Mio antico Salento

di Augusto Benemeglio

“L’uomo del Sud non matura. Stenta a uscire dall’infanzia.” (L. Sinisgalli)

Il Salento è patria del barocco, con un bel po’ di esoterismo, misticismo e magia  antica. Ma c’è anche un po’ d’algebra dei frutti maturi, un miracolo oscillante tra le chiome degli ulivi, formule che abitano l’aria, come amava dire il poeta tedesco Karl Krolow. Il Salento è  fatto di una bellezza prismatica scandita dai violenti contrasti,  è qualcosa simile ad un laboratorio di pittura, dove un uomo vestito tutto di bianco, con guanti di gomma, lavora secondo un orario ben preciso ed è attorniato da strumenti speciali,  e  da non so che cosa di arbitrario, accidentale, caotico, forse  un pizzico di “horror vacui”, un’infarinata di mare azzurrissimo con un versante un po’ liberty e l’altro greco classico. E  poi c’è quella ruga, quella  piega, quella cicatrice colorata che non sai bene dove  si trovi esattamente, ma sai che c’è, e si prolunga all’infinito, nello spazio. E’ precisamente lì che trovi la linea segreta di attraversamento per “l’oltre”, lo spazio mentale, il mito, la leggenda, ma anche il quotidiano convertito e reinventato in mito: la sensuale melagrana  aperta, simbolo della fecondità femminile,  e la dolcezza  del fico d’india, sotto la sua scorza ruvida e spinosa.

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