Inchiostri 148. Il nome Praga

di Antonio Devicienti

I

Se sollevo lo sguardo al frontone a gradoni della Sinagoga vecchia nuova di Praga, capisco: il tempo, come le rocce, si stratifica. Se nella soffitta dietro quel frontone Rabbi Löw nascose il suo Golem, l’argilla da impastare di nuovo per farla vivere è una scrittura di lievi suoni da far sedimentare sulla pagina in forma di segni posati come solchi tracciati per la semina.

Se guardo quella specie di arca triangolare sospesa nel cielo di Praga capisco: la deportazione nei vagoni piombati, un suono di violino come lama di ghiaccio sul piazzale davanti alle baracche, il rasoio del barbiere a radere i crani dei destinati alla morte.

Se guardo i muri verticali capisco: nelle intercapedini dentro i muri si solidifica l’esilio (ogni esilio).

E se, lievemente inclinandomi in avanti, entro e per ovvie ragioni di dislocazione degli ambienti interni discendo poco sotto il livello stradale, capisco: ogni panca addossata ai muri ricorda le generazioni che vennero fin qui a pregare.

II

Praga, dunque: perché Praga? perché l’epicentro di ogni testo è il nome e

i nomi sono texturae di geometrie e di suoni (testi concrezionati di ritmo e di spazio, di vibrazioni della luce e di rigorose campiture) : si addentra lo sguardo, allora, in una praga di vicoli, di prospettive incrociate (si direbbe che l’edificio sinagogale suggerisca l’idea di Praga, speculum in aenigmate, mise en abîme di una città percorsa dalla mente non per attraversamenti dello spazio, ma di tempo) : il nome è, contemporaneamente, evocazione e presenza.

Una praga per perdersi nei percorsi furibondi del pensiero, un montaggio di specchi a moltiplicare e dilatare l’adesso dell’occhio che osserva, della mano che tesse linee e righi di scrittura, dell’orecchio al cui orizzonte si affacciano i nomi della ricordanza.

Vista da qui la Sinagoga vecchia nuova ha nome di aula che si dilata, udita da qui Praga ha forma di reticolo intessuto per percorsi di scienza della memoria.

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