Ogni libro ha bisogno delle nostre emozioni

di Antonio Errico

Il 3 di febbraio, a novant’anni, è morto George Steiner. Un maestro della critica; uno dei più grandi critici del Novecento europeo; professore nelle università più famose del mondo: Cambridge, Princeton, Ginevra, per esempio. Intellettuale lucidissimo, appassionato; pensatore dai molti attraversamenti disciplinari e dalle rigorose analisi testuali. Saggista acutissimo, raffinato. 

Non ho tutti i libri di Steiner, purtroppo. Ne ho soltanto undici. Ho ripreso quello che si intitola I libri hanno bisogno di noi. Dove dice che il potere indeterminato dei libri è incalcolabile, perché uno stesso libro, una stessa pagina, uno stesso passo o verso o parola, possono avere sui lettori gli effetti più disparati. Possono esaltare, avvilire, sedurre, disgustare, indurre alla virtù o alla barbarie, accentuare la sensibilità o banalizzarla. Un libro provoca reazioni diverse in relazione al luogo, al tempo, alla condizione in cui viene letto. Uno stesso libro può essere originale oggi e scontato domani, profondo o superficiale in relazione alla nostra disponibilità sentimentale, può attrarre irresistibilmente per qualche minuto e distrarre irrimediabilmente il minuto successivo. Le reazioni nei confronti di un libro, e anche i suoi stessi significati, dipendono dalla ragione e dall’emozione di ogni lettore. Di quella ragione e di quell’emozione i libri hanno bisogno. Hanno bisogno di noi, del nostro pensiero. Senza un pensiero sono soltanto oggetti, inutili, a volte anche ingombranti. Hanno bisogno di un dialogo che metta in confronto i pensieri, quelli portati da colui che li ha scritti e quelli portati da colui che li legge. Hanno bisogno di lettori diversi, di stratificazioni concettuali, di analisi, di interpretazioni, di interrogazioni che attendono una risposta, di ipotesi, di opinioni, di condivisioni e di contrasti.

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Come funziona il mare

di Ferdinando Boero

Un solo pianeta, nell’universo conosciuto, ospita uno stato della materia che non trova riscontri altrove: lo stato vivente. La materia vive per poco tempo, poi “passa di stato” (muore), per poi riprendere vita, generazione dopo generazione. Succede alla nostra specie, e a tutte le altre, da miliardi di anni. La materia vive grazie all’acqua: copre il 71% del pianeta e l’oceano, con la profondità media di 3.500 m, è un volume “pieno di vita”, che non si ferma mai. L’acqua muovendosi e cambiando di stato, genera le condizioni che permettono la vita: evapora e diventa nuvole, poi torna giù, come pioggia, scorre verso il mare attraverso i fiumi, e sparge vita dovunque arrivi. Ai poli, e sulle alte vette, diventa solida e forma il ghiaccio. 

Ai poli, i motori freddi, l’acqua marina gela e perde i suoi sali: il ghiaccio marino è fatto di acqua dolce. I sali restano nell’acqua sottostante che, diventata salata e fredda, è molto densa e affonda: si innesca il motore freddo delle correnti, con la formazione superficiale di acque profonde. Al polo nord l’acqua artica fredda, salata e ricca di ossigeno, scende verso le grandi profondità marine: un fiume che attraversa l’oceano Atlantico e porta vita dove la luce non arriva, giunge al polo sud e si unisce all’acqua densa dell’Antartide, l’altro motore freddo. L’acqua fredda gira in profondità attorno al continente antartico, risale verso il Pacifico e l’Indiano, arriva in superficie, si scalda ai tropici e torna verso il polo sud, girando attorno all’Antartide con una corrente parallela a quella profonda, per poi percorrere l’Atlantico in superficie e risalire verso il Polo Nord. Abbiamo imparato questi movimenti dell’acqua poco per volta, corrente per corrente. La Corrente del Golfo, che dal Golfo del Messico arriva fino all’Artico e mitiga il clima dell’Europa settentrionale, è solo un pezzo del sistema circolatorio oceanico: poi gela e torna verso gli abissi, arrivando al Polo Sud, fa il giro del Pacifico e torna in Atlantico. Un’unica grande corrente, il grande nastro trasportatore oceanico, connette tutti gli oceani e li fa diventare uno. Si calcola che una molecola d’acqua ci metta mille anni per fare il giro completo del pianeta. Una piccola ma significativa porzione dell’acqua che “gira” evapora e forma le nuvole. Il clima oceanico genera il clima atmosferico, e ne è a sua volta influenzato: tutto è collegato, in un sistema di ecosistemi, le macchine che tengono in vita la materia, in un gioco di continui cambiamenti di stato. Gli organismi che vivono fuori dagli oceani (noi, per esempio) non sono indipendenti dall’acqua: è sempre l’oceano che li fa vivere. Basta guardare in cielo: quelle nuvole che ci danno vita attraverso la pioggia, sono l’oceano che vola! 

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L’attuale condizione del Mezzogiorno

di Guglielmo Forges Davanzati

L’attuale condizione del Mezzogiorno è caratterizzata in primo luogo da un’inarrestabile fuga di giovani laureati e dal progressivo invecchiamento della popolazione. La riduzione del numero di residenti al Sud fa sì che la domanda interna si riduca – per effetto della compressione dei consumi –  e che conseguentemente il tasso di occupazione in quelle aree si riduce. La letteratura specialistica sull’argomento fa osservare che, a partire dal secondo dopoguerra, vi è stata una rottura del patto generazionale, secondo un fenomeno noto come “seconda transizione demografica”.

L’economia meridionale è attualmente caratterizzata dal proliferare di imprese di piccole dimensioni, con bassa propensione all’innovazione, dipendenti dal credito bancario e in moltissimi casi a gestione familiare. In tali condizioni, è difficile ipotizzare che queste imprese assumano lavoratori con elevato titolo di studio.  

Si renderebbe necessaria un cambio di marcia per destinare maggiori risorse alle aree più deboli del Paese. Il Mezzogiorno è in una condizione di stagnazione da diversi anni, imputabile alle seguenti ragioni

Una possibile strategia per contrastare il declino economico delle regioni del Sud consiste nel reperire maggiori risorse da destinare al settore della formazione.

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La V Giornata mondiale della lingua ellenica

di Pietro  Giannini

In continuità con l’anno scorso, l ‘8 e il 10 febbraio prossimi si terrà presso l’Università del Salento la V Giornata mondiale della lingua ellenica. Nata da un’idea di Ioannis Korinthios, l’iniziativa è stata fatta propria dal Parlamento greco e gode del patrocinio dell’UNESCO; in Italia è sostenuta dal MIUR, dalla Federazione delle Comunità Elleniche, dalla Società Filellenica Italiana e dall’Ambasciata di Grecia. Come l’anno scorso, la manifestazione è organizzata, oltre che dall’Università (promotori Adele Filippo, Alessandra Manieri, Saulo Delle Donne), dalla Comunità Ellenica di San Nicola di Myra di Brindisi (Presidente Maria Theodoridou) e dalle Comunità della Grecìa salentina (referenti Francesca Licci, Salvatore Tommasi).

Il tema proposto quest’anno è La lingua greca nello spazio e nel tempo: tema di ampio respiro che evidentemente vuole illustrare la presenza della lingua greca non solo nei vari momenti della storia occidentale (e mondiale) ma anche in vari ambiti geografici sia antichi sia moderni.

Le manifestazioni si articolano in tre momenti.

L’8 febbraio una “Giornata di studio” (che avrà luogo presso il Complesso Studium 2000, Via Valesio) illustrerà lo sviluppo diacronico della lingua (e della letteratura) greca con relazioni di studiosi che toccheranno vari momenti della Grecità: classica (Carmine Catenacci), cristiana (Antonio Cacciari), bizantina (Enrico Maltese), neogreca (Filippomaria Pontani), salentina (Marcello Aprile).

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Spoliazione

di Antonio Prete

Quando le foglie volarono via 

al vento della vita, 

sui rami, in cima, cominciò a fiorire  

la dolorosa rima.

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Nei racconti le domande di intere generazioni

di Antonio  Errico

Forse fino al suo ultimo giorno, fino al suo ultimo istante, Jerome David Salinger ha odiato con tutto se stesso quell’insolente di Holden Caulfield. Perché lo aveva sovrastato, era riuscito a trasformarsi in persona ed a trasformare  in personaggio lui, proprio lui che lo aveva creato. Perché lo aveva costretto a nascondersi, a negarsi quasi a tutti, a inabissarsi in un silenzio ostinato.

Salinger è morto il 27 gennaio di dieci anni fa, dopo sessanta passati a scappare lontano da Holden. Ma più scappava e più Holden gli si gettava addosso.  Forse è andata così. Oppure forse è andata al contrario di così. Forse è stato Jerome a non volersi  staccare da Holden. Forse quanto più passava il tempo, più quel personaggio gli penetrava nello stomaco, nel cervello, e allora cercava di restare da solo con lui tutto il tempo che poteva: tutto il tempo che aveva.

Ma che gli sarebbe mancato lo aveva capito da subito, mentre lo creava parola per parola. Lo aveva capito e lo aveva anche detto, nelle ultime righe del romanzo. Aveva detto che sentiva la mancanza di tutti quelli di cui aveva parlato. Poi chiudeva così: “Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti”.

Quando si racconta qualcosa a qualcuno, bisogna essere disposti a confrontarsi con la mancanza che sopravviene quando il racconto finisce. Perché il racconto, quello vero, il racconto che è capace di farsi universo concreto, è una comunione di esistenze. Prende storie e consegna storie, spesso le sovrappone, le confonde. Realizza spazi che comprendono luoghi veri e luoghi immaginari. Configura tempi che stringono in una sola frase, in una sola parola, passato, presente, futuro. Disegna personaggi che rassomigliano straordinariamente a qualcuno ma che non sono nessuno. 

Forse nella vita di Salinger a un certo punto si era spalancato un vuoto, si era squarciata quella cartilagine sentimentale che tiene insieme una creatura con le altre creature. Probabilmente, una volta finito il romanzo, tutto il mondo di quel romanzo si era disintegrato, si erano disintegrate tutte quelle anime che lo abitavano. Era rimasto soltanto quello sfrontato di Holden Caulfield a ricordargli che quel mondo era esistito. Ma quel mondo inventato e disintegrato era diventato il suo mondo reale, per cui l’altro non aveva nessuna importanza, e forse diventava anche noioso, fastidioso, insignificante, superfluo, meschino. Era diventato un mondo falso da cui tenersi lontano per poter avere l’impressione di trovarsi in quello vero, che si era costruito con le proprie mani, con la propria ansia.

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Il tasso di Lambrate

di Gianluca Virgilio

Quell’anno il cielo di Lombardia sembrava essere immune da qualunque perturbazione. Le nuvole passavano minacciose al di là delle Alpi, dirette verso l’Europa centrale, e le previsioni giorno dopo giorno confermavano l’alta pressione che dalle Azzorre faceva sentire i suoi effetti fino a Milano. Un sole primaverile, troppo caldo per la stagione ancora invernale – si era alla metà di febbraio -, riscaldava la pianura del Po, dove il paesaggio appariva pervaso da un’aura irreale e crudele.

Il giorno in cui accadde questa storia era stato il più caldo degli ultimi anni, con temperature che avevano superato i venti gradi, ed era stato preceduto da una serie di giornate luminose e assolate, sicché il terreno piantato a pioppi nei pressi di Lambrate, poco distante dalla linea ferroviaria, si era notevolmente riscaldato. Verso le tre di notte, il tepore penetrato attraverso l’humus del sottobosco, trenta centimetri sotto la superficie del suolo, aveva risvegliato un certo appetito in un tasso che in quel luogo si era rintanato qualche mese prima, per sfuggire alle prime gelate di novembre, e fino ad allora era rimasto lì tranquillo, sonnecchiando in attesa della primavera. Ma la primavera doveva essere arrivata, e conveniva abbandonare lo stato di sonnolenza simile a un letargo, per non morire di fame. Allora, il tasso si era fatto largo coi suoi unghioni appuntiti tra le foglie macere e il terriccio umido che ostruivano l’uscita dalla tana, aprendosi un varco nel materiale che lui stesso aveva accumulato qualche mese prima per mettersi al riparo dai rigori dell’inverno. Lì i rumori della città giungevano appena, filtrati dallo spesso strato di foglie che l’autunno aveva depositato nel sottobosco. Il tasso ancora un po’ stordito avanzava tra sterpi e arbusti secchi, pronto a riprendere le consuete attività. All’improvviso udì un fischio lancinante che lo svegliò del tutto incutendogli una grave paura. Era il treno in corsa sui binari che avvertiva del suo passaggio la stazione poco distante. Il risveglio non poteva essere peggiore.

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Avanti (o) pop! 13. Par condicio – Satura 2

di Paolo Vincenti

Par condicio

“Evviva la patata! evviva chi l’ha creata!

 è sempre stata e sarà la salvezza dell’umanità!

olelelilli olelelilli”

(“La patata” – Roby Santini)

Un altro siluro sparato da “Libero” del 15 maggio 2017 nel cielo dell’informazione italiana: “Renzi e Boschi non scopano”. Puntualmente un diluvio di proteste per l’ennesima violenza verbale, di stampo sessista, di cui si sarebbe reso reo il giornale. Come già per il titolo “Patata bollente”, censurato anche dall’Ordine dei giornalisti, un altro esempio di cattivo giornalismo, così accusano i detrattori di “Libero”. La redazione del giornale viene sommersa di mail di riprovazione, insulti, prese di distanza. Questo titolo, secondo il pensiero comune, offende il gentil sesso, lo umilia, lo ghettizza; quello stesso gentil sesso, penso io, che nel frattempo annovera fra le sue fila, militari, carabiniere e poliziotte, giocatrici e arbitri di calcio, benzinaie e camioniste, persino astronaute. E ci mancherebbe altro. Ma se da un lato il mondo femminile si batte per la parità di genere, per avere maggiori tutele, dall’altro si offende se gli uomini fanno battute triviali, con osceni riferimenti o sottintesi. Non si può mettere in piazza la patonza. I giornali però devono vendere, si sa, e i titoli di prima pagina sono l’esca alla quale fare abboccare i pesci.

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Addio a Bernardini, l’ultimo narratore

di Antonio Errico

In quel pomeriggio di novembre del duemilatré, quando si accompagnò Aldo De Jaco al cimitero di Maglie, Rina Durante disse: adesso restiamo soltanto io e Giovanni. Poi, un anno dopo, se ne andò anche la Rina.  Così restò soltanto Giovanni Bernardini. L’ultimo narratore. Il narratore che pensava – che forse ha pensato finché ha avuto un istante ancora, finché ha avuto un respiro ancora- nulla dies sine linea: mai un giorno senza una scrittura, senza una fila di parole. Perché bisogna scrivere ogni giorno. Con pacatezza oppure con furore, per sogno o per un bisogno, per una felicità o per un dolore. Ma bisogna scrivere ogni giorno.

L’ultimo narratore. Di quelli con il passo lungo, con il fiato forte. Di quelli che prendono una storia, una piccola storia, e la trasformano nella cattedrale di una narrazione. Uno di quelli che sanno capire a quale punto dell’intreccio bisogna  dare la svolta, perché il narrato diventi inimitabile, irripetibile, definitivo. Giovanni Bernardini prendeva un microcosmo e lo trasformava in un universo illimitato. Prendeva una provincia e ne faceva la rappresentazione dei sogni e dei turbamenti di un’intera generazione  che  ritorna dalla Seconda guerra mondiale e vorrebbe dirsi qualcosa ma non sa che cosa dirsi, vorrebbe farsi delle promesse ma non sa che promesse farsi.  Indugia e vuole fuggire. Sogna il futuro ma non sa recidere il vincolo con la terra, con l’origine, la storia, che non crede al destino ma lo accetta.

Giovanni aveva con la scrittura un rapporto assoluto. Ma senza un rapporto assoluto con la scrittura, forse si possono fare libri per il mercato, ma non robuste scritture destinate al tempo venturo. Lui se n’è stato sempre lontano dai mercati, perché cercava soltanto robuste scritture per il tempo venturo.

La prova dell’assolutezza, probabilmente è data dalla sperimentazione di varie forme di scrittura -la poesia, il romanzo, il racconto, il saggio, il pezzo di giornale, a seconda di come venivano i giorni e le occasioni – , dalle diverse direzioni di stile in  poesia e prosa, fino ad arrivare alla dimensione onirica e visionaria delle poesie “per bambini”, che attraverso un pretesto di genere manifestano una poetica radicale, l’azzardo  della metafora, l’avventura nel groviglio dei significati.  La pluralità di forme della sua scrittura ha avuto il senso di un confronto con il tutto: con il suo mondo di dentro e con il mondo di fuori, con se stesso, con l’altro, con i sogni e le ragioni, con i compagni di strada, con i vivi, con i morti, con la sua giovinezza, con le lunghe ombre della sua vecchiaia.

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Per Giovanni Bernardini

Il 13 gennaio 2020 ci ha lasciato Giovanni Bernardini. Lo ricordiamo pubblicando alcuni suoi scritti, in prosa e in poesia, che negli ultimi anni ci ha donato. Così, la voce del poeta di Monteroni continua a risuonare affabile e severa, com’era l’uomo. Addio, Giovanni!
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