Joyce e la rivoluzione del romanzo moderno

di Adele Errico

In un libro intitolato “On writing. Autobiografia di un mestiere”, Stephen King racconta un curioso aneddoto su James Joyce: “Un giorno, andandolo a trovare, un amico lo avrebbe trovato riverso sullo scrittoio in un atteggiamento di profonda disperazione. «James, cos’è che non va?» avrebbe chiesto l’amico. «È il lavoro?». Joyce avrebbe assentito senza nemmeno sollevare la testa e guardare l’amico. Era naturalmente il lavoro; non lo era sempre? «Quante parole hai scritto oggi?» avrebbe domandato l’amico. E Joyce (sempre in preda alla disperazione, sempre con la faccia posata sulla scrivania): «Sette». «Sette? Ma, James, è ottimo per te!» «Sì» avrebbe risposto Joyce alzando finalmente la testa «Suppongo di sì, ma non so in che ordine vanno!». Quelle sette parole simboliche, tra loro slegate, e tutta la produzione joyciana sono riconosciute come rivoluzionarie per la lingua inglese e il romanzo moderno. Considerato uno degli scrittori più importanti del XX secolo, straordinario innovatore per il suo sperimentalismo linguistico, Joyce nasce a Dublino il 2 febbraio 1882 e, dopo aver deciso di lasciare l’Irlanda a causa di un esilio volontario, trascorre la propria vita in giro per l’Europa, soggiornando per molti anni anche in Italia, a Trieste. Però, la Dublino dalla quale è riuscito fisicamente ad allontanarsi ritorna costantemente nelle sue storie, è custodita nel suo universo letterario, e le strade e gli edifici rinascono come proiezione della mente dello scrittore. Dove, se non a Dublino, potrebbero muoversi i suoi personaggi? Dove altro potrebbe essere ambientata la passeggiata di Leopold Bloom che si trasforma in vorticosa Odissea? E dove altro potrebbe trascorrere gli anni della formazione Stephen Dedalus, alter-ego dell’autore in “Ritratto dell’artista da giovane”?  Joyce, come confida in una lettera indirizzata al fratello Stanislaus, avverte che è suo dovere “scrivere un capitolo della storia morale del mio Paese” e sceglie Dublino come ambientazione perché la considera il centro della “paralisi”. Nel linguaggio joyciano la paralisi è una prigione fisica e psicologica che non consente ai suoi personaggi di fare quello che ha fatto lui: andare via. E’ un’incapacità di ribellarsi alle tradizioni provocata dalla morale, dalla politica e dalla religione, che tiene i suoi personaggi con i piedi affondati nella terra irlandese. Allora scrive quindici racconti, per denunciare l’asservimento che rende ciechi i “Dubliners”, i protagonisti della raccolta “Gente di Dublino”, incapaci di realizzare se stessi e le proprie ambizioni perché soffocati, secondo le parole dello stesso Joyce, da quello  “speciale odore di putrefazione”, “di cenere, di erbe macerate e di immondizie” che pervade i racconti. Emblematico il finale di “Eveline”. La ragazza, decisa a partire con il fidanzato Frank, in procinto di salire sulla nave, improvvisamente non è più in grado di muoversi, è “paralizzata”: il sogno di evadere e ricominciare una vita lontano da un padre violento si frantuma al suono di un organetto che le ricorda il giorno della morte della madre e la promessa di tenere unita la famiglia. E mentre Frank la tira per un braccio per convincerla a seguirlo, “tutte le acque del mondo le precipitarono sul cuore” e Eveline rimane imbambolata senza dare segni di riconoscere il ragazzo che ama, incapace di muovere un solo dito: è uno dei momenti di “epifania” joyciana, la rivelazione improvvisa che spezza i personaggi e li fa precipitare nella triste consapevolezza di se stessi e della propria debolezza spirituale, una folgorazione scatenata da una situazione o un oggetto banale che fa comprendere al personaggio il vero significato della vita e, nell’arco temporale di un secondo, come uno schiaffo lo sveglia e  lo lascia inchiodato alla trappola della propria esistenza.

Leggere Joyce è come saltare su una nave alla scoperta di un nuovo mondo. E’ quello che accade aprendo l’”Ulisse”: si viene risucchiati in un vortice di parole, impetuoso, difficile da fronteggiare, tanto difficile che Giulio De Angelis ha  pensato di scrivere la “Guida alla lettura dell’Ulisse di J. Joyce”. “Ulisse” è, quindi, uno dei romanzi più complessi di tutti i tempi: strutturato seguendo la sequenza degli episodi dell’Odissea omerica, racconta le avventure di Leopold Bloom, moderno Ulisse, di sua moglie Molly Bloom, paragonata a Penelope sebbene molto lontana dall’ideale di moglie fedele, e di Stephen Dedalus, il Telemaco joyciano. Tutto accade nell’arco un’unica giornata, il 16 giugno 1904, ed è raccontato attraverso la tecnica narrativa del “monologo interiore” che permette di conoscere i pensieri, i sentimenti, i ricordi e i desideri dei personaggi, i quali, come commenta Italo Svevo, a cui il personaggio di Leopold Bloom è vagamente ispirato, sembrano camminare “col teschio scoperchiato”. Non esiste filtro tra pensiero e scrittura, quello che il personaggio pensa è immediatamente tradotto in linguaggio. Nell’ultimo capitolo dell’”Ulisse” ci si ritrova, senza fiato, travolti dalla cascata di pensieri del personaggio di Molly Bloom che, distesa nel letto nuziale accanto al marito alla fine della giornata, si lascia andare ai pensieri più intimi indifferente nei confronti della miriade di lettori che si affannano a star dietro al loro susseguirsi. Attraverso il parallelismo tra il mondo contemporaneo e il mondo mitico – il cosiddetto “metodo mitico” – Joyce attribuisce forma all’anarchia della storia contemporanea e si fa creatore di una dimensione in cui mito e storia si fondono in un significato universale. Come afferma Ezra Pound, Joyce “ci mostra le cose così come sono, non soltanto per Dublino, ma per qualsiasi altra città”, non soltanto per i “Dubliners”, ma per tutta l’umanità. Leopold Bloom siamo tutti noi, è un padre, un amante, un marito che muove i suoi passi tra le difficoltà della vita di ogni giorno.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, venerdì 1 febbraio 2019]

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1 risposta a Joyce e la rivoluzione del romanzo moderno

  1. Andrea scrive:

    Straordinaria analisi della poetica Joyceana

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