Una tradizione di studi come quella che può vantare oggi l’italianistica negli Atenei della Puglia non si sarebbe mai formata e consolidata senza l’apporto protagonistico di Maestri che hanno fondato, con l’esempio del loro magistero, le ragioni e la ricchezza di una Scuola. Penso a Raffaele Scorrano, a Mario Marti e Donato Valli ( e ai loro allievi come il mio amico Gino Rizzo e Antonio Lucio Giannone), per quanto riguarda l’Università salentina, ma anche a Mario Sansone che a Bari offriva l’esempio di un magistero critico che viveva l’eredità crociana con più avvertita e ampia coscienza storicistica. Senza Marti e Sansone la tradizione dell’italianistica in Puglia sarebbe stata certo meno produttiva e innovativa, come stanno a dimostrare e la ricca messe di studi e di iniziative dei due Maestri, ma anche la continuità del loro insegnamento negli allievi da essi formati. Ho ricordato i nomi di alcuni critici leccesi, ma non posso fare a meno di citare, essendomi formato a Bari alla Scuola di un altro grande Maestro della critica letteraria ( Arcangelo Leone de Castris, allievo diretto dello stesso Sansone), gli altri italianisti baresi come Vitilio Masiello e Franco Tateo cui si deve il consolidarsi di una ricca e significativa stagione di studi.
Fedele a quei principi sopra esposti, Mario Marti si è mosso per tutto il suo lungo e fruttuoso magistero, dando all’Università salentina un imprinting di severità, rigore filologico e ricchezza analitica che oggi ancora descrivono il patrimonio su cui ci muoviamo all’interno della Facoltà di Lettere di cui Marti è stato, insieme a Raffaele Spongano, indiscusso creatore e fondatore.
Anche dopo la cessazione della sua attività di docenza universitaria, Marti ha continuato a studiare e pubblicare volumi di indiscutibile rilievo, come sta a dimostrare il suo recente libro Il trilinguismo delle lettere “italiane” e altri studi di italianistica ( curato da Marco Leone e pubblicato da Congedo nel 2012). Scorrendo quelle pagine si rimane colpiti non solo dalla rigorosa lezione di metodo che traspare dai saggi raccolti, ma anche da una sorprendente capacità affabulante che non rende meno scientifica la lettura di Marti, ma ne rafforza la procedura ecdotica con una cordialità ( in parte anche autobiografica) che è segno di un rapporto pieno e totale con la letteratura che ha rappresentato una delle ragioni fondanti del suo magistero.
Nel volume si ribadiscono i privilegiati ambiti di studio di Marti (Dante, di cui è affascinante interprete e poi la letteratura antica e le ricche suggestioni del Novecento) e si rivela quel nesso tra cultura letteraria di area salentina e l’orizzonte nazionale in cui quella produzione trova singolari prospettive di ricerca e di analisi. Non posso dimenticare di aver avuto la fortuna di assistere a due interventi di Marti, il primo in occasione di un Convegno dedicato a Giuseppe De Dominicis nel marzo 2005 e l’altro nel corso del seminario di studi sull’opera di Michele Saponaro nel 2010 a Lecce. Ricordo con ammirazione ( e consenso) l’attenta ricognizione di “Pietru Lau” e la disamina del testo che Saponaro dedicò a Leopardi( intervento ora raccolto opportunamente da Leone nel volume di Congedo) e la capacità di tenere insieme andamento memorialistico e autobiografico e rigore analitico con cui Marti segnalava i limiti di quelle pagine di Saponaro. E vorrei anche ricordare l’attenta lettura dell’opera del poeta cegliese Pietro Gatti che mi ha fornito non pochi spunti per il mio recente contributo sull’opera di Gatti.
Tuttavia, ha ragione Marco Leone quando afferma che la lettura del volume del 2012 sarebbe insufficiente se non si segnalasse l’apporto metodologico e scientifico del saggio sul trilinguismo delle lettere “italiane” che apre il libro pubblicato da Congedo.
In tale saggio Marti continua ad attestare non solo la sua profonda e magistrale conoscenza delle vicende della nostra letteratura due-trecentesca, ma esibisce anche una diffusa sensibilità rispetto a “quella antica e connaturata coscienza unitaria linguistica romanza neolatina” che gli consente di tratteggiare il triplice volto linguistico della produzione letteraria in Italia (vale a dire il latino, il toscano aristocraticizzato o volgare latium e il volgare regionale e domestico).
Le condizioni odierne dell’Università italiana non inducono certo all’ottimismo e alla speranza, ma l’esempio di un Maestro come Mario Marti è ancora oggi uno stimolo per ripensare al nostro lavoro di critici letterari con metodo scientifico e consapevole severità (innanzitutto nei confronti di noi stessi), garantendo il rigore della dimensione storica e critica del sapere letterario senza ricorrere a superficiali attualizzazioni e senza neppure indulgere all’insopportabile narcisismo di voler essere “visibili” e “originali” ad ogni costo.
[“Alba Pratalia”, 24, 2014, pp.743-4]




































































