casa e alla stalla.

Poiché pochi mesi prima un figlioletto dei Santomasi era morto senza battesimo, qualcuno adombrò il sospetto che si trattasse dello spirito del morticino che non trovava pace.

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