Il conflitto tragico in Medio Oriente

di Pietro Giannini

Nell’accezione comune l’aggettivo tragico indica estensivamente “ciò che ha gli aspetti e gli elementi proprî della tragedia, che è caratterizzato da fatti luttuosi, da eventi tristi, da gravi disgrazie e conseguenze, anche con riferimento a casi della vita comune” (Treccani online). La definizione riprende in sostanza la natura della tragedia greca e spiega in parte quello che sta succedendo in Medio Oriente. Ma da questa accezione se ne è sviluppata in epoca moderna un’altra che vede nel ‘tragico’ il riflesso di un conflitto insanabile. Ed è in quest’ultimo senso che il conflitto in Medio Oriente è ‘tragico’, perché oppone due esigenze inconciliabili: quella di Israele di conservare il proprio territorio, quella dei palestinesi (e dei popoli arabi che li sostengono) di riprenderlo. Occorre dire che questo confitto, anche se non è costitutivo della tragedia greca, non le è del tutto estraneo: un esempio è l’inimicizia tra Eteocle e Polinice, i due figli di Edipo. Nello scontro finale sotto le mura di Tebe i due fratelli si trovano schierati direttamente l’uno contro l’altro e muoiono per “uccisione reciproca” (allelofonìa). L’esempio è istruttivo anche per il modo in cui i conflitti insanabili possono concludersi, per la morte di entrambi i contendenti. O almeno per uno di essi, come sembra che stia avvenendo in Medio Oriente, perché la consistenza dei palestinesi si sta assottigliando tanto che non è difficile ipotizzare che entro non molto tempo la loro presenza sarà molto ridotta e ininfluente.

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