Così Antonio Prete ritorna indietro alla propria infanzia per fissare in immagini narrative, ricucite in gorghi di parole, luce, buio, ombre, figure, odori, sensazioni, voci dall’infanzia. La voce spontanea della memoria è quella dell’io. Tuttavia, in uno dei primi capitoli, intitolato “Un volto”, Antonio Prete riflette su quanto sia ingiusto servirsi dell’”io” e di quanto, invece, sarebbe più consono optare per la voce del “tu”, perché troppo lontano è quell’io di cui si narra – quello dell’infanzia – dall’io scrivente. Quindi sembra quasi di parlare di qualcun altro, dal quale è necessario prendere le dovute distanze. L’uso del tu in letteratura innesca un meccanismo complesso per il quale chi parla, al tempo stesso, si guarda da fuori. Si racconta quello che è custodito dentro ma si guarda anche il soggetto narrante come se fosse altro, con un distacco quasi innaturale. È per questo che, nello stesso capitolo, l’io ritorna naturalmente, quasi di prepotenza, tra le maglie della narrazione e all’io, cedendovi inevitabilmente. Un io che non è quello dello studioso che Antonio Prete è, del professore, del traduttore, del poeta, dell’uomo che ha dedicato il suo tempo e la sua vita a Leopardi, Baudelaire, Celan, Jabès e ancora allo studio delle passioni nel linguaggio letterario e alle avventure della traduzione. È un io segreto, lontano appunto, nel tempo e nello spazio. Nascosto, quasi. Che viene rappresentato in forma vaga, che sa di nenia e di culla, di dolce vento in una serata tiepida dell’entroterra salentino. È un io che si muove in un Sud fiabesco, quello delle raccolte di tabacco e delle “grandi foglie infilate dalle donne con un grosso ago”. Nel Sud dei fichi secchi, dei taralli e delle “friselle”. Ma anche il Sud della povertà e della guerra. Il Sud di un “affabulare”, di un narrare, di un canto lontano. Il canto di una madre, di un volto che “sfugge al gioco dell’apparire fugace e della nebbia”. Di una lei che non è più eppure ritorna. Di un ritornare che è tutto uno scorticare. Un’ombra vestita con un abito fiorato, con i capelli neri, un po’ crespi. Il viso dolce, lo sguardo perso oltre “l’occhio fotografico per rivolgersi a un’ombra di pensiero che fluttua nell’intimo”. È il ricordo della madre che fluttua tra i più nitidi ricordi d’infanzia. Nel suo ultimo libro Antonio Prete incontra (ricerca) se stesso nel labirinto della memoria, sullo sfondo di un Sud, di un Salento, fatto alle volte delle tracce della Storia, alle volte delle voci di fiaba, dei tappeti di conchiglie e delle foreste di giunchi, della distesa del mare che non ha un fondo: “la duna e l’azzurro: la forma salentina del paradiso infantile”.
[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 01 dicembre 2023]




































































