La Pasqua di Faulkner

di Adele Errico

8 aprile 1928. È il quarto tempo di quel “poema sinfonico” che è L’urlo e il furore di William Faulkner, come lo definisce Attilio Bertolucci. È il giorno di Pasqua e la famiglia Compson, al centro del romanzo, è ormai ridotta in macerie, dopo la vergogna di Caddy, che aveva amato suo fratello Quentin “contro la volontà di lui”, dopo il suicidio di Quentin. È in una mattina squallida e fredda che “una mobile muraglia di luce grigia” rischiara la nera pelle di Dilsey, governante di casa Compson, la “madre nera” alla quale è affidato l’ultimo sguardo su questa anatomia di una caduta. Si è passati attraverso le immagini sfocate del racconto di Benjy, l’idiota, poi scaraventati indietro nel tempo nell’ossessione di Quentin, passando per la rabbia di Jason. Il tutto in tre prime persone allucinate, malinconiche, rabbiose. Fino all’approdo a un racconto in una terza persona più solida e asettica, che raccoglie le braci lasciate dagli altri tre narratori. Attraverso gli occhi di Dilsey, “scarna, paziente e indomita”, si chiude il cerchio della maledizione dei Compson, nel giorno del perdono, nel giorno della resurrezione. È una Pasqua fredda (“Sempre freddo per Pasqua. Mai una volta che non sia andata così”).

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